Le fortificazioni dei bersaglieri lungo la ferrovia Transalpina [recensione]

29.07.2026 – Siamo nella ex provincia di Gorizia del Regno d’Italia, oggi Slovenia. La ferrovia Transalpina, costruita ai tempi dell’Imperatore Francesco Giuseppe, dopo l’8 settembre 1943 fu un assetto nevralgico per i rifornimenti alle truppe tedesche che avevano appena invaso l’Italia. Per difendere questa importante infrastruttura, da Trieste a Jesenice (ai confini  con la Carinzia), furono inviati i bersaglieri addestrati a Verona. Per 18 mesi essi condussero una difesa disperata contro i partigiani di Tito. A fine guerra si arresero e fecero una brutta fine nelle mani dei titini comunisti. Significativo, infatti, è il sottotitolo del libro di Paolo Stendardo e Marco Bukovec edito da Luglio Editore Le fortificazioni dei bersaglieri lungo la ferrovia Transalpina: “Dove i partigiani di Tito non riuscirono a passare”.

Gli autori hanno rivisitato le strutture militari del Novecento con molte immagini e spiegazioni tecnico-militari. I toponimi sono in lingua italiana con l’aggiunta della traduzione in sloveno, per attualità. La ferrovia Transalpina è un susseguirsi di ponti, viadotti e gallerie. Per i sabotatori non c’era che l’imbarazzo della scelta per gli attentati.

Metti assieme un triestino generale dei bersaglieri col pallino delle mappe, dei ponti, delle gallerie e delle casematte con un goriziano slovenofono appassionato di storia del confine orientale e ne esce questo libro che è un mix di cultura della pace e rispetto dei Caduti per amor patrio nel quadro della Casa comune europea. (Nell’immagine qui sotto, la copertina del volume e uno scorcio della Ferrovia Transalpina).

Durante la seconda guerra mondiale accadde che l’Italia con le forze dell’Asse, il 6 aprile 1941, invase la Jugoslavia, poi gli invasori si spartirono il territorio occupato. Dopo l’armistizio e lo sbandamento militare del 1943, preceduto dallo sbarco alleato in Sicilia, alcuni soldati italiani aderirono alla R.S.I. e furono impiegati nei territori orientali facenti parte dell’Adriatisches Künstenland – Zona di Operazioni Litorale Adriatico, creata dal Terzo Reich. Detta area geografica comprendeva le provincie di Trieste, Udine, Gorizia, Pola, Fiume e Lubiana. Nonostante fossero ammesse solo bandiere con la svastica di Hitler, i bersaglieri non ammainarono il Tricolore.  Il testo si inserisce quindi a pieno titolo nella complessa storia del confine orientale.

Quei militari arruolati a Verona, alcuni dei quali studenti sedi-diciasettenni, con una forza media di circa 800 uomini, erano parte del I Battaglione Volontari Bersaglieri “Benito Mussolini”. Essi presidiarono un tratto della Transalpina lungo quasi 30 km, che correva a ridosso del confine tra Regno d’Italia e la Jugoslavia, sancito dal Trattato di Rapallo 1920, dopo la Grande guerra. Molti di loro avevano indossato la divisa grigio-verde intenzionalmente, mentre un terzo di loro era prescritto di naia.

Come mai il battaglione recava quel nome, secondo certi storici, così “ingombrante”? È  che Benito Mussolini prestò servizio militare come bersagliere nel 1905-1906 proprio in quella caserma a Verona. Tra l’altro, l’edificio di cui si tratta faceva parte delle storiche Caserme del Campone (quartiere San Zeno), costruite dagli austriaci tra il 1847 e il 1854. Per gli Autori quella denominazione non fu una scelta ideologica.

Questo libro è un poema sul confine orientale. È un testo di cartografia, di storia, di geografia o di archeologia militare? Forse tutte queste cose insieme, sprigionando un sentimento di pace in dimensione europea.

Paolo Stendardo è un generale triestino in congedo dei bersaglieri, che vanta una bisnonna slovena nata nella ex Carniola austriaca sull’incantevole lago di Bled. Marco Bukovec, nato a Gorizia e appassionato di storia locale, proviene da una famiglia italo-slovena dell’Alta Valle dell’Isonzo e svolse il servizio militare negli alpini. Dal loro incontro ne è uscito questo originale testo di rivisitazione storica.

Gli attacchi dei partigiani jugoslavi avvenivano di notte. Le battaglie più importanti lungo il corso del torrente Baccia si svolsero tra giugno e luglio del 1944, a pochi giorni dallo sbarco in Normandia, che apriva un nuovo fronte in Europa, mettendo in crisi i tedeschi. Gli uomini di Tito, approfittando della debolezza del nemico, tentarono di sfondare fino a Gorizia, tenendo impegnate le forze avversarie. Dopo cinque giorni di scontri armati, compresi i bombardamenti aerei degli alleati e il martellamento dell’artiglieria, gli 8.000 miliziani jugoslavi non riuscirono nell’intento, ma provocarono feriti e morti tra i 350 bersaglieri, i 180 alpini del Reggimento “Tagliamento” e i 150 Gebrigsjäger investiti dall’attacco. La linea ferroviaria fu danneggiata per vario tempo, alcune postazioni difensive furono distrutte, ma con le nuove reclute giunte da Verona furono risistemati i fortini, le ridotte e i reticolati con gli ordigni esplosivi, con tanto odio del IX Corpus sloveno. Gli slavi gridavano: “Juris” (All’attacco!) e i bersaglieri rispondevano: “Italia”. E l’Italia restò là fino alla fine di aprile 1945. Alle intimazioni di resa i bersaglieri asserragliati nei fortini o nei caselli ferroviari rinforzati rispondevano con pernacchie che facevano imbufalire ancor di più gli jugoslavi. (vedi pag. 189 de “Le fortificazioni dei bersaglieri lungo la ferrovia Transalpina”).

Il secondo poderoso attacco dei comunisti sloveni titini fu sferrato tra il 15 e il 18 settembre 1944. Fu un altro clamoroso insuccesso per i partigiani. Gli “uomini chicchirichì”, come venivano appellati i bersaglieri dagli jugoslavi per disprezzo, avevano tenuto le loro postazioni (pag. 74).

A guerra conclusa, dopo la resa ai partigiani comunisti, con la promessa che tutti sarebbero presto tornati a casa, gli jugoslavi, che agivano con consiglieri sovietici (pag. 73) uccisero subito un centinaio di bersaglieri. nella zona di Tolmino, i cui resti, per la maggior parte, non sono stati ancora ritrovati.   Gli altri furono costretti alle “marce della morte” verso campi di concentramento nel cuore della Jugoslavia tra cui il famigerato gulag di Borovnica, presso Lubiana, in cui sarebbero stati sottoposti a privazioni e violenze di ogni genere.

Il campo di concentramento di Borovnica

I superstiti, ridotti a degli scheletri viventi, furono rimpatriati nel 1947 da Spalato ad Ancona. Il tema dell’opera è la rivisitazione dei luoghi che ospitarono i caposaldi e i presidi dei fanti piumati, con ampio uso di carte geografiche, fonti orali e fotografie scattate in decine di sopralluoghi. Nel corso della ricerca durata anni, gli autori hanno percorso innumerevoli volte le valli interessate interrogando gli abitanti per acquisire informazioni sui luoghi, esplorando bunker e strutture in abbandono da decenni lungo la ferrovia. Il vantaggio dei ricercatori è che Bukovec conosce lo sloveno, così non c’erano incomprensioni a causa della lingua.

Un’opera editoriale così non è stata  mai realizzata. È su un frammento di storia militare che non mutò l’esito del conflitto, ma che incise sulla sorte di Gorizia e della Venezia Giulia. Difendendo la Transalpina i bersaglieri costituirono un baluardo ad una penetrazione dei titini nella pianura friulana. Sarà per tale motivo che, come ha riferito una fonte orale al recensore: “I bersaglieri del Battaglione ‘Mussolini’ sopra Gorizia erano odiati dai partigiani jugoslavi tanto che, se fatti prigionieri, li fucilavano – ha detto Franco Pischiutti – mentre riponevano un certo rispetto per gli alpini del  Reggimento ‘Tagliamento’, che comunque operavano assieme ai tedeschi,  gli alpini imprigionati dai titini venivano obbligati a spiegare l’uso delle armi mitragliatrici alle reclute slave, secondo i racconti di certi alpini di Gemona del Friuli” (fonte: Franco Pischiutti, Gemona del Friuli 1938, informazione del 13 luglio 2026).

Gli alpini del Reggimento ‘Tagliamento’ nell’ultimo giorno di guerra, tra Caporetto e Cividale del Friuli, vestirono il fazzoletto verde delle formazioni partigiane della ‘Osoppo’, di tendenza liberale, cattolica e monarchica, rispetto ai partigiani italiani delle Brigate Garibaldi, di tenenza comunista filo-Jugoslavia.

I bersaglieri si fecero benvolere dalla gente dei luoghi ove operarono.  Ciò andava contro l’ideologia jugoslava antitaliana, che detestava le fraternizzazioni, odiando ancor di più quei ragazzi italiani in divisa, coi libri del liceo vicino alla branda. I fanti piumati non attuarono alcuna rappresaglia, difesero solo la ferrovia, motivo in più per essere apprezzati dagli autoctoni, con cui erano in contatto. Il libro si legge in modo scorrevole e con grande curiosità.

Nonostante una certa retorica tenda a generalizzare i cattivi comportamenti di taluni italiani in divisa impegnati sul confine orientale c’è chi, invece, ricorda il buon rapporto creatosi tra la gente i il soldato italiano. È il caso di Sergio Pacori, nato a Gargaro, oggi Slovenia. “Ricordo che, prima della battaglia di Tarnova della Selva, nel 1945 – ha detto Pacori – le donne locali e delle zone limitrofe davano vecchie lenzuola ai militi italiani della X Mas per mimetizzarsi nelle trincee tra la neve per la battaglia contro i titini” (fonte: Sergio Pacori, Gargaro, GO 1933, esule a Gorizia, informazione diffusa in Facebook nel 2026).

Rimane significativo il fatto che gli Autori, nel corso delle interviste orali, si siano sentiti dire: “tedeschi cattivi, ma gli italiani erano buoni”.

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Il libro recensito

– Paolo Stendardo e Marco Bukovec, Le fortificazioni dei bersaglieri lungo la ferrovia transalpina. Valli dell’Isonzo e del Baccia 1943 – 1945. Dove i partigiani di Tito non riuscirono a passare, Luglio, Trieste 2026, pagg. 236 (con mappe, numerose fotografie in b/n e a colori). ISBN: 88 6803 337 8

Fonte: Blog di Elio Varutti

 

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