laregione.ch – 310307 – La memoria divisa sul dramma delle foibe (Pedrag Matvejevic)

di Predrag Matvejevic 
Ho condannato in tempi lontani, quando ancora vivevo in Jugoslavia, i crimini delle foibe, quando se ne parlava raramente ed in modo inadeguato in Italia. Così come ho scritto dei crimini dell’Isola Calva, dove perirono molti comunisti, jugoslavi e italiani, che sentivano maggiore affinità con Stalin e con Togliatti che non verso il “ revisionismo” titino.
Ho anche avuto modo di parlare degli esuli dell’Istria e della Dalmazia, dopo la seconda guerra mondiale – e lo facevo in Jugoslavia, dove era comunque più difficile farlo che in Italia.
Me ne sono andato dal paese natio come un esule volontario, proclamato dissidente da persone ben strane – solo perché la pensavo diversamente o ancora perché non intendevo assumermi la responsabilità della nuova guerra fratricida. Ho passato quasi tre anni in Francia, e da più di dieci anni mi trovo in Italia. Alcuni scrittori italiani hanno proposto al Presidente della Repubblica di assegnarmi la cittadinanza italiana per meriti culturali, e lui lo ha fatto.
Dico tutto questo visto che, per parlare di ciò che intendo affrontare, bisogna presentare in primo luogo, purtroppo, la carta d’identità. 
E la mia identità è complessa, stratificata, atipica: madre croata e cattolica di provenienza bosniaco- erzegovese, padre ortodosso nato in Ucraina ma di lingua russa e francese. Scrivo dunque questo testo da europeo che non ripudia la propria origine, e al tempo stesso da cittadino che vive in un paese che l’ha accolto con grande cordialità e amicizia.
Sì, le foibe sono un crimine grave e quelli che lo hanno compiuto meritano una condanna severa. Ma per la dignità di questo dolore corale, così come per amore di verità, bisogna dire che quel delitto fu preparato e anticipato da altri, che forse non furono sempre meno gravi. Se ciò viene taciuto, allora si corre il rischio di una strumentalizzazione “ del delitto e del castigo”, nonché di una manipolazione di entrambi.
È chiaro che nessun crimine può venire sminuito o giustificato richiamandosi ad un altro. Le foibe, di cui ha scritto, componendo uno dei più sconvolgenti poemi della Resistenza antifascista europea, il croato Ivan Goran Kovacic ´ hanno una loro contestualità storica che non possiamo rimuovere o trascurare se vogliamo dire la verità e se cerchiamo nella verità una sublimazione alla sofferenza. Perché la menzogna e l’omissione la umiliano e la tradiscono.
L’ingloriosa vicenda cominciò infatti molto prima, non lontano dai luoghi dove furono poi compiuti quei crimini. Ci appoggiamo a documenti che hanno piena credibilità. Il 20 settembre 1920 Mussolini tenne un discorso a Pola, in Istria. E dichiarò: “ Per realizzare il sogno mediterraneo bisogna che l’Adriatico sia in mani nostre; di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara”.
Le statistiche a nostra disposizione parlano di un numero di circa 80 mila esuli fra croati e sloveni nel corso degli anni ’ 20 e ’ 30.
Gli slavi persero il diritto che, ancora sotto dominazione austriaca, avevano di servirsi della loro lingua nella scuola e sulla stampa, il diritto della predica in chiesa e persino quello della scritta sulla lapide nei cimiteri. Le città e i paesi cambiarono nome e lo stesso toccò alle famiglie e agli individui. Ed è appunto in un contesto del genere che si sente parlare per la prima volta della minaccia della foiba.
Fu il ministro fascista dei lavori pubblici Giuseppe Caboldi Gigli a scrivere nel 1927: “ La musa istriana ha chiamato Foiba degno posto di sepoltura per chi nella provincia d’Istria minaccia le caratteristiche nazionali dell’Istria” ( da Gerarchia , IX, 1927).
Le foibe sono dunque un’invenzione fascista. E dalla teoria si passò alla pratica. L’ebreo Raffaele Camerini, che si trovava ai lavori forzati in Istria, alla vigilia della capitolazione dell’Italia, nel luglio 1943, testimoniò nel giornale triestino Il Piccolo ( 5 novembre 2001): “ Sono stati gli Italiani, fascisti, i primi che hanno scoperto le foibe”. La peggior cosa che gli toccò era trasportare e gettare gli antifascisti uccisi nelle foibe istriane e cospargere i loro cadaveri di calce viva.
La storia potrebbe aggiungere alcuni altri dati. Uno dei peggiori criminali dei Balcani fu certamente il duce ( poglavnik ) degli ustascia Ante Pavelic ´ . E il campo di Jasenovac fu una Auschwitz in formato ridotto, con la differenza che lì il lavoro veniva fatto “ a mano”, mentre i nazisti lo facevano in modo industriale. E anche le foibe erano una parte della strategia di questi criminali. Mi domando se c’è uno scolaro o uno studente che abbia mai potuto leggere in un testo scolastico che quello stesso Pavelic ´ , con la scorta dei suoi più abietti seguaci, poté godere per anni dell’ospitalità mussoliniana a Lipari, dove il gruppo riceveva aiuto e corsi di addestramento dai più rodati squadristi del fascismo.
E ancora: il governo di Mussolini si annetté la gran parte della Slovenia, compresa Lubiana, la Dalmazia, il Montenegro, una parte della Bosnia- Erzegovina, tutte le Bocche di Cattaro. E nella circostanza, fra il 1941 e il 1943, circa 30 mila slavi – croati e sloveni – vennero di nuovo scacciati dall’Istria e dalle terre occupate.
Le camicie nere eseguirono fucilazioni di massa e di singoli individui. Varie fonti valutano in 200 mila le persone uccise, in particolare sul litorale e sulle isole. Un numero molto probabilmente gonfiato, ma se anche solo un quarto di esso corrispondesse alla realtà, sarebbe comunque troppo.
Ci furono episodi in cui gli occupanti aiutarono anche il “ duca” cetnico serbo, il pope Djujic, un uomo che incendiava i villaggi croati e i loro abitanti, vendicandosi così delle stragi compiute dagli ustascia sulla popolazione serba. Era un modo per rinfocolare dall’esterno la guerra civile interna. A ciò bisogna aggiungere la catena di campi di concentramento italiani, di varia dimensione, dall’isoletta di Mamula all’estremo sud, a quella di Lapad nelle Elafiti, fino a Pago e Arbe, vicino al golfo del Quarnaro.
Spesso si transitava in questi luoghi per raggiungere la risiera di San Sabba a Trieste e, in certi casi, si finiva anche ad Auschwitz.
I partigiani non erano protetti dalla convenzione di Ginevra e pertanto i prigionieri venivano immediatamente sterminati come cani. Così molti giunsero alla fine delle guerra carichi di risentimento. Fra di loro c’era gente capace di compiere misfatti come quelli delle foibe. Non ci sono testimonianze di nessun genere, in nessun tipo di archivio, militare o civile, di alcuna direttiva emanata o giunta dallo stato maggiore partigiano e da Tito.
Singole persone esacerbate – fra quelle che avevano perduto la famiglia e la casa, i fratelli e i compagni – eseguivano i crimini in prima persona e per proprio conto. Così morirono anche numerosi serbi, croati, sloveni, innocenti vittime di loro connazionali.
Il fascismo lasciò dietro di sé tanto male da provocare drastiche vendette non solo nei Balcani e nei loro dintorni. Ricordiamoci del Friuli, dove non vi furono rese di conti fra diverse nazionalità, ma per il quale i dati parlano di almeno diecimila persone uccise senza processo, alla fine della guerra. In Francia ve ne furono più di 50 mila.
In Istria e sul Carso sono stati estratti finora 570 cadaveri ( lo storico triestino Galleano Fogar, orientato forse più verso la destra che la sinistra, riporta persino un numero inferiore, con l’avvertenza che nelle foibe vennero gettati anche soldati uccisi nelle battaglie svoltesi su territori circostanti, non solo Italiani). Oggi ci tocca ascoltare una propaganda che, attraverso i vari media, fa menzione di “ decine di migliaia di infoibati”.
Secondo lo storico italiano Diego De Castro ( anche lui lontano dal comunismo) nella regione sono stati uccisi circa seimila italiani. Un crimine grande a sufficienza, che non occorre aumentare parlando – come pure si fa – di 30 mila o 50 mila morti. Bisogna rispettare le vittime, e non gettarne loro addosso altre, come facevano proprio gli “ infoibatori”.
Per quanto riguarda poi il posto che tutti questi dati occupano nell’immaginario, non mi è parsa benvenuta né opportuna la propaganda diffusa dal film Il cuore nel pozzo , reclamizzato per giorni in modo insolitamente aggressivo e visto in tv da dieci milioni di italiani. La cinematografia italiana ha la straordinaria tradizione del Neorealismo e non ha bisogno di modelli rovesciati del “ realismo socialista” di epoca sovietica. E anche alle cerimonie organizzate nei giorni del “ ricordo” o ancora nelle trasmissioni televisive di maggior ascolto, sarebbe stato meglio mandare qualche ministro che nei riguardi del fascismo avesse un passato diverso…
La Jugoslavia non c’è più. Gli ultra- nazionalisti serbi, croati e di altra provenienza sono ben contenti quando la destra italiana fornisce loro nuovi argomenti di accusa nei riguardi dello Stato che hanno contribuito a smembrare. Il film appena ricordato è stato girato in Montenegro, con un attore serbo che recitava nella parte di un partigiano sloveno… Non ci sarebbe un’altra strada per rendere il cordoglio a cui partecipiamo più degno e puro, e la storia meno monca e sfigurata? E non passava forse fino a pochi anni or sono accanto a Trieste il confine più aperto fra Oriente e Occidente? Come cittadino del paese democratico in cui vivo e lavoro da più di un decennio, mi sembra che si sia trattato di una ben orchestrata campagna contro l’opposizione di sinistra e il legame che essa ha avuto con il comunismo, portatore, abbiamo sentito, di “ miseria, morte e terrore”. Il vero scopo di questa campagna non è, in verità, quello di accusare e umiliare gli slavi, ma di farla pagare ai propri oppositori riducendone le prospettive elettorali.
C’è una specie di “ anticomunismo viscerale” che, secondo le parole del mio amico, il dissidente polacco Adam Michnik, è peggio del peggior comunismo. Chi scrive ne sa qualcosa: ha perso praticamente l’intera famiglia paterna in un gulag staliniano.