La Repubblica – 200507 – Minacce e insulti: il dossier Ucigos

ROMA – È riassunta in un dossier redatto dall'Ucigos la "campagna di odio", "frutto di una pianta velenosa non ancora estirpata", a cui ha fatto riferimento ieri il ministro dell'Interno Giuliano Amato. Il sentimento diffuso contro le forze dell'ordine (ma sono presi di mira anche giornalisti, come il direttore del Tg5 Carlo Rossella, il cardinale Sepe di Napoli, sindacalisti e politici), esplode dopo gli arresti – il 12 febbraio scorso – delle nuove Brigate Rosse a Padova, Milano e Torino. La "pianta velenosa" che il ministro Amato "credeva estirpata" è germogliata nel giro di poche ore e s'è diffusa in tutta Italia dal Nord al Sud obbligando gli uomini dell'Ucigos del dottor Carlo De Stefano a monitorare costantemente questo nuovo fenomeno che ci ha portato indietro di 30 anni, collegando idealmente le vecchie Brigate Rosse alle nuove, le vittime di allora a quelle di oggi.

E confondendo ancora i partigiani, che combattevano contro i nazifascisti per la libertà, con i terroristi che hanno come obiettivo l'eversione dell'ordinamento democratico. La "pianta velenosa" al momento ha già prodotto i primi "frutti", i 215 episodi in poco più di tre mesi che sono stati censiti dal Dipartimento pubblica sicurezza del Viminale. Si tratta di una tensione a "bassa intensità", ma che forse ha un senso se si riflette sulle parole della brigatista Cinzia Banelli, coinvolta negli omicidi Biagi e D'Antona: "Le nuove Br non volevano né vincere né fare la rivoluzione, ma tenere alta la portata ideologica della loro lotta".

Ecco, i 215 episodi di minacce alla polizia, scritte sui muri inneggianti alle Brigate Rosse, lettere minatorie, hanno forse quello come "obiettivo", tenere alta la portata ideologica di un odio diffuso che parte dall'estrema sinistra ed è diretto in parte anche contro la sinistra. Le scritte velenose, infatti, non risparmiano esponenti del governo Prodi, D'Alema, Bertinotti e Diliberto compresi.

Il primo allarme del sentimento antipolizia è del 14 febbraio, quando sul basamento di un sottopasso delle provinciale Brescia Mantova compare la scritta "Digos merde, Brigate Rosse, colpiremo le forze dell'ordine". Da quel momento è una escalation di minacce. Lo stesso giorno a Padova – uno dei tre teatri dell'indagine contro le Nuove Br di Davanzo – viene incendiato il portone della casa di uno degli investigatori, dottor Lucio Pifferi, dirigente della Digos.

Su un sito Internet compare una scritta di solidarietà con gli arrestati, "perquisiti dalle forze dell'ordine capitaliste". Il giorno dopo a Trieste, in pieno centro, spunta la scritta "sbirri assassini, c'è chi spara e c'è chi spira" con la firma della stella a cinque punte. Il 16 febbraio a Firenze è ancora il dirigente Digos Pifferi nel mirino: in un bagno di un centro commerciale è stato abbandonato un "simulacro di ordigno" e un volantino con la scritta "la prossima volta è boom".

A Brindisi il centro è stato tappezzato da numerosi frasi, fra le quali "Giuliani vive con noi", "più Raciti meno soprusi", Placanica (il carabiniere che uccise il no-global durante il G8), "uomo morto". Il 20 febbraio a Torino, dove è stato trovato una parte dell'arsenale delle nuove Bierre, nella zona universitaria sono state censite minacce alle polizia come "Digos boia" come minacce di morte al suo dirigente: "Petronzi come Raciti". A Trento all'interno dello stabilimento industriale Dana qualcuno ha scritto "fuori i compagni dalle galere, dentro la Digos e le camice nere". Dalla Lombardia alla Liguria è preso di mira l'ispettore catanese: a Lecco sui muri del centro città, con la vernice rossa è stato scritto "più Raciti morti, più foibe per i fasci".

A Genova, la frase "Fassio come Raciti" è una minaccia contro Guido Fassio, segretario regionale della Filt Cgil. A Carrara lo slogan viene mutato in "10, 100, 1000 Raciti e Musetti, vota lista Comunista", firmato stella a 5 punte. Il riferimento questa volta è al dirigente di An Gianni Musetti che aveva partecipato, contestato, a una manifestazione in commemorazione dei martiri delle Foibe. A Lula, in provincia di Nuoro, nel centro storico sono stati minacciati i carabinieri: "Br, ancora l'inizio, vi faremo pentire bastardi carabinieri". A Trieste hanno scritto "Digos a morte", ad Ancona "fotti gli sbirri", a Firenze "carabinieri al rogo, 10, 100, 1000 Nassiriya" e, infine, a Cagliari "morte ai secondini".