L’esodo di Sergio Ardessi da Buie d’Istria a Padriciano e Fossalon

“Iera el 1953 in osteria a Losari de Buie – ha detto Sergio Ardessi – e mio papà Pasquale Ardessi, detto Matìo, dopo qualche bicer de più el decide de andar a casa, ma el se ferma vicin a la foto de Tito, che le iera in ogni negozio ‘ste grandi foto, el ghe dise: ‘Tito cossa te xe vignuo a cercar qua?’ e dopo el ga imprecà sulla foto”. I compaesani abituati alle intemperanze di chi aveva bevuto un po’ troppo, non lo badarono più di tanto, nonostante avesse imprecato sull’effigie di Tito. “Il fatto è che nol xe più tornà a casa – ha aggiunto Ardessi – preoccupando molto mia mamma Filomena e tutta la famiglia, iera successo che appena saltà fora de l’osteria i lo ga becà due agenti dell’UDBA, la polizia segreta de Tito. I lo ga portà dal capo degli Affari interni e in galera, dopo un processo el ga ciapà alcuni mesi de lavori forzati”.

È rimasto in zona, oppure l’hanno deportato fuori dall’Istria? “No, el xe restà in Istria – risponde il testimone – per tutta l’estate ne la Valle del Quieto lavorava a scavar pozzi e a far scoline pei campi, iera una bonifica, lui el iera in punizion, ma el geometra che iera a capo dei lavori lo mandava a casa prima, perché el saveva che el doveva mantignir una famea de cinque fioi, iera la vigna de curar e i altri lavori de campagna. El colmo xe che, siccome el gaveva fato proprio un bel lavoro, i lo ga anche pagà de nascosto, che no savessi mai quei de l’UDBA”.

Era così la vita nella Zona B del Territorio Libero di Trieste (TLT), sotto il controllo delle truppe jugoslave fino al Memorandum di Londra, del 5 ottobre 1954. Con tale accordo fra i governi d’Italia, del Regno Unito, degli Stati Uniti e della Jugoslavia, la Zona A con la città di Trieste e il suo porto franco internazionale passano dall’amministrazione militare alleata all’amministrazione civile italiana, mentre la Zona B, da Capodistria, Umago e Cittanova, passa dall’amministrazione militare a quella civile jugoslava. Il passaggio dei poteri nella Zona A avviene il 25 ottobre 1954. Gran parte degli italiani della Zona B pensavano che quelle terre ritornassero all’Italia, dato che i loro avi erano lì da secoli. La politica di slavizzazione forzata di Tito conduce all’eliminazione delle scuole italiane e la pulizia etnica (o la persecuzione razzista contro gli italiani) ha fatto il resto.

Che scuola ha frequentato lei, signor Ardessi? “È il mio dramma personale – ha risposto – perché i titini avevano tolto le scuole italiane, così ho dovuto fare cinque anni di scuole elementari in serbo-croato, ogni mattina dovevamo cantare: ‘Mi smo mladina Tita’, ovvero: ‘Noi siamo la gioventù di Tito’. Poi c’era il grido: ‘Živio Tito’, ossia: ‘Viva Tito”.

Quando siete venuti via e perché? “Per le violenze subite e per la paura de sparir – ha aggiunto Sergio Ardessi – la gente spariva, altri i scampava de note, dopo el Memorandum del 1954, mio papà ga fato domanda de opzion per l’Italia al Consolato de Capodistria, ma no i dava subito el passaporto, i dixeva ‘Se va via lui che ga sette fioi, alora no reserà nissun’, così ga venduo tutto quel chel podeva vender e semo partii il 5 dicembre 1955 con una giardinetta e poche borse, l’autista ga dovuo far due viaggi, perché ierimo tanti fioi. Dopo qualche mese xe rivai anche el nono Giorgio Radešić, italianizà dal fascismo in ‘Ardessi’ e la nona Maria, oltre a noi, che se iera in nove”.

Dove vi hanno portato? “Semo rivai a Trieste – è la replica – ne ga messo al Centro raccolta profughi (Crp) de Campo Marzio per una notte e dopo per tre anni nelle barache del Crp de Padriciano, mi andavo a scuola a pie a Trieste per la prima avviamento professionale, che iera in via Teatro Romano, go avuo tante difficoltà con la lingua italiana”.

Ricordo che Padriciano dista 5,6 chilometri da Trieste. Com’era la vita in baracca? “Iera barache de legno, el gabineto iera de fora – ha spiegato Ardessi – semo stai lì fin al 1958, la mensa iera centralizata, mio papà lavorava a Trieste. Me ricordo un gran fredo de inverno, nel 1956 iera 21 gradi soto zero e la bora a 120 chilometri all’ora, se ga scoperchià el tetto de la baraca e se semo sveiai con la neve su la coverta, dopo xe stai i pompieri a fissarne i tetti de le barache, che no svolassi de novo. Noi putei se giogava nei boschi vicin del Campo profughi e i abitanti del posto, de minoranza slovena, i ne zigava ‘Prekleti Italijani’, cioè: Maledetti italiani”.

Il Crp di Padriciano, oggi area museale, è noto per i bambini istriani morti di freddo, come la piccola Marinella Filipaz, di soli sei mesi, spirata nella squallida baracca nell’inverno del 1956, e per le varie donne suicidatesi, arresesi di fronte alle difficilissime prove da superare nell’Italia matrigna. Padriciano (Padriče in sloveno) è un quartiere del comune di Trieste, posto a 359 metri di altitudine nell’Altopiano Carsico. Dopo il 1958, fuori dal Crp di Padriciano, cosa avete fatto?

“Abbiamo avuto l’assegnazione di un podere a Fossalon di Grado, provincia di Gorizia, assieme ad altre 130 famiglie della Zona B, da Cittanova, da Verteneglio, da Buie. La mia famiglia ha fatto un mutuo trentennale e piano piano ci siamo sistemati, è successo così anche a Dandolo di Maniago (PN), o a Bibione di San Michele al Tagliamento (VE), o alle Villotte di Pordenone con tanti altri profughi istriani e giuliani”.

Ricorda ancora qualcosa d’altro dei titini? Sa che molti nascondono questa parte della storia d’Italia? “Sì, ma deve saver che noi istriani semo riservai e non ne piase contar ai altri, se pensa al lavoro e ai pici – ha concluso Sergio Ardessi – comunque, per mi, bisogna contar queste robe. Alora, alle sei de matina i vigniva a bater su la porta perché se voti, iera el voto per Tito. Mio suocero Antonio, detto Toni, iera al pascolo, el ghe dise ‘Prima go de pascolar le manze e sì, dopo anderò a votar, xe tempo’. Ben, i lo ga ciapà, pestà a sangue e messo in prison per un mese, come ben ga ricordà Giuseppina, sua moglie”. È intervenuta anche Alma Anna Smillovich in Ardessi per spiegare che: “Quella volta a Buie i manzi xe rivai in casa soli e per un mese no se saveva niente de Toni”. I familiari sono andati fino a Capodistria per chiedere notizie dello scomparso, ma le autorità jugoslave non dicevano nulla. Solo con uno stratagemma, suggerito da una scaltra compaesana, la signora Giuseppina, moglie di Toni, ha scoperto che il marito era incarcerato a Buie. “Ghe ga dito ‘Porteghe in carcere el cambio dei vestiti, lori ga dito: va bene” ha concluso Alma Anna Smillovich. Così i familiari hanno saputo che era imprigionato proprio a Buie, mentre i titini negavano di continuo.


Sergio Ardessi

Buie oggi è una città di 5.127 abitanti della Repubblica di Croazia, situata nella parte settentrionale dell’Istria, tra i fiumi Quieto e Dragogna. Presenta un forte minoranza di lingua italiana. Ai piedi del colle, sull’estremità del quale si estende il centro storico, passava la via Flavia dell’Antica Roma.

Un ultimo dato su Buie. È oggetto del romanzo di esordio di Federica Marzi la saga della famiglia Benci di Buie che va in esodo in Australia, passando per il Campo profughi di Trieste. Intitolato La mia casa altrove, editore Bottega errante, è la dimostrazione che sull’esodo giuliano dalmata si cimentano perfino le giovani scrittrici, dato che qualche storico è ancora recalcitrante a raccontarcela giusta.

Messaggi dal web – La redazione del blog ha ricevuto diversi messaggi e commenti su tale articolo diffuso in Facebook e in altri social media. Il più significativo è quello del signor Mario Kocetic, di Cittanova d’Istria, che vive a Woodbridge (Canada). Il 24 settembre 2021 Kocetic ha scritto nel gruppo di FB Amici profughi istriani e dalmati: “Me ricordo, mio Papà me parlava de stu fatto, mi son de Villanova [del Quieto]”.

Fonte orale: Sergio Ardessi, Buie 1943, esule a Fossalon di Grado (GO); intervista a Gorizia a cura di Elio Varutti del 12 settembre 2021 e contatti telefonici del 14, 16 e 22 settembre 2021, in presenza della moglie Alma Anna Smillovich in Ardessi.

Progetto e attività di ricerca: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking a cura di Girolamo Jacobson, Maria Iole Furlan e E. Varutti. Lettori: Sergio Ardessi e Alda Devescovi (ANVGD Gorizia), oltre ai professori Stefano Meroi e Enrico Modotti. Adesioni al progetto: Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Grazie a Alda Devescovi per la collaborazione riservata alla ricerca. Fotografie di Maria Grazia Ziberna (ANVGD Gorizia) e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine.  – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30.  Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Elio Varutti – 22/09/2021
Fonte: Varutti e Esuli giuliani, Udine. Storie di Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli e dintorni

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