La Terza guerra d’indipendenza: l’inizio della fine dell’Impero asburgico

12.08.2026 – 160 anni fa, il 12 agosto 1866, terminavano dopo poche settimane le ostilità in quella che la storiografia risorgimentale ha definito la Terza guerra d’indipendenza. Tale conflitto lasciò in eredità per il neonato Regno d’Italia le sconfitte di Custoza (dove già si era interrotta l’avanzata della coalizione italiana nella Prima guerra d’indipendenza) e di Lissa, ove la supremazia tecnica della flotta italiana fu sopraffatta dalla marina asburgica vanificando così il piano di uno sbarco in Dalmazia. Le truppe sabaude pagarono lo scotto della mancata coesione tra ufficiali e militari provenienti da diversi stati postunitari che non si erano ancora affiatati e coordinati in una forza armata coesa ed efficace. Gli unici successi sul campo furono infatti ottenuti da Giuseppe Garibaldi con i suoi volontari, che avanzarono sul fronte del Trentino dopo aver vinto a Bezzecca.

L’Italia era tuttavia alleata con il regno di Prussia, che sconfisse le truppe austriache a Sadowa, costringendo gli Asburgo a chiedere l’armistizio. Il Veneto entrò così a far parte del Regno d’Italia, ma dopo che Vienna lo ebbe ceduto alla Francia di Napoleone III, il quale l’avrebbe poi retroceduto all’Italia che sancì l’annessione con un plebiscito dagli esiti bulgari. Rientrava nel Veneto anche il Friuli, sicchè il nuovo confine italo-austriaco fu fissato lungo il corso del fiume Judrio, nel Friuli orientale appunto. Invano negli anni precedenti i notabili e la classe dirigente italiana dell’Istria avevano chiesto di reintegrare la penisola istriana nei confini amministrativi del Veneto, in virtù dell’antico legame originatosi ai tempi della Serenissima Repubblica di Venezia. Dopo che la Seconda guerra d’indipendenza si era inopinatamente conclusa con l’armistizio di Villafranca che frenò l’avanzata franco-piemontese e portò all’annessione della sola Lombardia, i patrioti istriani avevano infatti compreso che il passo successivo sarebbe stata la conquista del Veneto, di cui avrebbero voluto seguirne la sorte. Gli italiani dell’Istria non solo videro frustrato questo proposito, ma iniziarono addirittura tempi ancora peggiori condivisi con gli altri connazionali ancora sudditi di Francesco Giuseppe. Il Kaiser, infatti, il 12 novembre di quel 1866 emise l’editto che avviò la snazionalizzazione della comunità italiana, considerata in toto un coacervo di infidi separatisti: la germanizzazione in Trentino e la slavizzazione nell’Adriatico orientale mirarono a concedere vantaggi e privilegi a quelle componenti dell’impero asburgico che si erano dimostrate maggiormente lealiste, mentre gli italiani videro progressivamente erodere le loro tradizionali prerogative, ridursi i luoghi d’istruzione in lingua italiana e perdere il ruolo di classe dirigente attraverso riforme elettorali, a vantaggio soprattutto delle nascenti consapevolezze nazionali slovene e croate. L’anno seguente, inoltre, la monarchia asburgica cambiò la sua definizione in Impero d’Austria e Ungheria: nel contesto di molteplici nazionalità riunite nella compagine imperiale, due risultavano privilegiate e Budapest si vedeva riconoscere ampie autonomie. Nell’epoca dei nazionalismi tali scelte avrebbero nel lungo periodo destabilizzato le fondamenta dell’Impero.

Ancora una volta grazia alla Prussia l’Italia avrebbe invece nel 1870 approfittato della disfatta del Secondo impero francese per annettere lo Stato Pontificio, che era rimasto in vita grazie alla protezione di Napoleone III (sconfitta garibaldina di Mentana nel 1867) e coronare così l’obiettivo di Roma capitale del Regno. Il percorso risorgimentale si interruppe quel 20 settembre con la breccia di Porta Pia, mentre nel 1882 l’Impero Austro-ungarico sarebbe addirittura divenuto alleato dell’Italia nell’ambito della Triplice alleanza, auspice l’Impero germanico che rappresentava l’evoluzione del vittorioso Regno di Prussia: tale vincolo chiudeva di fatto qualunque discorso annessionistico nell’Adriatico orientale e copriva invece le spalle all’Italia che iniziava timidamente a conquistare le sue colonie in Africa orientale.

Bruderkrieg (guerra fratricida) è invece la definizione che la storiografia di lingua tedesca dette al conflitto del 1866, che sancì il dominio della Prussia sulla frammentata compagine degli Stati e staterelli di lingua tedesca, estromettendo definitivamente l’Austria da quell’ambito. Sconfitta a nord e ridimensionata a sud, la diplomazia asburgica iniziò il cosiddetto “inorientamento” della sua politica estera, che si sarebbe indirizzata verso la penisola balcanica, ove l’Impero ottomano stava entrando in crisi: il protettorato trentennale sulla Bosnia-Erzegovina ottenuto nel 1878 (trasformatosi in annessione nel 1908) avrebbe coronato questo nuovo corso e messo in competizione Vienna con la Russia zarista, paladina della lotta verso l’indipendenza della Serbia e degli altri popoli slavi sudditi degli ottomani. Ecco i prodromi della crisi che nell’estate del 1914 avrebbe portato l’Europa in quella che i contemporanei chiamarono la Grande guerra, al termine della quale il plurisecolare Impero degli Asburgo scomparve dalle carte geografiche.

Lorenzo Salimbeni

 

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