22.05.2026 – Lunedì 18 maggio il Comitato provinciale di Gorizia dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia ha presentato i lavori che il ricercatore Franco Giuseppe Gobbato ha pubblicato con le Edizioni Ritter di Milano: La Patria sconfitta e Borovnica e altri campi di Tito. Entrambi affrontano la fase finale della Seconda guerra mondiale lungo la frontiera adriatica, il primo con un approccio romanzato che ha per epicentro le conseguenze del collasso politico, militare ed istituzionale rappresentato dall’armistizio dell’8 settembre, che in Istria e Dalmazia significò la prima ondata di stragi delle foibe ad opera dei partigiani comunisti jugoslavi di Tito. Borovnica è stato invece uno dei più atroci campi di prigionia dell’arcipelago concentrazionario allestito dalla nascente Jugoslavia comunista di Tito a guerra finita per completare quell’epurazione politica che processi sommari, uccisioni sul posto, fosse comuni e nuovamente foibe avevano avviato a guerra finita, anche nelle province del confine orientale che vissero l’occupazione e la repressione da parte di un nuovo totalitarismo.

Oltre ai documenti e alle fonti consultate dal relatore («Ancora oggi sono lì sepolti, in un angolo sconosciuto, senza un degno luogo di ricordo, senza un segno, senza un nome, senza quella Pietas che è un diritto inalienabile e un segno sostanziale di civiltà»), è stata particolarmente toccante la proiezione della testimonianza dell’ultracentenario romagnolo Nino Ceccarelli, ultimo superstite ancora in vita di Borovnica, raccolta grazie ad Alberto Urizio, Presidente dell’ANVGD Forlì-Cesena.

«A differenza di quanto è avvenuto nei lager nazisti, di cui esiste un’ampia documentazione, è quasi impossibile ricostruire quanto è avvenuto nei campi di concentramento comunisti nella Jugoslavia di Tito – ha spiegato la Presidente dell’ANVGD Gorizia Maria Grazia Ziberna introducendo l’incontro – Per questo motivo ha un grande valore l’opera di ricerca di Franco Gobbato, autore di “Borovnica e altri campi di Tito (con liste inedite dei prigionieri di Borovnica)” e di “La patria sconfitta”». L’autore è riuscito a ricostruire grazie ai diari dei prigionieri, ai dati forniti da istituti sloveni, alle testimonianze degli Alleati, della Croce Rossa internazionale e dell’Ospedale Militare di Udine, la tragica vita dei prigionieri del campo di Borovnica, ma anche di altri campi sia di transito che stanziali che furono aperti in altri luoghi della Jugoslavia. Nel secondo testo ripercorrendo le vicende vissute dal padre, diciottenne di stanza in Istria, approfondisce la storia di quegli anni attraverso documenti originali, lettere e telegrammi riprodotti integralmente da cui emergono sia i rapporti a volte conflittuali sia gli accordi tra il PCI, il Partito Comunista Sloveno e il Comitato centrale del Partito Comunista Jugoslavo.
Il vicesindaco Chiara Gatta, discendente di esuli fiumani, ha portato il saluto dell’amministrazione comunale che ha patrocinato l’evento ed ha ribadito l’importanza di questa iniziativa e delle ricerche di Gobbato per far luce su quel dopoguerra che fu estremamente luttuoso anche per i goriziani.
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Questo video nasce per contribuire a custodire e trasmettere la memoria di Borovnica, “l’inferno dei morti viventi” secondo il vescovo Antonio Santin: un campo di prigionia a circa 20 km da Lubiana, luogo di terribili sofferenze per alcune migliaia di prigionieri italiani deportati dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Era destinato alla reclusione di varie categorie di prigionieri, sia militari che civili, quasi esclusivamente di origine italiana, arrestati durante i 40 giorni di occupazione della Venezia Giulia.
Le slide iniziali introducono brevemente il contesto storico, Gorizia nel 1945, il campo di Borovnica, e “il ponte delle lacrime”, il viadotto bombardato dagli Alleati dove i prigionieri furono costretti a lavorare.

Il viadotto, costruito tra il 1850 e il 1856, era lungo 561 m e alto 38 m. Capolavoro architettonico e tecnico, era uno dei più imponenti ponti ferroviari dell’epoca e faceva parte della Ferrovia Meridionale che portava da Vienna a Trieste e Gorizia. Minato e parzialmente distrutto dagli jugoslavi nel 1941 (al momento dell’invasione della Jugoslavia da parte dell’esercito tedesco, italiano ed ungherese), venne immediatamente ripristinato da una compagnia di Ferrovieri del Genio, con un ponte metallico Roth-Wagner. Dopo il duro bombardamento degli Alleati nel 1944, il 5 maggio 1945 i tedeschi in ritirata fecero saltare i resti del ponte metallico. A partire dal maggio 1945, a guerra finita, i prigionieri italiani furono costretti dagli jugoslavi a sgomberarne le macerie, recuperando le parti in ferro, in particolare i lastroni del peso di 600 kg spostati e trasportati a mani nude da squadre di 20 o 30 prigionieri.

Costretti a subire continue e violente bastonate, attanagliati da una costante e terribile fame, costretti a nutrirsi di erba e di una brodaglia di verdure e patate secche, e a dormire sulla nuda terra o su tavolati, senza materassi, i prigionieri erano costretti a turni di lavoro massacranti per le loro condizioni fisiche. Quotidiani erano gli incidenti sul lavoro, con fratture e schiacciamento degli arti. Difficile calcolare quanti morirono per le violente bastonate, le infezioni, i traumi, il deperimento organico e le fucilazioni. Eccezionale la testimonianza di Nino Ceccarelli, ultracentenario, nato nel 1924, che restituisce voce e volto a una vicenda che non deve essere dimenticata.
Professoressa Maria Grazia Ziberna
Presidente del Comitato Provinciale dell’ANVGD di Gorizia



