La Voce del Popolo – 250208 – Franco Baresi fra gli italiani a Pola

Pola ha ospitato la sedicesima edizione dello Sportivo dell’anno UI, un appuntamento che quest’anno ha regalato grandi emozioni grazie alla presenza di Franco Baresi. Fabrizio Somma dell’UPT e Francesco Fiore del Calcio Treviso difficilmente avrebbero potuto trovare dei personaggi di questo profilo come ambasciatori dello sport italiano per un evento in cui si premiano i migliori sportivi dell’anno. Si chiude così nel modo migliore una stagione, a coronamento di un anno di intensa attività sportiva promossa dalla Sezione sportiva dell’Unione Italiana in collaborazione con l’Università Popolare di Trieste.
Così come faceva da difensore, Franco Baresi ha dimostrato di cavarsela alla grande anche nei disimpegni sotto il pressing delle domande dei giornalisti, dei fan e di personaggi che siamo abituati a seguire in altri ruoli, come Furio Radin e Maurizio Tremul, i massimi esponenti dell'Unione Italiana, una volta tanto in grado di scrollarsi di dosso la politica. Tra conferenza stampa, interviste fatte al volo e dichiarazioni a microfoni e telecamere puntate da tutte le direzioni, Baresi è uscito con il sorriso dall’evento polese di cui è stato il grande protagonista. È stato il testimonial ideale per il momento clou della stagione sportiva nell’ambito della Comunità Nazionale Italiana, che ha avuto come sede la Casa dei difensori croati davanti a quello che in un derby viene chiamato il pubblico delle grandi occasioni. Ha avuto modo di parlare anche di derby l’ex bandiera del Milan, bombardato da domande di vario genere.
C’è voluta l’energia e la concentrazione di una finale importante per accontentare tutti e alla fine a nessuno è stata negata la risposta. Sull’attaccamento alla maglia del proprio club quando ci sono ormai poche bandiere, e sulla rinuncia da parte di certi giocatori alla nazionale Baresi ha delle spiegazioni: “È difficile oggi che un giocatore possa rimanere nella stessa squadra vent’anni come Maldini. Non è perché uno non sente l’attaccamento alla propria società. Con le frontiere aperte ci sono molte più possibilità per cambiare. Un tempo non c’erano giocatori italiani che andavano all’estero, ma oggi è diverso, anche se il calcio italiano rimane molto importante, anche economicamente. Se c’è l’opportunità, comunque, uno va anche all’estero. Sulla scelta di non giocare in nazionale fatta da certi giocatori, ad esempio Totti o Nesta, credo di poter dire quali possono essere i motivi. Giocando continuamente ad alti livelli per i club e quindi per la nazionale, i giocatori possono capire di non potercela più fare a rendere al massimo. A quel punto sono consapevoli di dover rinunciare a qualcosa. Non essendo più giovanissimi decidono di lasciare la nazionale anche se, obiettivamente, avrebbero ancora potuto dare molto. È una cosa umana dire basta quando ci si sente stanchi. Ci sono magari anche quelli che si sanno gestire, come Del Piero, che negli ultimi anni non gioca sempre con la Juve, mentre Totti con la Roma è sempre in campo. Se giocano, poi, siamo sempre pronti a criticarli quando non vanno molto bene e quando le squadre non raggiungono gli obiettivi desiderati”.
A proposito di attaccamento, Baresi ha parlato anche dei tecnici che hanno maggiormente contribuito alla sua carriera: “Nils Liedholm è stato il primo a darmi fiducia quando avevo 18 anni e tra l’altro in un ruolo a quel tempo difficile, come libero. L’ho ritrovato successivamente come allenatore. Accanto a lui ci metterei Sacchi e Capello. Ho giocato cinque anni sia con Liedholm che con Capello e quattro con Sacchi. Ognuno di loro mi ha dato qualcosa”.
GIOVANI ITALIANI E FAIR-PLAY Il campionato italiano è invaso dagli stranieri, ma Baresi non drammatizza: “Credo che oggi il settore giovanile sia più curato, anche in base alle norme FIFA e UEFA in base alle quali le società dovranno inserire nella rosa tre giocatori cresciuti nel vivaio. Ci sarà più attenzione per i giovani che saranno più numerosi nelle rose”.
Franco Baresi al Milan guida le giovanili così come il fratello Beppe sta facendo all'Inter. Quando si parla di rivalità nel calcio, molto spesso si deve parlare anche di violenza e intolleranza. “Beppe e io abbiamo una grande stima reciproca, ma nessuna rivalità. Quella c’era, e durava i novanta minuti di un derby. Oggi lui lavora, come me, con le giovanili, e sta attraversando un momento felice, anche con l’Inter in campionato. Il terzo tempo è una bella iniziativa, ma temo che nel calcio non ci sia ancora il culto della sconfitta. Non ci si rassegna a perdere anche se è chiaro che non è possibile vincere sempre”.
Sergio Delton, responsabile della Sezione sportiva dell’UI e conduttore della serata, aveva insistito che il premio fair-play fosse consegnato da Baresi. La rovignese Chiara Malusà lo ha ricevuto dalle sue mani ed è certo che se lo ricorderà per sempre e che questo le sarà un ulteriore stimolo per continuare a credere in quelli che sono i valori autentici dello sport, dal sacrificio al rispetto per gli avversari. “Quello che io cerco di dare ai giovani del Milan – racconta l’ex capitano rossonero – è la mia esperienza sia dal lato calcistico che da quello umano. È importante saper giocare, però lo è altrettanto sapersi comportare. Occorre avere l’equilibrio, la stabilità e un po’ di fortuna, oltre alla passione e all’entusiasmo. Si deve imparare a stoppare il pallone e a smarcarsi, ma ci vogliono anche quei valori che ci si porta dietro tutta la vita”.
CHAMPIONS E CAMPIONATO Non c’è voluto molto per passare al presente e a temi decisamente più prosaici. In Champions League il Milan è uscito indenne dal match di andata dei quarti con l’Arsenal a Londra e chiunque ne capisca qualcosa di calcio sa che la squadra di Ancelotti è da temere fino in fondo. In campionato è diverso. “Il campionato – ammette Baresi – è difficile che lo conquisti il Milan, ma in Champions è un altro discorso. Non è che all’inizio della stagione la società abbia deciso di rinunciare al campionato, ma giunti a questo punto, ci si gioca tutto in Champions”.

Lucio Vidotto