L’idea slovena dell’Europa (Il Piccolo 09 set)

di PAOLO SEGATTI

Nei giorni scorsi, in relazione ad un mio articolo sulla Slovenia e l'idea di Europa dei padri fondatori dell'Unione, si è sviluppato un dibattito sia sulle pagine di questo giornale che in quelle del Primorski Dvenik. È anche intervenuto il console di Slovenia a Trieste con alcune precisazioni. In modo gentile ma fermo egli ha ribadito la «correttezza politica» delle affermazioni contenute nel testo allegato ad uno dei documenti ufficiali di bilancio del semestre di presidenza slovena dell'Unione. Come i lettori si ricorderanno si tratta di un testo che brevemente indica le pietre miliari della storia della nazione slovena, tra le quali importanti per la memoria degli italiani di queste terre il 1918 e soprattutto il 15 settembre 1947. Mi sento in dovere di tranquillizzare il console. Il problema che mi sta a cuore non riguarda il testo della cui «correttezza politica» il console si fa garante. L'ho scelto come uno dei tanti esempi possibili di una questione più generale. Provo a riassumerla.

La democrazia slovena è un caso di successo del processo di integrazione europea. La presidenza del semestre europeo ne è la prova. Di questo, credo, devono essere orgogliosi gli sloveni e contenti tutti gli europei e gli italiani del confine orientale. Perché avere ai propri confini una democrazia consolidata è meglio che non averla. Per tante ovvie ragioni, ma anche per il potere che le istituzioni democratiche hanno di plasmare la cultura politica di un popolo. Il guaio è che questa influenza positiva è lenta nell'affermarsi e può diluirsi sino al punto da scomparire, se non è sostenuta da quello che dicono e fanno le classi dirigenti. Ed è qui il punto cruciale che volevo sollevare.

La classe dirigente slovena pare avere nei confronti della eredità lasciata dai conflitti nazionali del secolo scorso un atteggiamento diverso da quello che i padri fondatori dell'Europa auspicavano. Per loro Europa era anche attenzione e rispetto delle diverse memorie nazionali e eliminazione dal discorso pubblico nazionale di ogni sottinteso «irredentistico». Per la Slovenia Europa sembra voler dire solo consolidamento e stabilità economica. Per i padri fondatori essere europei non voleva dire dimenticare la propria identità nazionale. Ma collocarla in una prospettiva più ampia, nella quale poteva trovare posto anche la considerazione delle ragioni degli altri. Specie quando queste erano state parti di un conflitto nazionale in territori plurali.

La questione che volevo sollevare è dunque il contrasto tra una Slovenia prima della classe nell'integrazione europea e una Slovenia indifferente verso un'idea di Europa come qualcosa di più della arena istituzionale nella quale promuovere in sicurezza i propri interessi nazionali. Per sentirsi europei in questo modo non basta firmare un trattato. Occorre crederci e costruirla questa identità. La classe dirigente slovena ci crede e vuole costruire una simile identità?

A me pare che non sia molto interessata. Lo è forse di più a consolidare la sua legittima integrazione statale. Il problema è che per promuoverla e legittimarla continua ad ispirarsi ad una idea di territorio etnicamente sloveno, che cozza contro l'evidente realtà di un'area che era plurale e che tale è rimasta da Duino a Fiume, passando per Trieste, Capodistria, Pirano, Isola e Pola.

La mia ipotesi è che sia proprio questa retorica etnicista a impedire la costruzione di una identità europea, che superi includendo tutte le diverse memorie nazionali.

Per onestà bisogna anche dire che da parte italiana non viene un grande aiuto.

Non solo la fede in questa idea di Europa è debole nel cuore di molti politici.

Ma è anche assente nella mente di molti di loro, oltre che di gran parte dell'opinione pubblica italiana, la consapevolezza della natura plurale di questa area e delle ferite profonde che il fascismo ha inferto a questo territorio.

Viceversa non mancano i segni che Trieste è cambiata in profondità. Se finisse anche la retorica etnicista, sparsa a piena mani in Slovenia, forse da qui si potrebbe contribuire a costruire una migliore Europa, oltre che chiudere veramente il Novecento.