L’Eco di Bergamo – 130408 – Quei pittori bergamaschi tra Venezia e Dalmazia

Dall'Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti, dall'Associazione Guide Giacomo Carrara, dagli Amici della Carrara di Bergamo arriva per l'anno 2008 il bando per una borsa di studio del valore di euro 2.000 da assegnare ad un progetto di ricerca finalizzato allo studio storico-critico delle collezioni minori dell'Accademia Carrara.

Ne hanno dato l'annuncio, nella Sala dell'Alcova della Carrara, Maria Mencaroni, presidente dell'Ateneo, Lucia Pacati, presidente dell'Associazione Guide, e Flavia Conca, vicepresidente degli Amici della Carrara. Il testo completo del bando è consultabile sul sito dell'Ateneo (www. ateneobergamo. it).

Occasione la conferenza del dottor Alvin De Vecchi, collaboratore del Museo Bernareggi, su «Una bella schiatta di pittori: i Santacroce» (o «Santa Croce», come scrive il relatore). Originari del borgo della Val Brembana, sopra San Pellegrino, da cui trassero il soprannome, i Santa Croce (all'anagrafe De Vecchi) «rappresentano probabilmente il più vasto ed articolato casato di pittori di origine bergamasca». Parte del quale «si trasferisce nel tardo Quattrocento a Venezia, dove sarà attivo fino all'inizio del Seicento, quando la dinastia si estinguerà». Se ne distinguono due rami, probabilmente imparentati fra loro (come di norma nei piccoli borghi montani). I Santa Croce, secondo lo studioso, «sono generalmente riconducibili alla cultura figurativa tardo quattrocentesca, facendo riferimento inizialmente alla cerchia dei Bellini, per poi spaziare ad altri artisti come Cima da Conegliano o il conterraneo Palma il Vecchio».

In uno dei membri della famiglia, Giovanni, «si intravedono anche i primi echi dell'arte di Tintoretto». Sono artisti che lavorano «per una committenza vasta, articolata, costituita essenzialmente da clienti non molto abbienti e legati soprattutto a gusti stilistici tardoquattrocenteschi». Acquirenti, insomma, per cui i vari Tiziano, Giorgione, Veronese erano troppo cari e troppo innovativi. I Nostri, invece, garantivano un rassicurante «senso di familiarità, di continuità con una solida tradizione stilistica e religiosa». Ecco perché riuscirono a sopravvivere per oltre un secolo. Difficile fare un censimento delle opere superstiti, alcune delle quali giacciono nelle collezioni di anonimi privati, altre sono rifluite nel mercato antiquario. Altre ancora, poi, erano state censite in Dalmazia, teatro poi della disastrosa guerra serbo-croata. Dalmazia che, «dalla metà del '400, conobbe una notevole fioritura artistica, interrottasi nel corso del primo ventennio del '500 per la morte, in rapida successione, degli artisti locali». Il vuoto fu colmato, almeno in parte, appunto dai Santa Croce. Segno della vitalità dei rapporti, non solo artistici, ma anche commerciali e militari, Bergamo-Venezia-Dalmazia. Mercanti bergamaschi avevano esteso i loro traffici alla Dalmazia ed altri più lontani paesi dell'Est Europa, soldati dalmati e bergamaschi erano nerbo dell'esercito della Serenissima, e i secondi si erano segnalati nella lotta a famosi pirati. Temi, ha segnalato De Vecchi, ancora tutti da approfondire.

 

Vincenzo Guercio