liberta.it – 160308 – Piacenza: foibe, fu genocidio di classe

Coprire un buco di oltre sessant'anni. Cancellare l'oblio, non inconsapevole, che ha discriminato uno tra i più feroci genocidi del Novecento. Pensare che la conoscenza ed il ricordo della tragedia non debbano, e non possano, avere colori politici. In estrema sintesi, sono questi alcuni dei motivi che hanno spinto l'associazione culturale Identità europea – area Emilia – ad organizzare ieri, al Cassinari prima ed in Sant'Ilario poi, un seminario sul massacro delle foibe. L'iniziativa si è inserita nel progetto "Memorie di sangue", con il patrocinio del Comune e dello stesso artistico, come guisa per la legge 92 del 30 marzo 2004 – proprio sulle uccisioni perpetrate dalle truppe titoiste – invitante alla «realizzazione di studi, convegni, e dibattiti in modo da conservare la reminiscenza di quelle vicende». Così, Piacenza ha ospitato un importante storico e giornalista, Marco Cimmino, oltre a Mario Ive e Laura Calci Chiozzi, rispettivamente presidente e vicepresidente del comitato provinciale cremonese dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.
L'incipit all'incontro con gli studenti è stato affidato a Giovanni  Castagnetti, assessore comunale al Futuro, che ha ribadito come sia fondamentale «analizzare e mettere in luce una parte di storia con radici molto lontane», e di quanto questo possa servire a «portare nel mondo una cultura di pace». Successivamente, i ragazzi hanno ascoltato la relazione dettagliata dello studioso ospite, sui dolorosi eventi a cavallo dell'8 settembre 1943 ed il 2 maggio 1945.
La prima distinzione, orrenda, è sulle figure che vennero infoibate: «Da una parte c'erano i fascisti o coloro che appartenevano al regime – spiega Cimmino -; poi forze dell'ordine, carabinieri, guardia di finanza; anche personalità che erano punti di riferimento per la comunità italiana, come il parroco, il farmacista, il maestro, il podestà». Fu pulizia etnica? «Non sono d'accordo con questa definizione – continua il giornalista -. Fu qualcosa di assimilabile al massacro del kulaki in Unione Sovietica, quindi potremmo dire un classicidio. Il fatto che gli italiani rappresentassero per la stragrande maggioranza il motore delle zone istriano-dalmate fu fondamentale. C'era una sorta d'invidia sociale, con qualcosa non solo legato al comunismo e Tito, ma proprio all'atteggiamento dell'etnia slava nei riguardi di quella italiana». Lo storico, proseguendo, sviscera i motivi del silenzio dopo la fine del conflitto: «I governi che si sono succeduti dal '48 in poi sono stati succubi di una certa politica estera americana, che aveva l'interesse a non trattare la Jugoslavia come nemico, all'interno della guerra fredda, ma da stato-cuscinetto tra il blocco stalinista e quello occidentale».
Alessandro Rovellini