La Voce del popolo – 140407 – Buie e il paradiso delle Terre Bianche

Una stradina secondaria si dirama dalla viabile principale che da Buie porta a Ponte Porton. Due cartelli turistici di color marrone scuro, di quelli standardizzati e internazionali, che segnalano la presenza di un monumento e che in questi ultimi anni hanno fatto grazie a Dio finalmente la comparsa anche dalle nostre parti, indicano in quella direzione la presenza di due chiese: una dedicata a San Giovanni, l’altra a Sant’Antonio. Le due tabelle ne riportano soltanto i nomi. Null’altro. Prendiamo quella direzione, decisi a trovarle e a visitarle entrambe. Subito dopo essersi staccata dalla via maestra la carreggiata della carrozzabile, seppur asfaltata, si fa stretta. Passa tutta curve attraverso una frazione abitata e poi sbocca in campagna. Corre attraverso vasti campi verdi coltivati a vigna, delimitati di tanto in tanto da interi filari di gelsi da un lato e da bassi muriccioli in pietra dall’altro. Qua e là cespugli di ginestre fiorite il cui giallo intenso sembra smarrirsi nella luce intensa dei raggi di sole che inondano i campi appena arati e annunciano l’arrivo di un’altra estate precoce. Ecco perché queste le chiamano Terre Bianche. La terra qui è proprio di questo colore e il solo guardarla fa intuire di per sé quant’è fertile. E agli increduli che vogliono averne la certezza assoluta, basta dare un’occhiata alla natura che la circonda: alberi da frutta e olivi ovunque. Un enorme albero di melo che domina da un angolo su uno dei tanti lotti agricoli ben curati, sembra voler vantarsi con il mondo intero della miriade di delicati fiori bianchi appena sbocciati che danno ai suoi possenti rami l’aspetto di una chioma riccioluta. Di tanto in tanto, in lontananza, s’intravedono i tetti tutti a coppo di qualche casetta isolata. Lungo un rettilineo, sulla sinistra individuiamo un contadino intento a potare le sue viti. Ma di chiese nemmeno l’ombra. Continuiamo a seguire la strada che ad un certo punto si spacca in due. Ma all’incrocio nessun cartello indica più alcun monumento. Ce n’è uno solo, in legno, che indica che seguendo la diramazione a destra chi ha fame e sete può trovare una locanda. Il nome è di quelli che ispirano: allude alla buona tavola della nonna. È troppo presto tardi per andarci a pranzo e troppo presto per convincerci a recarci a cena. Ma alla fine decidiamo di prendere quella direzione, che forse una delle due chiese delle quali stiamo andiamo in cerca sta proprio da quella parte. Mica vero. La stretta viuzza che abbiamo deciso di seguire finisce in un paesino di cinque o sei case. In una di quelle c’è la trattoria di cui parlava l’insegna ma è chiusa. A parte un cagnolino bastardo dal pelo color ocra bruciata che sperando forse in qualche carezza, sembra allegro e divertito dell’averci incontrati lungo la sua strada, grato se nient’altro dell’avergli reso diverso e curioso il suo randagio e probabilmente quotidiano peregrinare per l’abitato, non incontriamo anima viva. Fermiamo la macchina e proseguiamo a piedi per raggiungere un cortile nella speranza di trovare qualcuno a cui chiedere qualche informazione utile. Dietro l’angolo stanno costruendo una casa. C’è un muratore che ha appena smesso di lavorare ma ci dice subito che lui è forestiero. L’hanno ingaggiato per fare dei lavori edili e non essendo istriano non sa dirci proprio dove stanno ‘ste due chiese. “Grazie, fa nulla” –gli rispondiamo – “chiederemo informazioni altrove”.
Rimontiamo in macchina e ritorniamo sui nostri passi. Raggiunto l’incrocio di prima svoltiamo sull’altra diramazione. La stradina continua per qualche centinaio di metri e ci conduce a un’altra manciata di case. L’asfalto finisce in un cortile. Ma sulla sinistra un sentiero in ghiaia abbastanza largo scende a valle tra gli uliveti. Una signora di mezza età si affaccia al balcone di casa incuriosita dalla nostra presenza. Sembra chiedersi: “Ma chi saranno questi qua? Dove stanno andando?”. Lieti del vederla ci fermiamo, usciamo dall’auto, ci scusiamo del disturbo e chiediamo delle due chiese. “Sì, sì – ci dice – quella di Sant’Antonio è laggiù, subito dopo la nostra campagna. L’altra è San Giovanni e si trova all’entrata in paese”. Evidentemente non ce ne eravamo accorti. E non potevamo. Scopriremo poi che era alle nostre spalle ma anche volendo non potevamo notarla, perché oltre ad essere piccolissima, s’erge su un colle quasi nascosta tra alti alberi. Chiediamo il nome del paesino in cui ci troviamo. “Siete a Stanzia Torcello” – ci spiega.
Imbocchiamo la viuzza in terra battuta che scende tra i campi e proseguiamo la nostra “caccia al tesoro”. Dopo un po’ i lotti agricoli tutti ben coltivati finiscono e ci ritroviamo in una piccola selva di lecci. E in mezzo al bosco, su un terrapieno, la chiesina che cercavamo. La porticina d’accesso è chiusa ma le due finestrelle che la affiancano sono aperte e scrutiamo l’interno. Davvero molto carina. Peccato che all’interno al posto dei classici banchi di legno il parroco abbia deciso di sistemare delle orribili e poco estetiche sedie di plastica. Ma, commenterà a ragione qualcuno, si fa quel che si può. Meglio questo che niente.
Lungo la via del ritorno notiamo che la gentile signora che ci ha spiegato prima come arrivare alla nostra meta è ancora affacciata al suo balcone. “Tutti questi olivi sono vostri?” – Le chiediamo. “Sì, li coltiviamo noi. Anzi mio figlio” – ci rivela. E danno dell’olio eccellente. Ce ne siamo convinti.
Risaliti in macchina, seguendo le preziose indicazioni di Fioretta Crisman, siamo riusciti a individuare anche l’altra chiesa. Si trova in frazione Giugovazzi e dista soltanto poche centinaia di metri dall’incrocio con la strada principale. È tuttavia in una stranissima posizione, su un’altura. Mentre risaliamo la breve salita per arrivare al tempietto notiamo in un orto, legato al tronco di un albero, uno splendido cavallo. Ma non è di quelli da lavoro un tempo così comuni in Istria. È un purosangue. Per il lavoro nei campi anche da queste parti oramai si usano quasi esclusivamente i trattori. A cavallo si va soltanto al galoppo: è un modo come un altro per fare turismo. E a Terre Bianche andare al galoppo dev’essere oltremodo gratificante. L’aria purissima, l’ambiente è incontaminato, la natura è splendida e tutti i prodotti della terra che finiscono a tavola sono genuini.