La Voce del Popolo – 020607 – La capra, simbolo dell’Istria

di Mario Schiavato.

Sul settimanale “L’Istria”, fondato, scritto e pubblicato a Trieste dal celebre pubblicista e storico Pietro Kandler dall’anno 1846 all’anno 1852, nella parte ottava si può leggere: “… con legge sovrana vennero fissati lo stemma dell’Impero ed i suggelli. L’Istria comparisce tra gli Stati e col titolo di Marchesato; lo stemma suo è quello che si usava nel Medio Tempo, una capra d’oro con le corna rosse su campo azzurro”. E più innanzi, sempre nella parte ottava, si ripete: “Nel Medio Tempo lo stemma del Marchesato d’Istria si era una capra d’oro con le corna d’argento su campo azzurro; questo stemma andato in disuso nel tempo del governo veneto, fu riassunto dall’Austria all’occupazione della Provincia e tuttogiorno viene usato dal Principe (la sede era a Pisino – ndr). Sarebbe dunque la capra il segno antichissimo dell’Istria, quel segno medesimo che sappiamo ripetuto in bronzi e marmi…”.

Sugli scudi del Marchesato

Più innanzi ricorda due caprette in bronzo rinvenute una a Pirano e l’altra a circa 20 miglia da Trieste e sottolinea: “In ambedue queste simboliche caprette, come nelle altre simili raffigurazioni che erano o sono frequenti nell’Istria, noi riconosciamo la provincia medesima divinizzata; la capra è tutt’ora il segno che si pone sugli scudi per indicare il Marchesato d’Istria, così che questa provincia anche nello stemma conserva attraverso oltre venti secoli l’antico segno, durevole come il nome della provincia stessa. (…) Perché si fosse scelta la capra non è nascosto a chi conosce le attitudini alla pastorizia, la frequenza di questo animale in tutti i tempi; l’aspetto in cui sono figurate le due antiche caprette, l’una vellosa oltre ogni dire, l’altra tosata, ci fa credere che il pelo fosse utilizzato per gli usi della vita quotidiana e fosse in celebrità per la tessitura di schiavine di vello lungo molto”.

«Cornata e membrata di porpora»

Ma c’è un altro storico, antecedente al Kandler che si occupò dello stemma dell’Istria. È il cav. Beatiano Giulio Cesare che nel suo “Armerista universale, Tavola dedicata alle cose più importanti” stampato a Venezia nel 1630 tra l’altro scrive: “Il quinto pur coronato con corona marchesale è l’antico Regno dell’Istria. Questo scudo è d’azuro con la Capra d’oro passante, cornata e membrata di porpora, antica insegna di quella provincia, come da molte medaglie e monete si vede”. Corna non d’argento dunque, ma al tempo della Repubblica di Venezia color porpora, preziosa per dipingere le stoffe dei nobili e che gli antichi ricavavano da alcuni molluschi diffusi nel Mediterraneo. Per una sola tunica ne erano necessari migliaia, da ciò l’alto costo e la preziosità.

Simbolo della fatica

E più innanzi ancora il cavaliere Beatino scrive: “La Capra nell’arme viene posta nella sua posizione naturale per lo più elevata sopra i piedi di dietro in atto di aggrapparsi; è simbolo della fatica perché è proprio di questo animale portarsi tra le balze per pigliar le piante più tenere per il proprio vitto e lasciar quelle che a suo bell’agio può aver nel piano. Onde chi di tal blasone si fregiò, fece conoscere che il suo animo era dedito alla fatica, e che con gloria aveva cominciato a salir i gradini della lode, per essere quella la madre delle sue imprese”. E quindi aggiunge citando un altro storico: “Afferma Gio. Stobeo che essere la capra vero simbolo della fatica e della accurata diligenza, perciò che da questa provengono tutti i beni a colui che non è pigro…”.

Una questione araldica

Oggi, come ben si sa, lo stemma della capra istriana appare ancora tra gli altri delle Contee, a corona sopra la scacchiera bianco-rossa della bandiera croata. È chiaro, comunque, che la presenza della capra nello stemma istriano è una questione di araldica e non, come comunemente si crede, di quantità di capre presenti nella penisola. Giova ricordare, tuttavia, che prima della conquista romana dell’Istria, e quindi prima della riforma agraria effettuata dai romani che modificò radicalmente tutta l’economia della regione, l’allevamento della capra era prevalente rispetto a quello degli altri animali domestici. Ne fanno fede i rinvenimenti di ossa animali durante gli scavi archeologici nei primissimi anni del secolo scorso a Nesazio. L’esame delle ossa nei laboratori di Vienna infatti rivelarono che un’altissima percentuale delle stesse apparteneva a una razza di capra grande e robusta, mentre relativamente scarse erano quelle appartenenti ad altre specie animali, suini e cinghiali compresi. Dunque la capra è stata sin dall’antichità, un animale che ha permesso all’uomo di sopravvivere anche in condizioni orografiche e climatiche particolarmente sfavorevoli, e soprattutto nelle aree più povere e più disagiate del bacino mediterraneo.

Un animale frugale

La capra, per sua natura è un animale estremamente frugale. E il suo modo di vivere non le permette di adattarsi a un allevamento intensivo, neanche con l’impiego dei mezzi più sofisticati, tecnici, profilattici e terapeutici. In natura il gregge della capra è guidato dalla femmina anziana più esperta che indica a tutto il gruppo di quali erbe pascolare assaggiandole per prima. Al capro è affidata la salvaguardia del gregge attirando su di sé l’attenzione degli eventuali assalitori, ed è appunto lui che li invita all’inseguimento sui dirupi, dai quali si getta giù trascinando seco sassi e nemici.
Le capre si alimentano con vegetali anche grossolani, disdegnate dalle altre specie e riesce, animale dell’antichità ma anche del futuro, a sintetizzare, come le piante leguminose, per mezzo dei batteri del rumine, l’azoto atmosferico trasformandolo in proteine. Ed è per questa sua frugalità, che ha del miracoloso e che va di pari passo con la delicatezza dei prodotti che da essa si ricavano, che la capra, secondo le leggende nutrice degli dei, entrò, sin dai primordi, nel bene e nel male, dapprima nella mitologia e quindi nelle grandi religioni mediterranee.

Da Amaltea al capro espiatorio

A questo punto entriamo nelle leggende.
La mitologia greca racconta che Rea partorì Zeus, lo affidò alla Madre Terra la quale, a sua volta, lo fece custodire dalla capra Amaltea che, amorevolmente, provvide ad allattarlo. Divenuto Zeus signore dell’universo, immortalò per sempre tra le stelle l’immagine della sua nutrice nella costellazione del Capricorno. Poi prese in prestito una delle sue corna e ne fece la famosa cornucopia cioè il corno dell’abbondanza che traboccava di cibo e di bevande. Sempre nell’antica Grecia la capra era animale sacro a Dionisio e un capro veniva donato come premio ai più noti poeti tragici. Appunto dal suo nome greco, cioè tràgos, derivò quello di tragedia.
Altro emblema ebbe presso gli Ebrei: infatti il capro espiatorio era quello su cui il popolo scaricava le proprie iniquità e che veniva poi cacciato a morire nel deserto. In seguito, nella religione cristiana, venne inteso come simbolo del Cristo.
Strano destino quello della capra. Sostegno dell’uomo nelle situazioni ambientali più difficili, decantata e mitizzata, strumento per la riconquista delle terre marginali e sterili, ma anche oggetto di ostracismo da parte di strutture pubbliche moderne che le imputano danni irreparabili alla vegetazione boschiva, facendone nuovamente un capro espiatorio. Al presente, come nel passato del resto, spesso le era concesso il pascolo soltanto in zone limitate. Nonostante questa fama negativa il ruminante è stato per secoli la risorsa più economica della povera gente. Anche chi non possedeva terreni da pascolo poteva permettersi di tenere una capra che trovava di che cibarsi nei luoghi incolti e di nessuno.

Il latte della «Pepica»

A questo proposito non posso dimenticare un episodio che mi accadde un paio di anni fa mentre mi avviavo a un’ennesima visita alla Valle delle Meraviglie (Vranska Draga). Sul bordo di questo vallone, cioè sulla strada verso Bogliuno e la vallata di Cepich, c’è una casetta oggi disabitata, abbandonata. Durante le mie peregrinazioni solitarie avevo qui incontrato una vecchietta, Caterina, meglio Katica, la quale ogni volta che mi vedeva passare mi invitava nella sua cucina sempre odorosa di fumo. Per quattro chiacchiere, lei che era sempre sola e io che cercavo un qualche breve riposo, magari all’ombra, nella caldana della giornata. Subito la nonnina si dava da fare, mi preparava un caffettino di divka, magari un bicchierone di ottimo sambuco che lei sapeva preparare secondo la ricetta della sua famiglia, e parlava e parlava. L’ultima volta che la vidi – ancora non c’era il Parco naturale che c’è oggi con tanto di cartelloni, di tabelle e di segnaletica – mi portò fuori, sotto il grande gelso che cresceva all’entrata, una bucaleta di latte. Ottimo quel latte, davvero, anche se mi parve un po’ allungato con dell’acqua. Quando mi rimisi lo zaino in spalla e mi avviai verso il vallone in cerca di fossili, mi richiamò indietro e all’orecchio mi sussurrò:
Mi raccomando, sine, mi raccomando di non dire a nessuno che ti ho dato del latte perché è proibito tenere delle capre. E la mia jadna Pepica, devo tenerla sempre chiusa nella stalla per non prendermi la multa. Eh, che farei io senza la mia Pepica, e poi, dimmelo tu, che danni vuoi che possa fare quella povera bestiola in questo deserto di sassi! Solo sassi e per fortuna in primavera ottimi sparughi.
A questo punto si può ben dire che i miti che circondano la capra e la carica simbolica (specie quella del capro espiatorio), di cui questo umile ma intelligente animale è rivestito, racchiudono qualcosa di paradigmatico applicabile appunto all’Istria, ne interpretano quasi il destino di una terra su cui si sono riversate, nella speranza di espiazione, colpe altrui, ma che – proprio come la capra del suo stemma – sfodera sempre risorse nuove, talvolta insospettabili!