La Stampa – 230208 – Kostunica, il nuovo Milosevic

ENZO BETTIZA

 

La prevedibile escalation di ritorsioni e violenze contro la proclamazione d’indipendenza del Kosovo, dopo minori incidenti di frontiera tra le sponde dell’Ibar, ha avuto il suo grande battesimo di fuoco incendiario a Belgrado. Mentre l’Italia riconosceva il neonato Stato kosovaro e l’ambasciatore serbo abbandonava Roma, un organizzato e nutrito gruppo di trecento ultrà nazionalisti penetravano nell’ambasciata americana, in quel momento deserta, la devastavano e la davano alle fiamme. Sostituivano perfino la bruciata bandiera statunitense con quella russa. Più in là ardeva l’ambasciata croata.

 

Risparmiata invece l’ambasciata d’Italia, più protetta dalla polizia di quella americana abbandonata, di fatto, al libero assalto dei piromani. Con accorta tattica selettiva, che lascia intravedere dietro i teppisti devastatori un preordinato piano politico, venivano sfregiate soltanto alcune sedi culturali e commerciali italiane. I bersagli più colpiti erano e restano per il momento due. Anzitutto gli Stati Uniti, gestori dell’intervento Nato del 1999 e massimi sponsor dell’autodeterminazione di due milioni di kosovari albanofoni; subito dopo la Croazia, principale nemica della Serbia negli scontri armati avviati prima e dopo la nascita dello Stato croato e terminati, infine, con la ritirata dell’aggressore serbo. Non si sa quello che potrà capitare nei prossimi giorni agli istituti diplomatici e commerciali della Slovenia, anello precursore nella catena delle secessioni dall’ex Jugoslavia federativa, oggi Stato europeo insediato ai vertici della presidenza semestrale dell’Unione.

 

Dunque, punto di riferimento negoziale per gli occidentalisti di Belgrado che nell’Europa vedono lo sbocco pacifico e naturale dell’implacata nazione balcanica.

 

Tale sbocco, più che mai dopo la secessione kosovara, divide la stessa classe politica serba, anzi, le stesse istituzioni del governo serbo. Le recenti presidenziali hanno inasprito il dissenso latente tra il rieletto presidente Boris Tadic, favorevole all’apertura razionale europea, e il primo ministro conservatore Kostunica incline, invece, al militante cristianesimo panslavista delle Chiese e delle spade ortodosse incrociate della Serbia e della Russia. Kostunica, ex capo di Stato, si era già opposto all’estradizione di Milosevic, ha dato poi una tenace copertura al boia di Srebrenica Mladic mai consegnato al tribunale dell’Aia. Ieri lo abbiamo ritrovato in prima linea nelle piazze scatenate dalle sue invettive contro la secessione del Kosovo. Tadic cercava di disinnescare il furore di centinaia di migliaia di manifestanti, mentre Kostunica ne alimentava il fuoco che di lì a poco si sarebbe materializzato all’interno dell’ambasciata americana. Il capo del governo serbo è apparso come uno dei massimi istigatori dell’oceanica manifestazione degenerata in guerriglia urbana contro le sedi occidentali e croate.

 

Lo dicono, meglio d’ogni altra prova, gli insulti da lui lanciati contro l’America e l’Europa, la mano tesa alla Russia, la rivendicazione della serbità sempiterna del Kosovo, monasteri, icone, campanili ortodossi eccetera. Mai, ieri meno che mai, un accenno, sia pur vago, alle tentate pulizie etniche ai danni degli schipetari fin dalle remote guerre balcaniche del 1912. Ha ripetuto, gridando e agitando il pugno, come il Milosevic degli anni ruggenti, che «Kosovo è il primo nome della Serbia», che «il Kosovo appartiene da sempre al popolo serbo», che l’identità serba si estinguerà «se noi rinunciamo alle millenarie radici del Kosovo». Dopodiché gruppi e gruppuscoli sono andati coi bidoni di benzina alla guerriglia.

 

Intanto, da parte europea, Spagna eccettuata, continuano ad arrivare gli attestati di riconoscimento di Pristina. L’Europa tentenna, agita l’euro anziché il cannone, offre l’associazione in cambio della pacificazione, e nello stesso tempo non blocca l’invio di una missione che dovrà dar mano alla costruzione di uno Stato nuovo sulle macerie di una storia depravata e terribile. Non facciamoci illusioni: i mesi venturi saranno costellati da incidenti più o meno gravi e simbolici. Ma non ci saranno «effetti domino» nei Balcani perché è stata la stessa Serbia, con la sua guerra perduta, a creare il Kosovo indipendente e non oserà scatenarne un’altra per riprenderselo.