La Voce del Popolo – 180408 – A Pola abolita la lingua di S.Francesco

chiesa parrocchiale di Sant'Antonio che sovrasta l'Arena di Pola. Il
problema, da latente, è divenuto esasperato, dal rifiuto di accontentare la
"forma" di una sola, unica canzone attinta dal repertorio sacro in lingua
italiana fino ad arrivare al repulist di numerosi membri dalle file del
coro, per lo più appartenenti della Comunità nazionale italiana, da quanto
pare rei d'indisciplinatezza nell'aver richiesto il ripristino di una
liturgia mai soppressa a memoria di parrocchia. La conferenza stampa
convocata ieri presso la Comunità degli Italiani di Pola ha visto
spalleggiare e difendere i diritti dei professanti la fede cattolica, lo
stesso parlamentare nonché presidente dell'Unione Italiana Furio Radin. Al
suo fianco, in qualità di fedeli "espulse", Lidija Percan, nota cantante
"istriana croata" come suole definirsi, che secondo quanto fatto notare da
Radin ha sempre cantato benissimo sia in croato che in italiano, nonché
Franca Moscarda, appartenente alla Comunità nazionale italiana, pluriennale
insegnante di musica. Muta presenza da autoinvitato ospite – spettatore è
stata quella dello stesso parroco di Sant'Antonio Tomislav Hrstic che
nonostante le reiterate richieste dei numerosi cronisti convenuti, non ha
voluto proferir parola, limitandosi a piazzare il cellulare in funzione di
registratore davanti al parlamentare e a seguire l'incontro stampa con il
sostegno di un interprete simultaneo per intendere le dichiarazioni
pronunciate in lingua italiana.

Appoggio dell'Unione Italiana

"In accordo con le presenti fedeli, membri del coro parrocchiale – ha
rilevato Radin – ho taciuto per mesi sulla situazione che vede lesa la
tradizione del bilinguismo minimo presso la Chiesa di Sant'Antonio, in
quanto le stesse avevano tentato di raggiungere un accordo all'interno della
comunità religiosa stessa e infine richiesto un colloquio con il vescovo
Milovan. La mia presenza qui sta a significare solo che hanno l'appoggio
dell'Unione Italiana. La Chiesa oggi si pronuncia in merito ai problemi
sociali perché i fedeli sono appartenenti dell'ambiente sociale a pari
diritto. La Chiesa agisce pubblicamente e per questo gode dell'appoggio
statale e giustamente si esprime in maniera critica in merito a tutti i
problemi sociali, in altre parole è anche passibile di pubblico giudizio,
quando un tanto si rende necessario. Credo che ci troviamo di fronte ad un
caso del genere e la nostra protesta non è indirizzata solo a fra Tomislav
Hrstic, che evidentemente non comprende la nostra realtà, ma anche alla
gerarchia ecclesiastica che lo sostiene fino innanzi alle porte vescovili."

Bilinguismo nel rispetto della comunità sociale

Nella necessità di dover tornare a ribadire quanto già ribadito in merito al
rispetto del diritto al bilinguismo, il presidente dell'Unione Italiana ha
rimarcato che Pola è per statuto città bilingue, dove si tenta di introdurre
l'uso della lingua italiana ai livelli che contano, delle autonomie locali,
dell'amministrazione e degli organi di giustizia. Qui si considera che non
si può né si vuole costringere la Chiesa al bilinguismo, ma altresì si
ritiene che un tanto dovrebbe essere un suo dovere nel rispetto della
comunità sociale alla quale appartiene e dove agisce pubblicamente.

"Siamo testimoni – ha continuato Radin – che la lingua italiana nelle chiese
istriane, incluse quelle dei comuni bilingui, viene applicata in maniera
estremamente ridotta, mentre i fedeli italiani sono numerosi, molti di più
di coloro che frequentano le chiese fuori dalle grandi festività religiose.
A tenerli lontano dalle chiese è proprio l'atteggiamento che molti parroci e
appartenenti al clero hanno assunto nei confronti dei fedeli italiani.

 Spesso chiedo loro come si comporta il parroco e spesso ottengo risposte
con critiche che si riferiscono alla questione della nazionalità. Io so che
gli italiani in Croazia non sono nazionalisti, nessun comportamento di
appartenenti alla comunità che rappresento non è mai stato proclamato tale.
Spero che anche i sacerdoti, frati e altri appartenenti al clero non siano
nazionalisti."

Consulta dei fedeli UI

Radin ha risaltato quindi il fatto che l'Unione Italiana tiene conto dei
problemi dei fedeli, ma evidentemente ciò non è sufficiente. Perciò: "Alla
prossima riunione dell'Assemblea e prima ancora alla Giunta Esecutiva, come
già d'accordo con il suo presidente Maurizio Tremul, proporrò l'istituzione
di una Consulta dei fedeli dell'Unione Italiana, così come fatto per la
Consulta delle Comunità degli Italiani e delle istituzioni scolastiche." Un
tanto come segnale di attenzione nei confronti delle problematiche religiose
e dei fedeli, ma anche come manifestazione di preoccupazione nei confronti
dello status che i praticanti cattolici italiani detengono in Croazia ma
anche in Slovenia da dove parimenti sopraggiungono segnali che destano
turbamento. Convinto, alla fine, Radin, che casi del genere come quello di
Sant'Antonio devono servire da stimolo affinché tra i rappresentanti della
chiesa cattolica (prima di tutto in Istria ma anche oltre) e l'Unione
Italiana si apra un dialogo che consolidi i rapporti.

Lidija Percan: «Non serviva arrivare a tanto»

Spontaneo e molto emotivo è stato l'intervento di Lidija Percan che ha
praticamente intavolato un appello diretto al sacerdote dalla presenza muta.

"Ho profondo dispiacere che ci si debba trovare in una tale circostanza. Le
cose andavano appianate senza arrivare a questo. Il vescovo ci avrebbe
dovuto ricevere. Ho sempre dato tutta me stessa a questa chiesa e mai è
successa una cosa del genere. Mai non c'è stata frazione nel coro
parrocchiale. Perché mai le ha disturbato una sola canzone in lingua
italiana?". E via di questo passo, affermando nel linguaggio dei fedeli che
la madre di Dio è la madre di tutti i fedeli, che negare la musica sacra l'ha
profondamente colpita, dopo una vita di partecipazione alle messe cantate,
che mai da questa chiesa nessuno è stato allontanato e che da sempre si è
cantato in maniera bilingue.

Da vent'anni in qua una canzone in italiano

A continuare il discorso è stata poi Franca Moscarda con un po' di
cronistoria. La chiesa di Sant'Antonio – ha detto – è stata costruita negli
anni 40 per volere della gente polesana. Il coro parrocchiale è stato
costituto nel 1953 ed ha cantato sempre in italiano.
Dopo la seconda guerra mondiale, una messa veniva officiata in italiano e
altre in croato con i medesimi coristi che accompagnavano ogni liturgia.
Ogni domenica, da vent'anni a questa parte, si canta una sola canzone
italiana e ci si accontenta. Questa è una tradizione nel rispetto della
minoranza autoctona che fa parte della comunità cattolica di Sant'Antonio".

Primo allarme lo scorso maggio

Si è reso quindi noto che il problema della proibizione è insorto la prima
volta nel maggio dell'anno passato, per la seconda volta in ottobre, al
momento della registrazione della santa messa missionaria su radio cattolica
croata ("avevamo ricevuto il programma-repertorio mancante della canzone
italiana, con la spiegazione del parroco che si trattava di un'emittente
radiofonica croata"), la terza volta in novembre con atteggiamenti molto
irriguardosi, sgarbati, per la messa dedicata alla guerra patriottica. Oltre
al fatto di troncare una tradizione legittima che perdura da mezzo secolo,
si è così ignorato l'apporto alla guerra patriottica e l'aiuto ai profughi
dati anche dagli appartenenti alla CNI.

Avanti a dire dell'intolleranza delle diversità linguistiche, del male del
passato che deve servire da esempio affinché non si ripeta, del fatto che un
sacerdote, ministro di Dio, debba professare l'amore, il rispetto, la
tolleranza, la pace e non comportarsi da datore di lavoro. Specificato che
il coro è da sempre stato multietnico e che mai finora si sono riscontrati
impedimenti, è capitato che ai coristi è stato comunicato di attendere la
chiamata telefonica di permesso a venire a cantare da appartenenti alla
parrocchia: 11 membri del coro, "non ideonei" non sono mai stati chiamati e
guarda caso sono di nazionalità italiana almeno 7. Alcuni di loro
appartengono alla parrocchia. Qualcuno beneficiato dalla chiamata è stato,
invece, ritenuto "idoneo", pur non essendo integrabile alla parrocchia.

L'incontro stampa è proseguito mettendo in chiaro che nessuno ha mai rivolto
alcunché di offensivo nei confronti del sacerdote ma anche con interventi
dalle file dei cronisti, con domande retoriche. "Qual'era la lingua di San
Francesco?": in considerazione del fatto che l'ordine attivo in Sant'Antonio
è dei frati francescani. Conclusione di Radin per specificare che è la prima
volta nella storia che l'Unione Italiana abbia pubblicamente proferito su
problemi con la Chiesa in Istria. Risaltando la solidarietà con i fedeli di
nazionalità italiana, è stato auspicato che sarà anche l'ultima, confidando
nel dialogo e in una soluzione confacente. Infine, rilevata la figura di
Juraj Dobrila – segnalato quale fratello di un antenato di Radin – paladino
della parità delle lingue nelle sfere pubbliche e religiose. Allora erano i
croati a vedersi negare i diritti. Dopo cent'anni sono gli italiani a
chiedere di non vederseli negare. Così dicendo che sbagliano coloro che
ritengono la Chiesa istituto chiamato a difendere la croaticità.
Arletta Fonio Grubisa