ladestranews.it – 211207 – Istria, non Slovenia

Dalla mezzanotte di ieri la Slovenia entra in area Schengen. Comprendo l'entusiasmo degli sloveni, vittime inconsapevoli del processo di sradicamento culturale che li sta portando, con esiti ottimali, alla rincorsa del modello turbocapitalista occidentale. Nel passato osservavano, dal confine, con un distacco carico di risentimenti. Oggi l'american dream è alla loro portata.
La Slovenia è un paese piccolo, in forte crescita economica, ricco di risorse agricole e turistiche. Le genti sono lontane dallo stereotipo del popolo slavo gelido e guerrafondaio. Cordiali e laboriosi, si avvicinano più al tipo umano austriaco che a quello balcanico. Legati alla propria tradizione contadina, gelosi della propria singolarità mittleuropea, con un sano legame alla bandiera (furono i primi, ai tempi della disgregazione della ex Jugoslavia, a rivendicare la propria autonomia). Un popolo che, etnicamente e storicamente, è “Europa” per come l'abbiamo cantata nelle nostri sezioni giovanili.
Viene da chiedersi cosa resterà della saviezza rurale quando il sulfureo vento di Bruxelles frangerà aspro sulle pareti delle case, turbando l'equilibrio (sano) raggiunto.
 
Nulla di personale. Un ufficiale di Tresnuraghes, paesino della provincia oristanese, sottotenente del Battaglione Mussolini, fu trucidato nel 1944 dal IX Korpus di Tito nelle campagne di Tolmino. E' la storia tragica di queste terre, fecondate dal sangue di tutte le guerre del XX secolo. Fu tragico per la famiglia. Ma non sufficiente a suscitare in me pregiudizi. “All'assalto si vince o si muor”, cantavano.
Perciò non v'è odio in me, né rancori.
Tuttavia è triste il Sole, Invitto, del 21 dicembre 2007. Forse disgustato da una notte dai toni stonati.
Mi trovavo al valico di San Bartolomeo nei pressi di Muggia, ridente borgo di pescatori non lontano da Trieste. L'ultimo tocco dell'Istria italiana.
Non si era, poi, in tanti. Noi della Destra, una delegazione di AN, tante persone comuni, esuli e figli di esuli. Poco prima abbiamo camminato silenziosamente per le vie del centro di Trieste, centinaia di fiaccole. E una corona d'alloro, in ricordo dei martiri infoibati, assassinati, vilipesi ed infamati, è stata posata sulle calme acque istriane.
Dopo al valico, ad aspettare la mezzanotte per l'apertura, definitiva, della sbarra di confine. E alla mezzanotte in marcia verso l'Istria, intonando rispettosi Verdi per poi lasciarsi andare, a squarciagola, nell'Inno di Mameli. Di là, in terra istriana. Non slovena.

Nel dopoguerra furono abortiti i trattati territoriali con la Jugoslavia. La DC, oggi nostalgicamente amata, svendeva il popolo istriano e dalmata a Tito e ai suoi ripugnanti boia. L'imperialismo d'occidente imponeva buoni rapporti con il maresciallo. Cosa importava dei morti, del risentimento, della disperazione di queste genti al confine orientale. Sacrificabili, nella logica politica.
Oggi si vorrebbe annacquare tutto in un tardivo “volemose bene”, siamo tutti in Europa. Così al valico di Fernetti ieri notte si è fatta tanta festa, bevuto tanto spumante, scambiati tanti baci. Così domani Proni, e il suo governo sempre più prono, verranno a Rabuiese a festeggiare con l'anti-italiano Illy e i loro amici sloveni.
Così provano a cancellare la vergogna di quello che è successo. Così provano a nascondere la riprova dell'incapacità politica dei nostri politicanti. Quella di un ministro degli esteri che non volle dire no a chi i conti col proprio passato non li ha mai fatti. Politicanti da operetta, incapaci di rivendicare le ragioni della nazione. Le ragioni di chi ha visto i genitori scagliati vivi nelle viscere del Carso. Di quelli che hanno perso tutto, casa, terre, identità, cultura, Essenza nell'esodo. Di quelli che ancora oggi subiscono l'onta di essere guardati dall'Italia come quasi-italiani e da sloveni e croati come oscuri demoni in camicia nera.
Non si fa così. Troppo facile. Non si danno privilegi senza prima imporre chiarezza e verità. Per entrare a casa mia si chiede il permesso. E, preventivamente, se si ha qualcosa da farsi perdonare si domanda scusa. Il debitore paga i suoi debiti. L'assassino sconta la pena.
Invece eccoci. Tra frizzi e lazzi sono con noi. Senza pagare, senza ammettere. Senza risarcire, senza restituire le case, gli angoli di campagna, quei caminetti, quei letti, quei tavoli, quelle mura dove i figli di Capodistria, Fiume, Umago, avevan pianto, riso, parlato, gridato, goduto, procreato italiani.
Le lacrime di San Bartolomeo, ieri notte, non erano di gioia. Non c'è gioia in questa Europa. Solo banche, ipermercati e ingiustizia.
Non c'è pace per l'Istria e la Dalmazia.
Non c'è pace per l'Italia.

Salvatore Puleo, Portavoce La Destra regione Friuli Venezia Giulia