La strage di Vergarolla, nodo storiografico della storia della frontiera adriatica

18.06.2026 – Domenica 18 agosto 1946 Pola apparteneva ancora all’Italia, anche se era sotto amministrazione militare angloamericana; l’esito del Referendum istituzionale aveva sancito il nuovo assetto repubblicano. Quel giorno sulla spiaggia polesana di Vergarolla, gremita di famiglie con bambini che assistevano alle gare natatorie della Coppa Scarioni, esplose un deposito di mine accatastate disinnescate in fondo all’arenile provocando una carneficina. 65 vittime identificate, tra cui tanti bambini, altre 40-50 circa irriconoscibili fatte a pezzi dall’esplosione, decine di feriti curati dal dottor Geppino Micheletti, anche dopo aver saputo che su quella spiaggia erano morti i suoi due figlioletti. Queste sono le certezze riguardo la prima strage della storia dell’Italia repubblicana, poi ci sono solamente dubbi ed ipotesi su cui ha cercato di far luce il convegno di studi “Vergarolla. La prima strage dell’Italia repubblicana”, organizzato dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia con il coordinamento scientifico del professor Davide Rossi dell’Università degli Studi di Trieste e svoltosi nella prestigiosa cornice della Fondazione Ambrosianeum a Milano con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati.

In apertura dei lavori hanno portato un saluto istituzionale il Presidente dell’Ambrosianeum Fabio Pizzul, la Presidente del Consiglio Comunale di Milano Elena Buscemi, il Consigliere regionale Christian Garavaglia in rappresentanza del Consiglio, il Presidente dell’ANVGD Milano Claudio Giraldi, l’On. Andrea Mascaretti, il quale ha riferito in merito all’imminente conferimento dei riconoscimenti per la seconda edizione del Premio Micheletti, e la Senatrice Beatrice Lorenzin, che ha ricordato le sue origini istriane e di essere stata il primo Ministro della Repubblica (assieme ad Alfano) a rendere omaggio al cippo dedicato alle vittime della strage che si trova nei pressi della Basilica di Pola.

Nel folto pubblico erano tra gli altri presenti la Vicepresidente della I Commissione del Consiglio Regionale Chiara Valcepina, il giudice del TAR Lombardia Giovanni Zucchini, l’imprenditore Andrea Bolla, il direttore artistico del Teatro Stabile di Trieste Paolo Valerio, l’archivista della Fondazione Bracco Giuliano Faliva, la dirigente del Ministero dell’Istruzione e del Merito Caterina Spezzano, il Consigliere nazionale dell’Associazione Nazionale Partigiani Cattolici Luisa Ghidini, il Comandante militare della Regione Lombardia Generale Sepe, l’ex Presidente del Comitato 10 Febbraio Emanuele Merlino, il dottor Giovanni Cobolli Gigli e l’assessore comunale di Vergiate (VA) Sarah Carlini oltre a molti rappresentanti regionali e di Comitati provinciali dell’ANVGD. Assente per motivi di salute il Presidente di FederEsuli Renzo Codarin, è stato Rossi, in qualità di vicepresidente, a rappresentare l’associazione.

Per entrare nel vivo dell’argomento, il ricercatore storico freelance Lorenzo Salimbeni ha delineato la situazione creatasi dopo che nella primavera 1945 la “Corsa per Trieste” era stata vinta dall’esercito jugoslavo, giunto poco prima delle avanguardie alleate nel capoluogo giuliano in cui si era già conclusa vittoriosamente l’insurrezione del Comitato di Liberazione Nazionale. Invece della liberazione iniziò una nuova occupazione: i quaranta giorni di violenze, deportazioni in campi di concentramento e stragi nelle foibe si conclusero con gli accordi di Belgrado che individuarono una Zona A sotto amministrazione militare angloamericana (Trieste, Gorizia e l’enclave di Pola) e una Zona B (Istria e Fiume) sotto amministrazione militare jugoslava. A marzo del ’46 Churchill pronunciò il famoso discorso in cui denunciò la calata della cortina di ferro e ci fu la visita della Commissione Interalleata nella Venezia Giulia per individuare la linea di confine, mentre il 2 giugno giuliani, fiumani e zaratini non poterono esercitare il loro diritto di partecipare alle votazioni.

Lavorando su fonti d’archivio della ex Jugoslavia, il direttore del Centro Italiano “Carlo Combi” di Capodistria Kristjan Knez ha illustrato la posizione del nascente regime comunista di Tito in merito al nuovo confine con l’Italia. Il possesso militare conseguito alla fine del conflitto rappresentava una caparra sicura per l’annessione definitiva secondo Josip Broz detto Tito ed il suo braccio destro Edvard Kardelj, che presentò le rivendicazioni jugoslave alla Conferenza della Pace a Parigi. Si trattava di portare a compimento le rivendicazioni storiche del nazionalismo slavo, secondo cui la composizione etnica del contado (in prevalenza sloveno o croato) era destinata ad assorbire le isole di italianità rappresentate dalle città principali e dalle località rivierasche, laddove la mentalità italiana considerava le campagne destinate a seguire la sorte dei centri urbani, in prevalenza di lingua e cultura italiana. Stampa e propaganda davano risalto alle iniziative della componente filojugoslava nella Venezia Giulia, mentre la notizia della strage di Vergarolla fu relegata ad un trafiletto.

La prima importante monografia su Vergarolla, argomento assolutamente non frequentato dalle riviste scientifiche di fascia A, come ha rilevato il professor Rossi, è stata scritta dal Dottore di ricerca in Storia Gaetano Dato: Vergarolla 18 agosto 1946. Gli enigmi di una strage tra conflitto mondiale e guerra fredda (Leg, 2014) con prefazione di Roberto Spazzali. Grazie al sostegno del Circolo di cultura istroveneta Istria, Dato ha effettuato un’approfondita ricognizione negli archivi italiani, britannici e statunitensi. Le indagini effettuate dalle autorità anglo-americane giunsero solamente alla conclusione che l’esplosione era stata provocata poichè le mine ed i siluri accumulati erano state private di tutti gli inneschi. Molto interessante lo scenario che ha poi tratteggiato, contestualizzando Vergarolla nell’ambito di una lotta armata tra forze di occupazione jugoslave e Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria, la cui ultima propaggine sarebbe stata rappresentata dal disperato omicidio del generale Robert de Winton compiuto da Maria Pasquinelli.

Un poderoso volume sull’argomento è stato pure scritto da Paolo Radivo per il Libero Comune di Pola in Esilio quando era direttore del suo mensile L’Arena di Pola: La strage di Vergarolla (18 agosto 1946) secondo i giornali giuliani dell’epoca e le acquisizioni successive. Dopo aver ricordato di aver affiancato il compianto ricercatore fiumano William Klinger in una infruttuosa ricognizione archivistica a Belgrado, che ha comunque portato alla pubblicazione del fascicolo La strage di Vergarolla: fonti jugoslave, pubblicato anche questo dal LCPE, Radivo ha snocciolato una carrellata di episodi che hanno ulteriormente caratterizzato la conflittualità tra forze filoitaliane e filojugoslave che attraversava Pola e la penisola istriana nell’immediato dopoguerra. Ampliando i contenuti della sua pubblicazione, il giornalista triestino ha poi presentato testimonianze raccolte in merito a militanti comunisti istriani e personaggi legati all’OZNA, la polizia segreta titoista, dalle quali esce corroborata l’ipotesi che ci sia la mano jugoslava dietro il terribile attentato.

Oscillando tra riferimenti giuridici e conoscenze storiche dettagliate, l’ex giudice amministrativo Fulvio Rocco ha proseguito a delineare i contorni delle manovre dei servizi segreti che operavano in Istria in quei mesi, ormai in uno scenario di vera e propria Guerra fredda. Particolare risalto è stato dato al lavoro compiuto dall’808° battaglione dei Carabinieri, unità specializzata nel controspionaggio che, in seguito alle clausole armistiziali con cui l’Italia aveva accettato la resa incondizionata dell’8 settembre 1943, lavorava alle dipendenze dei servizi segreti alleati. Per capire le dinamiche che agitavano il confine orientale all’epoca non si poteva non fare riferimento alla strage di Porzus, con cui i comunisti italiani filojugoslavi eliminarono i vertici della brigata patriottica Osoppo, che in effetti però non aveva mai stretto accordi con la divisione Decima di Junio Valerio Borghese. Le varie amnistie che hanno caratterizzato la conclusione degli iter processuali hanno la stessa motivazione del silenzio che calò su Vergarolla: Tito era diventato un interlocutore delle potenze occidentali.

Lascia invece più perplessi il silenzio che sulla stampa italiana al di fuori della Venezia Giulia accolse la notizia della strage di Vergarolla, argomento su cui ha focalizzato la sua attenzione Marco Cuzzi, ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, il quale sta peraltro portando a termine per i tipi di Neri Pozza un libro che dovrebbe intitolarsi Terra di brava gente. Istria e Pola nel secolo delle idee assassine. Cuzzi ha individuato che le testate nazionali ripresero con piccole varianti l’agenzia diffusa quel 18 agosto, poi nessun riferimento all’esito delle indagini e solo accenni all’indennizzo che lo Stato italiano corrispose ai parenti delle vittime. Stato italiano che dopo la strage si limitò a diffondere una comunicazione di cordoglio firmata da un Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Detto che in Italia era all’ordine del giorno la notizia di vittime di materiali esplosivi bellici rimasti sparsi sul territorio, Alcide De Gasperi era all’epoca impegnato nella fase cruciale delle trattative a Parigi e questo spiegherebbe il profilo basso tenuto sulla tragedia.

Ha sostanzialmente tratto le conclusioni il professor Paolo Segatti, già docente di Sociologia all’Università Statale di Milano, il quale ha contribuito al taglio multidisciplinare del convegno di studi con un contributo sociologico appunto riguardo l’esodo da Pola, un evento probabilmente ineluttabile alla luce di quel che si stava decidendo in merito ai nuovi confini, ma sicuramente amplificato ed accelerato dalla strage di Vergarolla, dietro cui tanti polesani avevano visto un altro colpo della polizia segreta jugoslava, che già aveva fatto centinaia di vittime durante l’occupazione di maggio-giugno 1945. Citando Hannah Harendt, l’accademico figlio di esuli istriani ha spiegato che la scelta dell’esodo per i polesani è stata razionale, innescata dalla consapevolezza che con la dittatura di Tito avrebbero perso «il diritto di avere diritti» e sarebbero sprofondati in uno stato di perenne incertezza, in cui l’arbitrio della classe dirigente comunista avrebbe assicurato una perenne e minacciosa imprevedibilità del suo operato.

A concludere l’intenso pomeriggio, Anna Maria Crasti (vicepresidente del Comitato ANVGD di Milano e organizzatrice del convegno) ha letto i messaggi di saluto inviati da Monsignor Ettore Malnati (già segretario del Vescovo di Trieste e Capodistria Antonio Santin) e dal presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane Giorgio Tessarolo. Il critico cinematografico Alessandro Cuk ha infine introdotto il documentario di Giampaolo Penco prodotto da Videoest insieme all’Associazione Italiani di Pola e dell’Istria – Libero Comune di Pola in Esilio Vergarolla. La strage cancellata, in cui storici e studiosi italiani, sloveni e croati si interrogano insieme a testimoni che erano su quella spiaggia al momento dell’attentato sulle dinamiche, le cause e le conseguenze dell’eccidio. [LS]

 

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