La Voce in Più – 090607 – Dalmazia, paradiso perduto

Già negli anni Trenta del secolo  scorso la Dalmazia, lembo solare della Mitteleuropa, era stata una meta privilegiata del settembrino turismo d'élite.

Ospitalità cosmopolita, con tavolozza gastronomica multietnica e speziata, in un susseguirsi di arcaiche città murate che nell'ora del crepuscolo evocavano allegorici squarci böckliniani; costa frastagliata, dirupi profondi, fiordi corsari, mare azzurrissimo tempestato d'isole lussureggianti di verzura e aromi mediterranei.

Un "Paradiso terrestre" esaltato dal miscredente George Bernard Shaw e bordeggiato a lungo, nell'estate del grande scandalo dinastico del 1936, da Edoardo VIII in procinto di gettare alle ortiche la corona e di sposare l'enigmatica Wallis Warfield Simpson.

Avevo nove anni e ogni mattina, appena alzato, correvo a contemplare dal balcone della nostra villa di San Piero della Brazza un lungo veliero al largo dell'isola, immobile nel silenzio che a quei tempi rarefatti, privi di stridori volgari, regnava assoluto nei siti marini esclusivi. Si percepiva appe¬na, dalla poppa lontana, il battito regolare di due bandiere nel maestrale intermittente: vi si mescolavano il rosso e il blu dell'Union Jack e del vessillo monarchico jugoslavo. Due sagome appoggiate al parapetto del naviglio, scontornate su un abbaglio di controluce, parevano in quella vastità silente fissare soltanto me.

 Un mattino il papà che mi stava accanto cercò di spiegarmi qualcosa che non riuscivo a capire bene: "Il signore vestito di bianco, che vedi sulla sinistra della signora, è il re d'Inghilterra. Fra qualche mese la signora sarà sua moglie e lui non sarà più re".

Altri regnanti, noti artisti e scrittori, attori di fama mondiale, ricchi mercanti boemi di scarpe e di birra circolavano nelle canicole estive sui loro yacht fra la dioclezianea Spalato, gli arcipelaghi boscosi, le violastre e austere bocche di Cattaro. Sapevo anche che un celebre regista di Hollywood, dal buffo e sal¬tellante nome canino di Hitchcock, che io pronunciavo Hikokko, aveva scelto come sua annuale residenza estiva l'albergo Argentina nell'antica Ragusa.  Molto più tardi un amico dalmata, l'indistruttibile raguseo Ottavio Missoni, m'informò che Alfred Hitchcock usava dire della sua preziosa città natale, ribattezzata Dubrovnik dagli slavi: "Non c'è perla più rara sulla crosta terrestre. Tra queste mura vorrei morire, e poi rinascere".

La guerra oscurò da un giorno all'altro quel luminoso e appartato mondo di frontiera e lo desertificò. La morte e il dolore consumarono il primo terribile atto della loro opera distruttiva e fratricida. Si rivide l'ancestrale coltello balcanico saettare fra il viavai delle truppe d'occupazione, Spalato offrì in sacrificio le rovine romane agli Stukas tedeschi, cinquantaquattro furiosi quanto incomprensibili bombardamenti angloamericani fecero di Zara la Dresda dell'Adriatico; poi esodi in massa, crolli di secolari ditte commerciali, attentati terroristici, cadaveri appesi per la gola su arpioni di patiboli medievali, saccheggi, genocidii, memoricidii culturali nel retroterra morlacco e bosniaco completarono lo svuotamento dell'identità locale avviando un inarrestabile processo di mutazione an¬tropologica della vecchia Dalmazia slavolatina.

S'avverava come ineludibile profezia una triste sentenza di Niccolò Tommaseo. Quel filologo principe della lingua italiana, che da Firenze inviava alla madre a Sebenico lettere in serbo-croato, già un secolo prima s'era rivolto amaramente alla sua terra incompiuta e promiscua quasi
rimproverandola: "Illiria  perduta, patria viva non ha chi di te nacque!".

Negli anni d'orrore della Seconda guerra mondiale anche il simbolo più alto dell'autonomismo dalmatico, l'aristocratica Repubblica marinara di Ragusa, dal Quattrocento non più serva di Venezia né tributaria della Sublime Porta, ap¬pariva assediata e muta dietro le sue imponenti fortificazioni come una Troia in attesa del cavallo di Ulisse. La parola "Libertas", vergata sui gloriosi stendardi delle torri rinascimentali, che in tempi di pace pre¬stavano la loro scenografia naturale all'Amleto di Shakespeare, sembrava ormai una beffa.

Dopodiché, la Dalmazia e in particolare Ragusa conobbero il grigiore di un depresso turismo di massa. Risento gli afrori poveri e vischiosi del socialismo autogestionario inventato da un maresciallo comunista che intanto, col bianchissimo yacht Galeb, scorrazzava per le sue lussuose residenze disseminate da Brioni a Spalato fino a Herzeg Novi e all'Antivari del Montenegro.

Tito si occultava come un fantasma godereccio dietro le murate del suo yacht, invisibile alle fiumane umane dilaganti sulla pietra levigata dello Stradone di Ragusa, o "Stradun", che taglia in due il cuore cittadino, dedito nell'età d'oro della repubblica allo splendore delle arti e dei traffici. Sudori grevi, vociumi starnazzanti, panini oleosi, abnormi gelati schipetari, calde bottigliette di Pepsi-cola in stridente contrasto con i palazzi modellati da Michelozzo e le tele di Tiziano, Pordenone, Vasari, custodite fra incunaboli e pergamene nelle basiliche domenicane e nei monasteri francescani.

C'erano anche i nuovi ricchi, mescolati a qualche indefesso nuotatore eurocomunista come Santiago Carrillo. Questi privilegiati del capitalismo e del socialismo pranzavano negli storici alberghi Argentina ed Excelsior, contemplando dalle terrazze ombreggiate l'isolotto botanico di Lokrum: lì, fra rare piante esotiche, l'arciduca Massimiliano d'Absburgo, proveniente dal castello triestino di Miramare, aveva pernottato prima di ripartire su una nave da guerra per il Messico dove lo aspettavano Benito Juarez e il plotone d'esecuzione.

Giunse poi il secondo ciclo della distruzione. L'ultima cosiddetta "guerra balcanica". Ragusa, ormai conosciuta dalla pigra comunità internazionale col nome di Dubrovnik, doveva entrare per prima, fin dal 1991, nella lista sempre più tragica delle città martiri Vukovar, Sarajevo, Srebrenica – assediate dalle soldataglie agli ordini della cricca nazionalcomunista di Belgrado. La protezione garantita dall'Unesco alla millenaria città d'arte, "patrimonio dell'umanità", non bastò a proteggerla dalle cannonate della marina serbizzata, dai mortai delle artiglierie "federali", dai cecchinaggi e saccheggi perpetrati nel circondario da selvagge bande armate montenegrine.

 Per diversi mesi la popolazione, privata di luce elettrica, d'acqua, di cibo, visse assetata e affamata sotto le granate nei sotterranei della cittadella oscurata e prigioniera. La compattezza petrosa di una struttura urbana piena di vicoli ravvicinati, di palazzi, scalinate, chiese, conventi quasi incastrati gli uni negli altri tutti lontani dai cimiteri fuoriporta, non concedeva alla gente sfinita spazi per la sepoltura delle vittime dell'assedio.

L'appello lanciato allora al mondo da due ministri europei, l'italiana Margherita Boniver e il francese Bernard Kouchner, attivi in missio¬ne umanitaria fra le macerie, dipingeva un quadro terrificante: "La situazione attuale ci mostra bambini morti sotto le bombe, pietre secolari che si sbriciolano. Le donne e gli uomini accerchiati, privi d'acqua da 45 giorni, non hanno più speranza nell'aiuto dei loro simili. Dobbiamo salvare la storica Dubrovnik, isola di pace, città bianca e la sua regione".

Mi chiedo quanto e cosa sanno, di quell'orrendo calvario raguseo, avvenuto quindici anni fa nel cuo¬re di un'Europa tranquilla, i molti e danarosi visitatori che, sulle tracce dei duchi di Windsor, stanno riscoprendo oggi la malia di una delle più belle e struggenti località mediterranee. Le cronache estive, esaltando l'improvviso boom turistico di Dubrovnik, "Atene degli slavi meridionali", estraggono da una massa di anonimi 600 mila viaggiatori alcuni nomi fuori serie: Carlo d'Inghilterra, Carolina di Monaco, Rania di Giordania, la principessa Sayako, a cui s'aggiungono in sott'ordine vip cinematografici e salottieri come Michael Douglas, Catherine Zeta-Jones, Tom Cruise, Christopher Walken, John Malkovich, il magnate russo Roman Abramovich.

Torno a domandarmi: tutti questi astri del variopinto firmamento mondano sanno qualcosa del sacco medieva¬le che nel 1991, per volontà serba, incombeva su una città indifesa, a netta maggioranza croata, che da secoli non era più un porto importante né una decisiva postazione strategica? Si può ben dire che l'ignoranza, a proposito di Ragusa-Dubrovnik, è davvero generalizzata poiché si espande con ottusa distrazione dal passato recente ai secoli andati.

Quanti miliardari italiani, che ancorano le loro barche nel porticciuolo di Gruz, sanno che il latino e l'italiano erano lingue d'ufficio negli atti della repubblica ragusea? Quanti sanno che Ruggero Boscovich, fondatore dell'osservatorio astronomico di Brera, alla cui memoria Milano ha dedicato una via importante, era un illuminato gesuita nato nel 1711 a Ragusa? Quanti britannici ricordano che la parola inglese "argosy", nave mercantile, deriva dal nome dei galeoni di Ragusa? Chi ormai conosce Ivan Gundulic, autore di poemi epici cinquecenteschi da cui crebbero, da una radice latina, i primi tronchi della letteratura croata.

Ma la cosa più sconcertante resta l'amnesia ipocrita di serbi e montenegrini. Ecco. I signori della guerra montenegrini che per conto dei serbi bombardavano Dubrovnik, fingevano di non sapere che lo jugoslavismo, l'ideale della fratellanza fra serbi e croati, aveva avuto proprio nel raguseo Frano Supilo il missionario geniale che, parlando alla pari con Woodrow Wilson e Georges Clemenceau, seppe imporre con successo la causa unitaria degli slavi meridionali sul tavolo di Versailles.

Concludendo, vale la pena di ricordare come il pugnace jugoslavista Supilo descriveva i contrasti, per così dire tommaseani, convergenti nella sua sfaccettata e ricca personalità: "Sono un dalmata che talora traduce in italiano sentimenti slavi, e talaltra in slavo pensieri italiani".

 È la storia stessa di Ragusa e della Dalmazia che si definisce così e si confessa nelle parole di uno dei suoi figli migliori.

Enzo Bettiza “La Stampa”