12.09.2025 – Ottobre del 1918, l’Impero Austro-ungarico si avvia all’implosione. Il tardivo esperimento federalista dell’Imperatore Carlo d’Asburgo ha dato ancora più margine di manovra a quei nazionalismi che il suo predecessore Francesco Giuseppe aveva cercato di manipolare con la perniciosa politica del divide et impera. Nelle zone miste, che pullulavano all’interno della vetusta compagine imperiale, la monarchia danubiana favoriva la nazionalità che aveva dimostrato maggiore lealismo, sottraendo altresì prerogative e privilegi alla controparte, il cui risentimento era destinato a crescere, ma si pensava di tenerlo a bada snazionalizzando o assimilando ad altra nazionalità le nuove generazioni.
L’autunno del 1918 sembrava finalmente realizzare la previsione dei coscritti che nell’estate di quattro anni prima era andati al fronte cantando e promettendo che sarebbero ben presto tornati a casa, quando cioè le foglie avrebbero cominciato a cadere dagli alberi. I mesi successivi portarono invece a quella che i contemporanei chiamarono la Grande guerra, un conflitto che nel maggio 1915 vide la discesa in campo pure del Regno d’Italia, con l’intento di completare il percorso risorgimentale di unificazione nazionale. Il Patto di Londra, con cui le potenze dell’Intesa convinsero il governo sabaudo a denunciare la Triplice Alleanza e a dichiarare guerra all’Austria-Ungheria, prometteva l’annessione di quelle che erano considerate le terre irredente, cioè non ancora redente, liberate, dall’occupazione straniera: il Trentino e la Venezia Giulia, la Dalmazia e però anche quote della spartizione dell’impero ottomano e delle colonie tedesche. Fiume, la cui prima organizzazione irredentista era apparsa a inizio Novecento, allorchè le autorità ungheresi avviarono un processo di magiarizzazione che ledeva l’italianità cittadina (vissuta come un fattore culturale e non politico) e le tradizionali autonomie di cui godeva il capoluogo del Carnaro. La Giovine Fiume, di chiara ispirazione mazziniana, chiedeva l’annessione all’Italia per preservare l’identità della maggioranza della popolazione fiumana. Tuttavia Roma non chiedeva Fiume e nemmeno le sarebbe stato consentito farlo, poiché il porto quarnerino avrebbe dovuto rappresentare il residuo sbocco al mare della duplice monarchia una volta sconfitta sul campo di battaglia e privata di Trieste che era il principale obiettivo delle rivendicazioni italiane.
In quel caotico ottobre del 1918,mentre il fronte meridionale crollava e la spedizione dell’Intesa schierata sul fronte di Salonicco iniziava a risalire la penisola balcanica, si riunì per l’ultima volta il parlamento di Budapest, ove sedeva anche Andrea Ossoinack, deputato eletto a Fiume, che nella bipartizione dell’impero avvenuta nel 1867 era stata assegnata alla porzione ungherese dell’Impero, ponendo così fine ad un ventennio di amministrazione croata che la comunità italiana male aveva sopportato. In quella seduta Ossoinack si appellò al principio di autodeterminazione dei popoli proclamato dal Presidente degli Stati Uniti Wilson, chiedendo che venisse riconosciuto il diritto dei fiumani di congiungersi con l’Italia. Tale suo auspicio fu ribadito dal Consiglio Nazionale Italiano di Fiume, che il 30 ottobre 1918 proclamò l’annessione al Regno d’Italia.

Pochi giorni dopo navi da guerra italiane si sarebbero affacciate nel porto fiumano mentre le truppe del Regio Esercito si avvicinavano prendendo possesso della penisola istriana, ma anche reparti slavi provenienti dal dissolto imperial-regio esercito si attestarono nelle periferie fiumane, reclamando il possesso della città, che passò sotto giurisdizione interalleata in attesa che la Conferenza di Pace facesse chiarezza. Chiarezza non fu fatta, le truppe coloniali francesi dislocate a Fiume furono spesso al centro di disordini con i patrioti italiani e si contrapponevano palesemente alle truppe italiane presenti nel contingente interalleato. Furono i Granatieri di Sardegna in particolare ad ergersi a baluardo dei connazionali, al punto che vennero allontanati e dislocati in Friuli. Fu qui che alcuni congiurati si impegnarono a lottare per l’italianità di Fiume, riuscendo poi a convincere Gabriele d’Annunzio a porsi a capo di una spedizione che poteva sembrare disperata.
La notte dell’11 settembre 1919, poche ore dopo che l’Italia aveva firmato con l’Austria il Trattato di Saint-Germain che definiva il nuovo confine settentrionale con le annessioni di Trento, dell’Alto Adige fino al Brennero e di Tarvisio, il Vate, ancorchè febbricitante, si pose a capo di una sedizione militare forte di oltre 2.000 uomini fra disertori e volontari irredentisti giuliani e fiumani e si avviò verso Fiume. Le truppe che avrebbero dovuto arrestare la marcia si defilarono o registrarono diserzioni che ingrossarono le fila di coloro i quali d’Annunzio aveva definito i suoi “Legionari” e la giornata si concluse con l’entrata a Fiume in un tripudio di Tricolori, mentre le truppe delle altre potenze presenti in città iniziarono a farsi da parte per evitare incidenti le cui ricadute diplomatiche apparivano indecifrabili.

Nei mesi seguenti Fiume sarebbe diventata non solo una rivendicazione dei nazionalisti italiani, ma anche il laboratorio politico che elaborò la Carta del Carnaro; l’approdo di avventurieri e sbandati e la meta di idealisti e utopisti che sognavano di sovvertire i nuovi assetti del mondo; una città stretta d’assedio e quasi ridotta alla fame cui portavano la propria solidarietà personalità come Guglielmo Marconi e Arturo Toscanini; la base da cui tramavano spie e separatisti sostenuti dai servizi segreti italiani per destabilizzare il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e il luogo dove spiriti liberi come Guido Keller e Giovanni Comisso teorizzavano principi libertari e nuove avventure. Fino alle cannonate del Natale di sangue.
Di tutto sarebbe insomma poi successo, ma tutto partì da quel 12 settembre 1919 in cui la “sacra entrata” di d’Annunzio raccolse e concretizzò l’appello all’Italia lanciato dai fiumani nella fase finale della Prima guerra mondiale.
Lorenzo Salimbeni

