La Voce del Popolo – 17.05.08 – Schitazza e la leggenda di Santa Lucia

di Mario Schiavato

È stato un puro caso – nel nostro girovagare per conoscere l’Istria e i suoi anfratti più nascosti e remoti – arrivare a Schitazza (Škitača), un paesino sulla punta estrema di quella specie di penisola carsica che si stende tra Albona e la baia di Arsia, su, in alto nella distesa di pietraie piene di piante di salvia, di ginestre e di cespugli di ginepro dopo aver attraversato un’infinita distesa di macchia mediterranea, e trovare poche, misere case con piccole doline davanti recintate da alti e invalicabili muri a secco, da stalle divenute ormai ruderi biancastri senza i loro tetti di paglia e spesso, questa distesa pietrosa, selvaggiamente rotta da avvallamenti e spaccature di estrema pericolosità, e poter da lassù godere di una panorama veramente strappafiato, come se d’un tratto tutta la nostra conoscenza e visione dell’Istria si fosse improvvisamente rovesciata: il Golfo del Quarnero davanti, e va bene, ma da quei belvedere giù, giù alla nostra destra si poteva ammirare Medolino, Promontore, Pola, Venezia addirittura, e di fianco sulla sinistra le isole di Veglia, di Cherso, di Lussino quasi emergere dalla fila compatta dei monti Velebit ancora innevati all’orizzonte, mentre alle spalle si delineava tutta la sequenza del Carso Liburnico con il Sissol all’inizio sopra Fianona e più lontano in una nuova prospettiva il Monte Maggiore con, come una quinta nella bruma, l’interminabile distesa dei Monti della Vena.

Un rifugio, che sorpresa…

Questo appunto può offrire Schitazza (Škitača) – uno degli ex comuni censuari di Albona, cioè soggetto a tributi particolari, nonché una volta il più alto comune dell’Albonese – dalle quattro cime che lo circondano e cioè il Goli (536 m), l’Oštri (531 m), il Brdo (475 m) e infine l’Orlić (470 m). E la frequenza di una visita da parte di vari escursionisti (altra sorpresa per noi!) ci venne confermata anche da una bella casa rimessa molto bene in sesto – bellissima la stanza centrale con il focolare acceso – e aperta quale rifugio alpino dalla Società Alpinistica di Albona, rifugio aperto ogni fine settimana o a richiesta anche in altri giorni.

Da Albona nessuna segnalazione

Come si può arrivare in questo paesino oggi praticamente abbandonato (ci vivono stanzialmente per l’esattezza solo una decina di persone mentre poche altre arrivano talvolta per il fine settimana onde poter godere della pace e dell’aria pulita, ma anche per poter accudire alle poche case di famiglia che sono rimaste ancora in piedi)? Si parte da Albona, prendendo la strada circolare per Valmazzinghi, dapprima toccando i paesini di Polje, poi di San Lorenzo e pochi altri, molti con case completamente abbandonate. A Bovinje si infila una ripida salita che subito si fa stradetta, s’innalza quindi sempre più rapidamente e si arriva a Schitazza e non si creda che qui giunga poca gente. È un continuo vai e vieni, soprattutto alla domenica per quell’acqua di Santa Lucia che, entrata nella tradizione popolare, dovrebbe guarire tutte le malattie degli occhi anche se la chiesa, nonostante le processioni che vi venivano organizzate sino alla fine della seconda guerra mondiale sia per Santa Lucia che per il Corpus Domini, oggi non voglia assolutamente riconoscerne la sua sacralità tanto che, nella landa deserta, è ben difficile orizzontarsi e trovare il sito, non essendoci alcuna segnalazione in quanto anche i soci della Società Alpinistica di Albona per non inimicarsi le autorità ecclesiastiche non vogliono metterci mano. Ma di questo parleremo più innanzi.

Il massimo sviluppo tra le due guerre

Secondo le affermazioni del noto storico albonese Herman Stemberger (1884-1971) Schitazza è sorta circa verso l’anno 1460, al tempo in cui i Romeni che scappavano davanti l’invasione dei Turchi dalla penisola balcanica si stabilirono nella Val d’Arsa. Si presume che dal gruppo che si fermò a Šušnjevica alcune famiglie si fossero staccate per andare in cerca di pascoli migliori per le loro greggi e si fossero stabilite alla fine su questo vasto ma selvaggio altipiano. Il nome deriverebbe dal croato skitati (vagabondare, girovagare) e l’abitato pian piano oltre alle sue case fatte con le pietre squadrate e con i tetti coperti da laure piatte, si allargò nei secoli. Il culmine del suo sviluppo si ebbe tra le due guerre mondiali, cioè nella prima metà del XX secolo, quando in esso vivevano 350 persone, c’erano pure una bottega di alimentari, una trattoria e anche una scuola. Gli abitanti si occupavano, oltre che dell’allevamento del bestiame e della produzione di un ottimo formaggio (oltre 2000 tra pecore e capre), pure di agricoltura, nonché di pesca anche se il mare non è proprio a due passi dal villaggio.
Purtroppo, dopo la Seconda guerra mondiale Schitazza cominciò a decadere, gli abitanti in cerca di lavoro si spostarono nei più comodi centri urbani e molti emigrarono negli Stati Uniti, in Canada e in Australia.

L’altare trafugato

Ma arriviamo alle sue leggende, che sono davvero molto interessanti.
La prima riguarda la chiesa del paese che è stata eretta nel 1616, chiesa dedicata a Santa Lucia. Qualche anno dopo, nel 1632, Venezia mandò il suo procuratore per l’Istria e la Dalmazia, certo Antonio Civreno, il quale si accordò con l’allora vescovo di Pola per fondare ulteriori quattro parrocchie sul territorio istriano. Una fu appunto quella di Schitazza. La chiesa, che in effetti allora era una piccola cappella con l’entrata nella parte posteriore nel punto dove sono poste le campane nel campanile a vela (venne ampliata nel 1924 dal parroco Giovanni Studencich, nativo di Cherso), all’inizio non disponeva di un vero altare. Per questo fatto gli abitanti si lamentavano continuamente con il comune ma soprattutto con il parroco della ricca chiesa di Albona il quale, in effetti, prometteva e prometteva di regalarne uno ma mai realizzava questa promessa. Cosa fecero allora gli abitanti di Schitazza? Una notte tutti i maschi si radunarono, con diverse paia di buoi partirono e col buio arrivarono ad Albona. Dalla chiesa parrocchiale portarono via un altare in disuso. Lo trascinarono per tutta la notte, all’alba arrivarono nel loro paesetto e con i primi raggi del sole, tutto rilucente, lo piazzarono solennemente nella loro chiesa dove si trova ancora oggi.

Meta di pellegrini

Certo, però, che la leggenda più importante, quella che ancor oggi fa arrivare nel paese molti pellegrini, è quella di Santa Lucia la patrona del paese. Prima di tutto due parole su questa Santa che visse in Sicilia ai tempi dell’imperatore Diocleziano. Ricca fanciulla siracusana promessa sposa a un pagano, fu da questi denunciata come cristiana avendo rinunciato al matrimonio per voto di castità e avendo regalato ai poveri tutte le sue sostanze. Secondo una leggenda che vuole le siano stati strappati gli occhi e per un’etimologia popolare che ha collegato il suo nome a quello della “luce” è considerata protettrice della vista ed è raffigurata con un piatto in mano che contiene appunto i suoi occhi, anche se in effetti un altro paio glielo regalarono gli angeli. Ma dato che la sua festa viene celebrata il 13 dicembre, nel calendario giuliano era quello il giorno più corto dell’anno – cioè quello con la notte più lunga e più buia –, per cui in quelli successivi, la luce cominciava ad aumentare e dunque alla Santa siciliana si ascriveva il potere di dare al Sole invernale la forza per aumentare la luce, riscaldare sempre più la terra. E per questo venne anche iniziata l’usanza di seminare per quella data il frumento sui campi e sulle ciotole che poi si mettevano accanto al presepio.

L’acqua che fa splendere gli occhi

Legato a questa Santa dunque Schitazza ha il suo fenomeno, il suo miracolo, il suo mistero. Dice la leggenda tramandata da generazioni che la vergine siracusana viaggiando per il mondo un giorno si venne a trovare molto stanca accanto a una roccia vicino il paese, in alto dove si trovava il castelliere illirico e dove esiste ancora un grande tumulo finora inesplorato che probabilmente racchiude una necropoli. Per riposarsi si sedette, ma per la stanchezza ben presto si addormentò. Al mattino, quando si svegliò, si accorse di avere vicino un buco pieno d’acqua. Fu con quest’acqua che si lavò gli occhi che subito splendettero di una luce intensa.

La fessura «miracolosa»

C’è però anche un’altra versione della leggenda, pure molto popolare. Questa racconta che la Santa, sempre camminando per il mondo per consolare i suoi fedeli, un giorno venne a trovarsi sul colle di Brdo, che come abbiamo già citato si trova nei pressi del paese. Da lassù, impressionata dalle bellezze del Quarnero e dallo stupendo panorama che si estendeva attorno, ad un tratto si mise a piangere. Dove le sue lacrime toccarono la roccia s’aprì una fessura che si riempì e da allora non si asciugò più neanche nei periodi d’estate quando la temperatura raggiunge e supera i 40 gradi. La gente chiama questa fessura “Školnica” e gli studiosi non sono ancora riusciti a capire da dove arrivi in questa pietraia carsica l’acqua che la riempie, a un’altezza di 475 metri.

La prima cappella

E poi c’è la terza versione la quale afferma che la Santa si mise a piangere soltanto perché gli abitanti di Schitazza, poveracci appena arrivati in fuga dalla Balcania invasa dai Turchi, non volevano, o forse non potevano, costruire una chiesa in suo onore. La polla delle sue lacrime per questo si seccò. Tornò a riempirsi quando finalmente, forse magari levandosi il pane di bocca, gli abitanti di origine rumena riuscirono a costruire la prima cappella. Da quel giorno le lacrime di Santa Lucia entro la fessura sul Brdo non si asciugarono più…

L’obice di pietra

Per finire ancora una particolarità di questo paese. Davanti alla chiesa e accanto al monumento ai caduti partigiani della Guerra di liberazione, ce n’è un altro con un grosso obice di pietra che svetta da una piattaforma. La dedica però è stata chissà da chi e da quando scalpellata e inutilmente abbiamo chiesto informazioni a un vecchio che abbiamo trovato nei pressi. Non ha saputo darci nessun chiarimento…