La Voce del Popolo – 180807 – Buie, l’antica sentinella dell’Istria

Nella sua posizione preminente – su una sorta di elevato costone che si stacca nettamente dalle campagne circostanti – e al punto di confluenza di strade che raccordano la costa con l’interno, Buie era evidentemente destinata ad assumere un ruolo di rilievo in quella parte dell’Istria, sia per quanto riguarda l’attività rurale, segnatamente nel campo vinicolo, sia in un modesto ma vivace ambito commerciale. Costituisce un esempio significativo di quella che si potrebbe definire l’evidenza panoramica di molte, di tante località d’Istria. Provenendo da nord e da sud-ovest in particolare, la visione della cittadina risulta indimenticabile con le sue vaste distese di vigneti.

Quesi vini conosciuti anche a Venezia

E certamente fu degna di nota, almeno in passato, la presenza di Buie anche nel settore agricolo – i suoi vini erano famosi e diffusi non solo a Trieste ma anche a Venezia – mentre ai nostri giorni purtroppo, nonostante la meccanizzazione in atto, vasti tratti della sua campagna – come in molte altre parti soprattutto della bassa Istria – rimangono praticamente abbandonati.

Case sparse tra i campi come alveari d’api

Un grande autore triestino, Giuseppe Caprin che molte altre volte abbiamo citato, nella sua opera “I castelli dell’Istria” scrive: “Tra i comuni liberi ed affrancati, non molto lungi da Montona si trovano Portole e Buie”. E quindi continua: “Buie andò a sedersi sull’estremo angolo di un monte, per cui domina quasi tutta la penisola e signoreggia il proprio territorio, formato da giacimenti di terra generosa”. Prosegue quindi con delle annotazioni pressoché romantiche: “Sorride a tutta quella natura obbediente che inghirlanda il lavoro, a tutte quelle case sparse tra i campi come alveari d’api presso a pascoli di fiori. Scioltasi tardi dalla soggezione patriarcale (la solita di Aquileia!), serbò in vita per lunghissimo tempo le istituzioni religiose fuse con le costumanze paesane. Ancora al principio del secolo scorso (cioè nel 1700), contava nel suo non troppo vasto contado, ben venti chiese dipendenti dalla collegiata. Le fogge degli abiti in uso erano copiate da quelle dei gentiluomini e dei popolani di Venezia. Gli uomini portavano il cappuccio fiorentino e le donne si coprivano con gli zendali neri e la pieta bianca”.

Le croci inghirlandate di spighe novelle

Ed ecco altre sue note circa la cittadina di Buie. “Le rogazioni, che ci ricordano le feste romane della primavera, conservavano molte particolarità delle processioni campestri descritte da Virgilio. Narra un cronista che ‘benedette le campagne, nel ritorno della processione, il primo giorno dalle finestre si gettavano sopra le croci e i devoti grani di frumento e le croci erano inghirlandate di spighe novelle; nel secondo si gettava dell’uva secca e le croci avevano corone di pampini; il terzo giorno si gettavano olive e si accerchiavano le croci con ramoscelli di olivi. Dunque Cristo ed i santi tutelari, venivano onorati con le pompe pagane delle feste di Cerere’”.
Abbiamo al proposito chiesto a due donne che chiacchieravano sotto il monumento alla capra, simbolo dell’Istria, se le rogazioni si facessero ancora dalle loro parti, al che una di loro ci rispose: “I preti de ogi no’i sa gnanche cossa che xe le rogazioni!".

La legge del taglione

Per quanto riguarda la storia, forse all’inizio sede di un castelliere preistorico, il colle di Buie con la sconfitta degli Istri ospitò certamente un abitato di epoca romana chiamato Bullea che dal 1102 passò sotto il dominio dei patriarchi di Aquileia e il cui patriarca Gregorio Montelongo nel 1215 la diede in governo alla città di Capodistria. Nel 1257 però diventò comune libero e un frammento di quel suo statuto medioevale viene ancor oggi conservato nell’Archivio storico di Fiume. Questo statuto, assieme a quello di Portole, possono dirsi – come afferma lo storico Kandler – “costituzioni gemelle, derivate da un tipo unico, corrette dalla cresciuta civiltà, ma che nondimeno mostravano ancora tracce della legge del taglione, ordinando, per esempio, che qualunque cittadino, abitante o forestiero, tagliasse ad altro cittadino, abitante o forestiero qualche membro, sia condannato a perdere simile membro senza remissione!”.

Le reliquie di San Servolo

Dal 1412 ebbe inizio la lunga sottomissione a Venezia che durò praticamente fino al 1797. In quei secoli il borgo era certamente cinto da mura e vennero innalzati importanti edifici quali il Santuario della Madonna della Misericordia (fine Quattrocento) e la Cattedrale di San Servolo, nell’alta piazza San Marco. L’odierno Duomo, in stile barocco classicheggiante, si presenta nella ricostruzione del secolo XVIII. Probabilmente al suo posto fino al XIII secolo si ergeva un tempio dedicato a Giove. Il portale è l’unica parte della facciata portata a compimento rispetto al progetto originale e per la costruzione sono stati utilizzati resti di colonne (ben visibili) e capitelli della preesistente chiesa romanica. È dedicato a San Servolo, che era un giovane cristiano dell’antica Tergeste (Trieste). Dice la leggenda che all’età di dodici anni si ritirò in una grotta dove rimase un anno e nove mesi pregando e digiunando. Quando fece ritorno a casa incontrò un enorme serpente, che si dileguò non appena egli si fece il segno della croce. Nel 284, a soli quattordici anni fu martirizzato. Alcune reliquie vennero portate a Buie e vengono conservate nell’altare maggiore.
Anche il campanile (48 metri) ha una sua bella storia. Attualmente troneggia accanto al Duomo con il Leone di San Marco e vari altri fregi. Anticamente era punto di vedetta che diede a Buie l’appellativo di “sentinella dell’Istria”. Dal momento che era un ottimo osservatorio per spiare le mosse dei vicini, nel 1414 su richiesta dei Piranesi (con i quali non correva certamente buon sangue), la Repubblica di Venezia ne concesse la demolizione. Ma, date le proteste dei cittadini, fu ricostruito nel 1480 sulle rovine del precedente.

La leggenda della statua della Madonna

Un’altra leggenda riguarda la già citata chiesa della Madonna della Misericordia. Si racconta che nel 1497 al buiese Paolo Razizza apparve in sogno la Beata Vergine. La visione lo spinse a vendere tutte le sue proprietà e a recarsi a Venezia per comperare una statua che assomigliasse a quella del sogno. Visitò parecchie botteghe e alla fine ne scelse una con uno sguardo davvero materno. La acquistò ma, ritornato a Buie di notte, trovò le porte delle mura chiuse e dovette pernottare in un orto. Al mattino, appena svegliatosi, volle alzare la statua ma non riuscì a farlo neanche con l’aiuto di molti amici. Questo fu interpretato come la volontà della Madonna di rimanere in quel posto. E dunque fu qui che l’anno dopo, nel 1498, si decise di costruire la cappella diventata in breve meta di pellegrinaggi. La primaria chiesetta venne ampliata diverse volte fino a raggiungere nel 1587 le dimensioni attuali, come testimonia l’iscrizione sull’architrave della porta laterale sinistra del santuario.

Le contrade più vecchie

Altre moltissime leggende vengono ancora ricordate soprattutto dagli abitanti delle due contrade più vecchie: Villa e Cornio. La prima, con le sue calisele, è il più antico nucleo abitativo, con case che purtroppo sono in massima parte cadenti. La seconda è nota per il portale della corte Macor (soprannome della famiglia Tagliapietra) con decorazioni a forma di sfera. Per questo, quando succedeva una qualche malaugurata tempesta, i buiesi usavano dire: “Che tempestada! I grani jera grossi come le bale dela corte Macor!”….
Naturalmente non possiamo finire senza ricordare gli asini e le loro leggende. L’asino, meglio el mus, era il simbolo dell’agricoltore perché la configurazione collinosa dei terreni circostanti la cittadina, se gratificanti nel prodotto erano difficoltosi da lavorare. Ancora dopo il Secondo conflitto mondiale a Buie c’erano oltre 270 asini, praticamente uno per ogni famiglia e venivano adoperati per la soma sul dorso, per il traino dei carri, per l’aratura, per l’impiego in tantissimi altri usi domestici.

«El famoso mus de Obi»

Una bella leggenda raccontatami dagli alunni della Scuola elementare di Buie, parla dell’asino di Obi, meglio del mus de Obi. Chi era questo Obi? Era uno dei tanti contadini sempre al lavoro sui campi. Il suo asino invece, poveraccio, era vecchio, anzi molto vecchio, spelacchiato, con i crini quasi bianchi. Così Obi decise di venderlo e di comperarne uno giovane e forte. Ma dato che aveva pochi soldi escogitò un trucco: per farlo ringiovanire lo dipinse tutto con una lucida pittura nera. Quando però lo portò al mercato tutti i presenti si misero a ridere ma egli tuttavia riuscì a venderlo a un forestiero. La settimana dopo Obi ritornò al mercato e dato che un tale chissà da dove aveva portato a vendere un bellissimo asino, sborsò tutto quel che aveva pur di comperarlo. Contento perché era convinto di aver fatto un buon affare, lo portò nella stalla e il giorno dopo si recò nella vigna. Era appunto qui quando incominciò a piovere a dirotto e Obi perciò decise di tornare a casa ma, con suo grande stupore, si accorse che la vernice sgocciolava facendo intravedere sul dorso della bestia un pelo grigiastro. E fu così che riconobbe il suo vecchio asino. Ed è da allora che quando si vuole ricordare una truffa non ben riuscita si nomina el famoso mus de Obi….