Manfredi Zmarich, sequestrato a Laurana e infoibato dall’OZNA

10.04.2026 – Aveva 31 anni, era un civile e fu catturato di notte dai partigiani jugoslavi ai primi di maggio 1945. Era un macellaio Manfredi Zmarich, figlio di Antonio e di Rosina Rosaria Tomaz. Nato a Laurana, vicino a Fiume, il 15 aprile 1914, fu imprigionato nella cosiddetta “Villa della morte” di Laurana, Lovran in croato. Fu visto dalle finestre della villa citata dai suoi stessi parenti. Poi, è documentato, che fu soppresso da parte jugoslava (BALLARINI 2002: 699) probabilmente in una foiba del Monte Maggiore, ma i suoi resti non furono mai trovati. Secondo gli stessi storici citati la data di morte è “presunta per fini statistici” ed è il “31.12.1945”.

È il nipote Mauro Zmarich, di Padova, a raccontare la storia dello zio Manfredi, prelevato dai titini comunisti: «So chi lo scortò con altri imprigionati fino alla foiba – ha detto Mauro Zmarich – So che fu accusato di mercato nero, ma io so pure che era una persona buona e che la sua colpa era solo quella di sentirsi italiano e di appartenere ad una famiglia di proprietari terrieri e piccoli commercianti ed imprenditori di Laurana. Possedevano una grossa proprietà proprio a Ligani, che porta ancora il nome della famiglia, se pur con gli accenti slavi. Da Ligani, si dice, provenissero gli infoibatori della zona».

Effettivamente a Ligani (Liganj, oggi Croazia), a circa un chilometro a ovest di Laurana fu scoperta, nel 1944, una foiba da una squadra di recupero. “Imprecisato il numero delle vittime, tutte uccise con un colpo alla nuca nel settembre 1943” (CORBANESE MANSUTTI 2010 : 47).

Che tipo di imprenditori erano i suoi familiari?

«La famiglia di mio padre Antonio aveva a Laurana un’attività commerciale – ha aggiunto il testimone – erano macellai e, in ‘città vecia’, sotto casa, avevano un laboratorio per insaccati ed altri prodotti inerenti al loro lavoro. Vendevano tali generi in una bottega, sita sotto la porta chiamata ‘Stubiza’, sopra il porto di Laurana. Manfredi è stato prelevato nel 1945. Sono 59 gli scomparsi a Laurana e nel territorio circostante, di alcuni si sa la fine, perché da alcune foibe, esplorate dal Capitano della Guardia Repubblicana Olindo Renato Lang, sotto la protezione delle squadre del 3° Rgt. ‘Fiume’ della Milizia di difesa territoriale [MDT o “Landschutz-Miliz”, come la definivano i tedeschi, NdR] furono riesumati i loro corpi e furono quasi tutti riconosciuti. I 59 caduti di cui parlo sono riportati in una ricerca congiunta tra la Società di studi fiumani di Roma, di Marino Micich, ed una Commissione di studi croata: ‘Le vittime di nazionalità Italiana di Fiume e dintorni’, così intitolata».

Manfredi Zmarich

Siete mai tornati a Laurana?

«Quando accompagnavo mio padre a Laurana, negli anni ’90, in cimitero fui avvicinato due volte da persone, che papà conosceva e che mi dissero che c’erano due ex partigiani, uno di Moschiena e l’altro di Laurana, che volevano dirgli cosa successe a Manfredi e dove fu infoibato, ma mio padre non volle sapere proprio nulla. La risposta fu sempre la stessa: ‘Lassilo star dove ch’el xe’ (Lascialo stare dov’è)».

In effetti c’è proprio quella degli Zmarich tra le quattro macellerie censite a Laurana nella “Guida generale di Trieste e commerciale della Venezia Giulia, Fiume, Sebenico, Zara” del 1940 della casa editrice Vitoppi Wilhelm & Compagni, a pag. 2076.

E lei, signor Mauro Zmarich, cosa ne pensa?

«Io però ho bisogno di sapere, devo sapere come finì zio Manfredi – ha concluso Mauro Zmarich – Compare poi in un documento, credo una lista di prigionieri, sempre a maggio 1945, a Mattuglie, paese che si affaccia sul golfo del Quarnaro, tra Fiume ed Abbazia, altro non ho trovato. Il documento di Mattuglie [in croato: Matulji] è del 7 maggio 1945 ed è frutto della ricerca congiunta di Adriana de Filippi e Giorgio Rustia, citato nell’ “Albo d’oro” del luglio 2018. (Dei fratelli di Laurana caduti nella difesa del Territorio Nazionale al confine orientale d’Italia). Qui, ne vengono citati 30».

La casa degli Zmarich a Laurana

I discendenti di Manfredi Zmarich, nel 2005 e nel 2024, ricevettero una “medaglia d’onore”, che viene rilasciata in memoria delle vittime di persecuzione, civili e militari, italiane (IMI, martiri delle foibe e deportati) nel Giorno del Ricordo.

Il colonnello Branko

Si sa che a Ica di Laurana, che era nel Regno d’Italia (oggi Croazia) agì alla fine e dopo la Seconda guerra mondiale un forte presidio dell’OZNA, il servizio segreto di Tito. Da un memoriale romanzato di Grazia Maria Giassi, esule a Udine e grande amica degli Zmarich, si sa di un certo Branko, colonnello dell’OZNA, sostituita dall’UDBA jugoslava il 13 marzo 1946. Grazia Maria Giassi (Laurana 1934-Udine 2010) è stata preside nelle scuole del Friuli e autrice del memoriale sotto riportato, in cui esordisce così: “Tutti lo sapevano. Nessuno ha parlato”. Lei ebbe il padre infoibato; era Nicolò Giassi, impiegato all’Azienda di soggiorno di Abbazia, arrestato dai partigiani jugoslavi e scomparso nel 1945.

Alcuni anni dopo il suo servizio militare, l’ufficiale Branko, a chi gli chiedeva notizie sugli italiani scomparsi, dato che era stato colonnello dell’OZNA, andava ripetendo: “Sì, ora non più. Sono nessuno (…). È meglio non parlare. Con nessuno. Assolutamente” (GIASSI 2006? : 32).

Più autori confermano, infine, che a Fiume e nei dintorni le autorità jugoslave nel 1945 avviarono contro gli italiani “la politica dei sequestri e degli espropri che hanno gettato sul lastrico la grande, media, piccola e piccolissima borghesia cittadina, dai grandi imprenditori ai bottegai” (MOSCARDA OBLAK 1997).

L’epurazione degli italiani nelle terre d’Istria, Fiume e Zara invase dagli jugoslavi non seguì un processo lineare. Ci fu caso e caso. Come ha scritto Gianni Oliva: “Vi sono contraddizioni fra l’azione della polizia politica dell’OZNA e quella delle nuove autorità amministrative jugoslave; vi è confusione tra la passione, l’intolleranza politica e la rivendicazione sociale; vi è spazio per l’inserimento di tensioni personali, che possono assumere la forma della delazione o quella del gesto criminale individuale” (OLIVA 2002 : 176).

Tra l’altro, fu complicato e molto rischioso per la gente e per le autorità come il medico comunale, il pretore, il parroco, il fotografo, i parenti e i pompieri andare a effettuare la riesumazione dei cadaveri dalle foibe, perché i partigiani jugoslavi sparavano pure a loro. Come emerge dalle relazioni del maresciallo dei pompieri di Pola Arnaldo Harzarich, nel mese di dicembre 1943, dalla foiba di Villa Surani, centosessantacinque metri di profondità, furono estratti 26 corpi in avanzato stato di putrefazione, compreso quello della giovane laureanda Norma Cossetto. Poi il convoglio funebre delle bare e dei compaesani di Parenzo “che si dirigeva verso il centro abitato venne attaccato e mitragliato dai partigiani che cercarono di impedirne il passaggio” (SESSI 2007 : 64).

A Laurana, verso la fine del mese di aprile 1945, furono “prelevati e scomparsi 11 civili (tra i quali una bambina di 8 anni e 3 donne). 1946 – fucilato un civile del posto e un altro muore in carcere” (CORBANESE MANSUTTI 2010 : 47).

Dal canto suo Elio Apih ha scritto che nelle foibe attorno a Fiume “la crudeltà fu forse massima” (APIH 2010 : 65). Riguardo al tema di “lavarsi la coscienza” per coloro che procurarono, videro o seppero delle uccisioni barbare nelle voragini carsiche e che in seguito vollero parlare degli eccidi accaduti è interessante notare che Roberto Spazzali tratti l’argomento sin dagli anni ’90 (SPAZZALI 1990: 217). Sarà una coincidenza ma, proprio negli anni ’90, anche i signori di Moschiena e di Laurana volevano comunicare ai parenti dell’infoibato Zmarich il luogo del suo sepolcro nascosto, “avendo la coscienza sporca”.

Oltre alla repressione dei servizi segreti jugoslavi è stato Raoul Pupo, per il periodo storico dei mesi di maggio-giugno 1945, a scrivere che “per l’italianità adriatica, così come si è configurata nel corso di più di un secolo, sembra arrivata l’ora della fine, seppellita negli abissi del Carso”. In riferimento alle uccisioni di italiani gettati nelle foibe o nelle fosse comuni da parte jugoslava aggiunge: “Quel che nel maggio-giugno 1945 accade nel Goriziano ed a Trieste succede anche in Istria e a Fiume (…)” (PUPO 2026 : 131, 138).

Fonte digitale – Mauro Zmarich, Padova 1961, messaggio in Messenger all’A. del 18 febbraio 2026 ed email del 27 marzo 2026 per il consenso alla pubblicazione.

Bibliografia

– Elio Apih, Le foibe giuliane, a cura di Roberto Spazzali, Marina Cattaruzza, Orietta Moscarda Oblak, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2010.

– Amleto Ballarini, Mihael Sobolevski (a cura di / uredili), Le vittime di nazionalità italiana di Fiume e dintorni (1939-1947) / Žrtve talijanske nacionalnosti u Rijeci i okolici (1939.-1947.), Roma, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, 2002.

– Guerrino Girolamo Corbanese, Aldo Mansutti, Ancora sulle foibe. Gli scomparsi in Venezia Giulia, in Istria e in Dalmazia 1943-1945, Udine, Aviani & Aviani, 2010.

– Elenco “Livio Valentini”, Caduti RSI, on-line.

– Grazia Maria Giassi, Ica, stampato in proprio, s.l. [Udine?], s.d. [2006?], premessa di Rosanna Turcinovich Giuricin. (Archivio ANVGD Udine, biblioteca).

– Guida generale di Trieste e commerciale della Venezia Giulia, Fiume, Sebenico, Zara, Trieste, Vitoppi Wilhelm & C., 1940.

– Orietta Moscarda Oblak, “La ‘giustizia del popolo’: sequestri e confische a Fiume nel dopoguerra (1946-1948), in  «Qualestoria», 1997, n. 1, pp. 209-232.

– Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria, Milano, Mondadori, 2002.

– Raoul Pupo, Italianità adriatica. Le origini, il 1945, la catastrofe, Bari-Roma, Milano, Laterza, Corriere della Sera, 2026.

– Frediano Sessi, Foibe rosse. Vita e di Norma Cossetto uccisa in Istria nel ’43, Venezia, Marsilio, 2007.

– Roberto Spazzali, Foibe: un dibattito ancora aperto. Tesi politica e storiografia giuliana tra scontro e confronto, Trieste, Editrice Lega Nazionale, 1990.

Progetto di Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine.

Commenti dal web

La presente vicenda è stata visualizzata e letta da oltre un migliaio di utenti dei social media a tre giorni dalla pubblicazione nel sito dell’ANVGD di Udine. Diversi lettori hanno pure commentato. Tra i comenti più significativi c’è stato quello di Umberto Petricich, nato a Laurana nel 1942 ed esule ad Arezzo, venuto via nel 1950. Petricich, il 30 marzo 2026, ha scritto: “Io avevo 3 anni e ho sentito i miei genitori che dicevano: «I xe vegnudi de note e i ga portado via Manfredi»”.

La memoria delle uccisioni nelle foibe è una memoria collettiva. Maurice Halbwachs (1877-1945), sociologo francese, fissò la teoria fondamentale della memoria collettiva derivante dalla memoria individuale. È formata e si mantiene solo all’interno di cornici sociali (gruppi, famiglie, nazioni). Sebbene Halbwachs non abbia teorizzato direttamente una “sindrome del mancato sepolcro”, il suo pensiero è basilare per comprendere il trauma collettivo legato alla mancanza di sepoltura e alla memoria dei dispersi.

La “sindrome del mancato sepolcro” fa riferimento al trauma psicologico e culturale che deriva dall’impossibilità di elaborare il lutto a causa della mancanza di una tomba o di un luogo fisico dove celebrare il defunto. Nel contesto di Halbwachs la mancanza di un luogo fisico (sepolcro) impedisce la stabilizzazione della memoria, rendendo difficile per il gruppo sociale (famiglia, compaesani esuli, nazione) fissare il ricordo del defunto a un punto preciso nello spazio e nel tempo, lasciando la memoria in una condizione di instabilità e continua sofferenza. Quelle degli infoibati sono anime che vagano, anime che tornano, anime in cerca di pace? Non lo sappiamo. Restano i racconti come questo. È come una piccola tessera di un “mosaico di dolore”.

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