La volontà di indagare nel passato (La Voce del Popolo 22 ago)

Con la caduta del Muro di Berlino e il crollo dei regimi comunisti dell’Europa orientale, e in concomitanza con la dissoluzione della Repubblica Federativa di Jugoslavia, in Italia iniziò a manifestarsi un interesse per le vicende storiche del proprio confine orientale. I problemi connessi al medesimo erano stati per decenni accantonati e pertanto erano misconosciuti alla stragrande maggioranza della popolazione del Bel Paese. Siffatti aspetti venivano affrontati per lo più a livello locale. Se è pur vero che nella Venezia Giulia si è sempre parlato di esodo, delle foibe e delle deportazioni – anche strumentalmente –, qualcosa di analogo non era successo nel resto del Paese. A partire dal 2000, e in modo particolare a seguito dell’istituzione della “Giornata del Ricordo”, il problema del confine orientale italiano nel Novecento, è divenuto oggetto di studio, di analisi e di discussione. Da alcuni anni a questa parte le questioni relative alla Venezia Giulia – non solo concernenti Trieste e Gorizia bensì pure l’Istria, Fiume e la Dalmazia, cioè i territori non più appartenenti allo stato italiano – sono uscite dall’oblio. Nonostante il non poco lavoro che si dovrà svolgere negli anni venturi – in primo luogo evitare la politicizzazione degli accadimenti storici e uscire dall’angusta narrazione dei fatti, che si limita agli anni 1943-1947, per dedicarsi, finalmente, anche allo sviluppo civile in senso lato delle comunità italiane autoctone lungo l’Adriatico orientale, rammentando al contempo anche la presenza altrettanto autoctona di Sloveni e Croati –, possiamo dire che alcuni capitoli della storia d’Italia, a lungo obliterati, sono riemersi, e questo è senz’altro positivo. Dei problemi e delle tragedie che investirono questo angolo adriatico se ne parla, a livello universitario, negli istituti di ricerca, nelle pubblicazioni edite dalle case editrici dello stivale.

Un’inversione di tendenza

Fino a qualche anno fa sarebbe stato piuttosto difficile vedere nei cataloghi delle grandi case editrici nazionali dei titoli concernenti la presenza italiana ad oriente di Trieste o la storia contemporanea giuliana. Un cambio di tendenza vi è stato, la prova evidente sono le opere – molto spesso di ricostruzione storica – dedicate alle terre del confine orientale d’Italia. Grazie all’interessamento dell’editoria nazionale, decine di volumi sono usciti anche fuori dal Friuli Venezia Giulia (ossia Trieste, Gorizia e Udine) e ultimamente non sorprende affatto che importanti opere siano state dati alle stampe a Milano, a Firenze, a Roma, a Palermo, a Bologna o altrove, e trattino argomenti come le foibe, l’esodo della popolazione italiana, ma anche la storia di coloro che sono “rimasti” nella terra dei loro avi (pensiamo al lavoro di Guido Rumici, pubblicato da Mursia) o altri aspetti della storia e della cultura in senso lato delle regioni della sponda opposta dell’Adriatico, anche se, ad essere onesti, l’attenzione è rivolta solo ad un breve periodo storico – che coincide con la fase terminale del secondo conflitto mondiale e l’immediato dopoguerra – mentre pochissimo, sempre a livello nazionale, è stato scritto sui periodi antecedenti, che, invece, gioverebbe non poco a collocare nel tempo e nello spazio la realtà delle comunità italiane ivi residenti. Sino a non pochi anni fa qualora si affrontavano siffatti aspetti, gli autori di tali studi provenivano quasi sempre dalla Venezia Giulia, o erano esuli o figli di quest’ultimi, ultimamente, invece, notiamo che questi argomenti diventano oggetto di indagine da parte di studiosi che non hanno alcun legame con questi lidi, bensì nutrono un interesse scientifico che si concretizza nel loro lavoro di ricerca.

Argomenti mai prima affrontati

Tra i lavori che riteniamo debbano venir citati, e che riguardano l’Ottocento ed il primo Novecento, sono i due libri di Luciano Monzali incentrati sugli Italiani di Dalmazia, pubblicati da “Le Lettere” di Firenze. Monzali lo potremmo definire uno studioso sui generis perché ha affrontato con grande competenza e con dovizia di fonti un argomento mai prima toccato a livello accademico, che, anzi, veniva evitato per non rischiare di venire tacciati di essere fascisti o nutrire mire irredentiste. Studi rigorosi sono stati dedicati anche ai personaggi più in vista, ma che non avevano riscontrato l’attenzione degli studiosi, pensiamo al bel volume di Luca Riccardi sul senatore Francesco Salata, ma anche notevole studioso e storico nato a Ossero, sull’isola di Cherso. Quindi, anche da queste brevi annotazioni che non intendono certamente passare in rassegna i risultati della recente storiografia italiana relativa all’Adriatico orientale, ci rendiamo conto vi sia un certo interesse per la storia e la cultura di quelle contrade anche da parte del mondo scientifico extra giuliano.

Gli studiosi escono da certi schematismi

Con la dissoluzione della Jugoslavia e la nascita delle nuove repubbliche, molte questioni sono state riprese, indagate ed approfondite pure dagli studiosi sloveni e croati. Sono diventati pertanto oggetto di analisi argomenti che per decenni erano una sorta di divieto sacrale, e di conseguenza hanno suscitato, e suscitano tuttora, non poche polemiche, in quanto toccano problemi le cui ferite bruciano ancora – pensiamo ai recenti rinvenimenti delle fosse comuni nei pressi di Maribor contenenti i resti di migliaia di collaborazionisti e non solo eliminati a guerra terminata. La storiografia slovena più matura, scevra di pregiudizi e non più ideologicamente indirizzata, da diversi lustri affronta pacatamente le pagine della storia più recente, non solo il periodo della resistenza, cioè della lotta contro l’occupatore nazi-fascista, ma anche la guerra civile tra il fronte comunista e quello bianco, dei belogardisti e dei domobrani, il regolamento dei conti al termine delle ostilità, ma anche gli aspetti della rivoluzione comunista, e le eliminazioni di massa avvenute nella tarda primavera del 1945, che coincidono con la presa del potere da parte del regime di Tito.
Da oltre un quindicennio se ne sta parlando, con obiettività, con l’allestimento di esposizioni, volumi e indagini scrupolose, rammentiamo, ad esempio, gli studi relativi alla scomparsa della secolare presenza etnica tedesca nella zona di Kočevje, argomento affrontato da Mitja Ferenc. Tale storiografia ha preso in esame anche i problemi che riguardano più da vicino le terre adriatiche ovvero l’espulsione delle comunità italiane, le deportazioni nei campi di concentramento, le eliminazioni a conflitto terminato e le foibe. Tra i vari ricercatori che si occupano di tali problematiche ricordiamo Nevenka Troha o Jure Gombač con le accurate indagini relative all’esodo dal Capodistriano.
Gli studiosi sono usciti da certi schematismi, da una visione stereotipata e manichea. Per iniziare a comprendere le contrapposizioni al confine orientale si privilegia il lungo periodo ed i problemi giuliani vengono inseriti in un contesto più ampio, in modo da evitare di fare una sorta di mera storia locale. Qui non possiamo certo omettere il volume di Marina Cattaruzza “L’Italia e il confine orientale 1866-2006”, uscito presso “Il Mulino” di Bologna, che abbraccia un secolo e mezzo di storia in cui si ripercorrono le tappe e le dinamiche della politica e della diplomazia di Roma ai suoi bordi orientali.
A livello scientifico riscontriamo vieppiù un maggiore interesse per gli accadimenti più recenti nell’area adriatica e balcanica, un volume fresco di stampa è, ad esempio, “L’occupazione italiana della Jugoslavia 1941-1943” edito da “Le Lettere”, e curato da Luciano Monzali e Francesco Caccamo, in cui si delineano i sistemi di occupazione appunto nella sfera d’influenza del Regno d’Italia, creata all’indomani del crollo della monarchia dei Karađorđević. Si tratta effettivamente di un argomento non indagato a fondo dalla storiografia italiana, e che concerne l’annessione diretta della Dalmazia e di parte della Slovenia, l’unione del Kosovo e della Macedonia nord-occidentale alla cosiddetta Grande Albania e la creazione di una sfera di influenza in Croazia e nel Montenegro. Nel periodo preso in considerazione la presenza militare e civile del Regno d’Italia nei territori dell’ex Regno di Jugoslavia, oltre a distinguersi per il duro regime di occupazione, fu altresì protagonista e testimone della guerra civile tra le diverse etnie, che era scoppiata in concomitanza con lo smembramento del regno jugoslavo per opera delle forze dell’Asse, e le cui contrapposizioni erano state in parte istigate proprio dalle medesime. La complessa situazione venutasi a creare nei Balcani determinò, però, anche la quasi totale scomparsa dell’italianità autoctona dell’Adriatico orientale, che accompagnò la fase finale del secondo conflitto mondiale e l’immeditato dopoguerra, in un alternarsi di situazioni che rispecchiavano certamente la voglia di vendetta, di resa dei conti, ma anche la realizzazione di antichi, e mai sopiti, progetti di affermazione nazionale, che erano presenti ben prima dello scoppio delle ostilità, e che inevitabilmente sarebbero andati a cozzare contro le posizioni degli Italiani, così come era già avvenuto a partire dalla metà del XIX secolo.
Queste opere menzionate sommariamente evidenziano esplicitamente la volontà di indagare in profondità, per riscontrare i nessi e le origini dei problemi successivi. Se questa è la risposta della ricerca storica ben diversa è invece la situazione che riscontriamo nella pubblicistica e sui vari mezzi di informazione, che sovente divulgano inesattezze, luoghi comuni e, mi si permetta, l’ignoranza di una Nazione che ha perso la memoria storica delle terre d’oltre Adriatico!

Kristjan Knez