22.09.2026 – Mercoledì 23 settembre alle ore 17:00 presso la sede del Comitato provinciale di Milano dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (via Duccio di Boninsegna, 21-23 – zona “Pagano” e “Buonarroti” – Metropolitana 1 Rossa) il consueto incontro settimanale sarà dedicato alla triste storia della nave scuola Cristoforo Colombo, uno dei capitoli più malinconici della marineria italiana.
Spiega Claudio Giraldi, Presidente dell’ANVGD Milano: «Spesso dimenticata all’ombra della famosa gemella Amerigo Vespucci, la Colombo andò incontro a un destino tragico e ingrato, vittima delle clausole imposte all’Italia uscita sconfitta dalla Seconda guerra mondiale. Per 15 anni le gemelle solcarono i mari di tutto il mondo, vanto della marineria italiana. Poi arrivò la guerra, e con essa la distruzione. Il 10 febbraio 1947 venne firmato il Trattato di Pace di Parigi. Per l’Italia fu un documento durissimo: la nazione venne trattata a tutti gli effetti come un Paese sconfitto, costretta a pagarne il prezzo materiale e morale. L’Italia dovette consegnare gran parte della sua flotta da guerra e mercantile alle potenze vincitrici (Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica, Francia e Jugoslavia) come riparazione per i danni di guerra. I vincitori si spartirono le unità navali migliori. All’Unione Sovietica spettò una quota imponente che comprendeva la corazzata Giulio Cesare, incrociatori, cacciatorpediniere e, tragicamente, la Cristoforo Colombo. Il 9 febbraio 1949 salpò per l’ultima volta dal porto di Taranto, lasciando un segno profondo nell’animo dei marinai italiani, ma il colpo di grazia arrivò nel 1963: mentre si trovava all’ancora, un incendio divampò nella stiva bruciando il carico e sfigurando irrimediabilmente lo scafo. Giudicata antieconomica da riparare, venne abbandonata a se stessa e infine completamente demolita nel 1971. Mentre l’Amerigo Vespucci continuava a solcare i mari diventando “la nave più bella del mondo”, la sua sorella gemella si spegneva nella nebbia del Mar Nero, spogliata del suo nome, della sua bellezza e del suo orgoglio».

