Messaggero Veneto – 100208 – Uccisi a bastonate dai titini

Seppur drammatici, gli anni del periodo vissuto in terra italiana
sotto l'amministrazione jugoslava (la cosiddetta Zona B) visti con gli occhi
di un ventenne hanno un sapore un po' scanzonato. Ma quello sguardo, che
appartiene a Guido Porro, ha osservato con mai celata tristezza nel cuore
delle assurde atrocità inflitte da un essere umano a un altro essere umano.
La sua vita è stata inevitabilmente segnata da un'infanzia e un'adolescenza
caratterizzata da due sensazioni di fondo, antitetiche l'una con l'altra: l'essere
italiani di cultura, di vita, di costume, cresciuti in una tradizione
cristiana ma, a un certo punto al termine della seconda guerra mondiale,
dover vivere in una realtà caratterizzata dalla presenza di stranieri che
avevano occupato la sua terra, totalmente nemici dei valori religiosi.

      Secondo di dieci fratelli, classe 1932, il professor Guido Porro è
oggi uno stimato insegnante in pensione, testimone e divulgatore (in
particolare a giovani e studenti) di una pagina di storia per troppo tempo
dimenticata. È solamente del 2004 la legge italiana che istituisce il Giorno
del ricordo per onorare tutti coloro che sono stati massacrati, innocenti,
dopo il 1943 e fino alla metà degli anni Cinquanta. I due genitori Corrado
Porro e la moglie Maria Corti, entrambi maestri, risiedevano a Capodistria
dal 1906. Proprio questo aspetto, quello d'essere insegnanti, era malvisto
dai militari di Tito.

      «Cercavano di eliminare la piccola borghesia, i maestri, i presidi –
spiega Guido Porro -. Gli insegnanti, in epoca fascista, dovevano avere
tutti la tessera del partito altrimenti non potevano più insegnare, li
cacciavano da scuola. Anche mio papà penso ce l'avesse. Questo era uno dei
motivi per cui gli uomini di Tito perseguitavano gli italiani». È stato
soltanto per un evento che si può definire miracoloso se Corrado Porro
scampò alla tragica e violenta morte che era toccata a molti altri
connazionali, ossia l'essere "infoibati". «Ti venivano a prendere – ricorda
il professor Porro – e ti facevano "sparire". Non si sapeva dove ti
portassero. Mio padre lo presero un giorno, forse per strada perché a casa
nostra non venne nessuno. Lo stavano già portando in foiba, incamminatosi
insieme ad altri uomini. Uno studente partigiano, lungo la strada lo fermò e
gli disse di seguirlo fino in prigione. Si trovava da qualche ora in cella,
e lì incontrò un altro partigiano, che era stato suo allievo a scuola.
Maestro, gli disse, cosa ci fa lei qui? Lui allargò le braccia, come per
dire che non lo sapeva, e il suo ex studente gli aprì la porta del carcere e
lo fece tornare a casa. Mia madre nel frattempo era in preda all'angoscia e
alla preoccupazione, in quanto già si conosceva questo strano fenomeno per
cui la gente, giorno dopo giorno, spariva per poi non essere più vista».

      Al padre di Guido Porro toccò anche l'epurazione: non poteva più
insegnare e aveva sulle spalle una famiglia di dieci figli. Certo, la madre
era anch'essa una maestra, ma si capisce bene che per mandare avanti una
famiglia così numerosa un solo stipendio non bastava. Così, Corrado Porro si
ingegnò e ottenne un'occupazione a Trieste: non come insegnante, per non
creare troppi problemi (da una parte, gli slavi non gli consentono di
insegnare, mentre dall'altra gli americani e gli inglesi sì), ma in qualità
di guardiano della mensa scolastica.

      Le difficoltà per raggiungere «l'altra parte della cortina», sono
state sperimentate direttamente dallo stesso Guido Porro. Dopo aver
frequentato le scuole elementari, le medie e il liceo a Capodistria, si
iscrisse all'università di Trieste, facoltà di filosofia. «Per raggiungere
Trieste – osserva – era più comodo prendere il barcone o, se fortunato, il
vaporetto. La trafila, però, era molto lunga perché bisognava superare il
blocco delle milizie slave. C'erano come minimo tre o quattro ore d'attesa
perché nel frattempo i militari ti perquisivano, ti spogliavano,
controllavano tutto quello che avevi addosso e spesso ti lasciavano andare
solamente quando il traghetto era già partito. E una volta raggiunta la
città giuliana, ti aspettava un altro lungo controllo nella caserma
italiana, sorvegliata da inglesi e americani».

      Disagi, prevaricazioni, ma anche tanta, tanta violenza. Vissuta,
vista, testimoniata da Guido Porro che non può non richiamare le atrocità
perpetrate non solo dalla milizia titina, ma anche dalla gente comune, al
soldo del maresciallo slavo. Cerca di smussare i toni e i drammi di certi
episodi, ma non esistono parole abbastanza dolci e delicate per nascondere
tale efferata violenza. «Avevano istituito la jugo-lira – ricorda – per
distinguere la moneta corrente nella Zona B dalla lira italiana e dal dinaro
jugoslavo. La gente e le merci, però, giravano, perciò i commercianti delle
città istriane avevano a che fare con tre diverse banconote e conseguente
confusione nel cambio. Così, nell'ottobre del 1947, i negozianti di
Capodistria decisero di abbassare le serrande e scioperare. In poche ore
arrivarono dei camion carichi di gentaglia ubriaca e istruita a considerarci
"nemici del popolo" e "fascisti contro la giustizia popolare". Ebbene, la
mia casa era proprio vicina al luogo in cui avvennero i fatti perciò
assistetti impotente all'efferatezza di quegli uomini. Sfasciarono
saracinesche, ruppero le vetrine e ammazzarono a freddo a bastonate il
gestore di una trattoria e quello di un negozio di alimentari. In cinque o
sei ore avevano distrutto tutto, e senza l'intervento dei militari. Venivano
ostacolate anche tutte le forme e le dimostrazioni religiose, considerate
una perdita di tempo, e i preti erano percepiti come persone inutili, sia
perché non lavoravano, sia perché sfruttavano la dabbenaggine della gente
che li seguiva. «Avevano tolto l'Epifania – spiega Porro – e sostituito il
Natale con "Babbo inverno". Era vietato l'associazionismo cattolico. Chi
andava a messa o seguiva le processioni era vessato, picchiato. Di mia
iniziativa, quando avevo 16 anni, intrattenevo i bambini di 10 o 11 anni
secondo uno spirito religioso. Li accompagnavo in un prato che si trovava in
periferia e li facevo giocare. Poi, nei momenti di pausa, raccontavo loro
qualcosa su Gesù. Era un'attività clandestina, molto pericolosa, che ho
fatto solo per qualche mese».

      Guido Porro fu anche testimone oculare del pestaggio del vescovo,
monsignor Antonio Santin, avvenuto a Capodistria in occasione della festa
del Patrono. «Il vescovo era stato avvisato dalla sorella che sarebbe stato
pericoloso raggiungere Capodistria – sottolinea – perché si conosceva l'acredine
della milizia titina nei confronti dei cattolici. Decise di venire lo stesso
e di raggiungere la città attraverso il mare, in traghetto, per evitare di
dover attraversare in automobile il confine. Io mi trovavo all'esterno della
chiesa e, poco distante a me, vidi radunarsi un gruppo di persone. Avevano
circondato il vescovo e lo stavano picchiando a bastonate. Non erano
militari, era la solita gentaglia mandata per compiere questi massacri. Fu
veramente massacrato di botte, e io vidi il vescovo che sanguinava, pestato
a sangue. L'anno successivo, incaricarono il parroco di Capodistria di
celebrare il Patrono. Decisero di spostare la cerimonia in periferia, ma la
sua sorte non fu migliore e anch'egli fu picchiato a bastonate».

      Per indurre gli italiani ad abbandonare l'Istria, le milizie di Tito
non volevano far apparire la cacciata come una costrizione, bensì una
decisione presa autonomamente. Stamparono perciò delle domande per lasciare
la Zona B e con copie di questo documento facevano il giro delle case.
Corrado Porro, in un primo momento, non accettò, ma poi fu costretto perché
le insistenze degli attivisti erano diventate insostenibili. Con l'urlo di
«A morte i fascisti, a morte l'imperialismo italiano», facevano le
cosiddette "serenate" che si ripetevano anche dieci, venti volte di seguito
in un giorno, quotidianamente. Pensando alla propria famiglia, Corrado Porro
firmò la carta di emigrazione "per motivi di lavoro".

      La decisione di abbandonare la casa e la terra natia avvenne il 26
ottobre 1953. La polizia popolare perquisì la casa, lasciandovi tutto
fuorché i libri che riguardavano la storia di Capodistria e che vennero
requisiti. Con un piccolo furgoncino si diressero alla volta di Trieste,
portando con sé soltanto qualche mobile, che lasciarono in un deposito del
capoluogo giuliano. Tali masserizie si trovano ancora lì e, presto, faranno
parte degli oggetti di un museo che ricorderà i fatti accaduti in quell'epoca.
I primi tempi della permanenza a Trieste sono vissuti da Guido Porro
abbastanza inconsciamente, d'altro canto «a vent'anni si ha la forza di
superare tutto». «Con mio fratello ho dormito per mesi in un una palestra di
Trieste – spiega – in un'unica stanza dov'erano stati sistemati dei letti a
castello. Mi ricordo vividamente dell'insofferenza dei nostri "coinquilini",
per lo più operai, che disturbavamo ogni sera quando rientravamo intorno
alle undici e che svegliavamo. D'altro canto, l'insofferenza era ricambiata
la mattina, quando io e mio fratello Enzo stavamo ancora dormendo mentre
loro uscivano alle sei».

      La cacciata degli italiani dalle terre istriane era stata
sistematicamente decisa già nel 1946, in un incontro a Pisino tra Milovan
Gilas, il numero due di Tito, ed Edward Kardelj, il ministro degli Esteri.
In quell'occasione avevano stabilito la pulizia etnica e di «opprimere,
pressare e tormentare la popolazione italiana, inducendola ad andare via con
pressioni di ogni tipo».
      Laura Venerus
            Le persecuzioni erano cominciate prima della firma del
memorandum di Londra con cui si disponeva la cessione della "Zona B"

            «Mio padre fu picchiato da uno squadrone perché era stato visto
frequentare la chiesa e partecipare alla processione»
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            «Siamo stati costretti a fuggire da Umago»

            Eugenio Latin ricorda l'abbandono della terra istriana alla
volta delle Villotte

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            Eugenio Latin, classe 1950, è scappato con la famiglia da Umago
nel 1955. Ancora piccolino, dunque, ma ha ancora nitidi ricordi, anche
tramandati dai genitori, di quanto avvento negli anni della fuga e dell'esodo,
ma soprattutto dell'integrazione in Italia, nella zona delle Villotte di San
Quirino. «Il papà era un agricoltore – ha ricordato – e avevamo qualche
mucca. Mamma era casalinga e aiutava a riparare le reti dei pescatori».
            Quest'area dell'Istria più a ridosso del mare non ha vissuto,
negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, la
tragedia dell'esodo, in quanto faceva parte della cosiddetta Zona B con
amministrazione provvisoria yugoslava. «In cuor nostro – ha sottolineato
Latin – la speranza era che quest'area restasse italiana, per questo siamo
tutti rimasti. Invece, con il memorandum di Londra del 1954, la Zona B è
diventata terra yugoslava, ma le persecuzioni dei titini erano iniziate già
da prima». Uno degli episodi più tragici vissuti dalla famiglia Latin
avvenne quando Eugenio e il fratello gemello non erano ancora nati. «Era il
1950 – ha spiegato – io e mio fratello saremmo nati dopo pochi mesi, mia
madre era già incinta. Un giorno uno squadrone di miliziani titini irruppero
in casa nostra e picchiarono mio padre con dei bastoni. Mia madre si
rinchiuse in camera da letto e sentiva le urla provenire dall'altra stanza.
Fu un momento drammatico. Il motivo? Avevano visto mio padre frequentare la
chiesa e partecipare alle processioni».
            Il documento siglato a Londra dalle potenze mondiali aveva
sancito che il territorio della Zona B diventasse in tutti gli effetti
yugoslavo. Anche la famiglia Latin decise di lasciare la propria casa e la
propria terra, destinazione Trieste. Nella città giuliana avevano trovato
alloggio in un campo profughi ricavato in un'ex caserma nel quartiere di San
Giovanni. «In un'unica stanza vivevano numerose famiglie – ha spiegato –
separate da pannelli di compensato. L'intimità era azzerata». I Latin
rimasero nel campo profughi sino all'aprile del 1958, quando decisero di
andare a vivere in uno dei poderi dell'Ente delle Tre Venezie. «L'inizio non
fu facile: la terra era arida, si lavorava con le mani, il riscatto della
casa avveniva con rate di 230 mila lire l'anno per trent'anni (somma
difficile da accumulare, soprattutto nei primi anni). Fortunatamente, l'accoglienza
non è stata troppo difficile. «Sebbene nel territorio di San Quirino, le
Villotte sono più vicine a Roveredo in Piano – ha sottolineato Latin -,
pertanto lì facevamo la spesa, e in molti ci consentivano di comprare a
credito, andavamo a scuola e frequentavamo la chiesa, in quanto le Villotte
sono sotto la parrocchia di Roveredo. Una grossa mano ci è stata data dall'allora
parroco, don Mario Del Bosco». Dopo un paio d'anni le cose si risollevarono:
con gli anni Sessanta inizio il boom dell'industrializzazione e con esso un
discreto benessere. Negli anni, gli esuli sono diventati parte integrante
del tessuto sociale, economico, politico e imprenditoriale della zona.
(l.v.)