La bandiera istriana al fronte in Afganistan (Panorama 31 ago)

di Fausto Biloslavo da Bala Murghab (Afghanistan)

“I proiettili sollevavano sbuffi di sabbia conficcandosi davanti ai mezzi. Ci tiravano razzi Rpg da tutte le parti. Anche la base era sotto attacco. Non dimenticherò mai le fiammate delle esplosioni all’interno del fortino, dove la mia compagnia rispondeva al fuoco”. Il primo caporalmaggiore Pasquale Campopiano, 27 anni, di Caserta, descrive così l’ultima battaglia dei soldati italiani in Afghanistan. Tre giorni d’inferno, il 5, 6 e 7 agosto, quando i talebani volevano spazzare via l’avamposto di Bala Murghab. Una novantina di fucilieri della Brigata Friuli hanno tenuto, con le unghie e con i denti, le quattro mura sbrecciate di un ex cotonificio nella remota provincia di Badghis.

Il 6 agosto una colonna di rifornimento americana finisce in un’imboscata a meno di 1 chilometro dall’avamposto. La squadra di Campopiano esce a bordo dei blindati Lince per portare soccorso, ma i talebani li bersagliano annidati fra le case. I soldati italiani sono costretti a ripiegare nella base, che nel frattempo viene attaccata. Il caporale sbuca dal tetto del mezzo. «Mi sono attaccato alla mitragliatrice Browning e ho sparato 20 colpi. Poi l’arma si è inceppata per colpa della maledetta sabbia di queste parti» racconta il sottufficiale di Caserta. «È stato il mio battesimo del fuoco».

Se c’è un’Italia che per portare la pace deve fare la guerra, è proprio qui. La Terza compagnia Aquile del 66º reggimento aeromobile Trieste è arrivata a Bala Murghab il 4 agosto. Lungo una pista impossibile fra le montagne di sabbia che rendono lunare questa fetta di Afghanistan. L’ultima trincea degli italiani è un rudere di fronte al paese. Un vecchio avamposto in mezzo a una verde radura solcata da un fiume. Negli anni Ottanta ci aveva provato l’Armata rossa a presidiarlo. La leggenda vuole che i mujaheddin tagliarono la gola a tutti i soldati russi del fortino, quando le truppe sovietiche si ritirarono.

A Bala Murghab siamo arrivati con uno sbarco dal cielo scendendo di corsa dal ventre di un Ch47 italiano. Nel polverone sollevato dalle pale dell’elicottero i fucilieri della Friuli scaricano il più in fretta possibile rifornimenti e munizioni. Gli elicotteri d’attacco Mangusta sfrecciano minacciosamente, a bassa quota, per garantire protezione. Il generale Francesco Arena, basco azzurro e baffo grigio, controlla l’elisbarco circondato dalla scorta con il dito sul grilletto. Comandante del fronte occidentale della Nato in Afghanistan, è venuto in prima linea con i suoi ragazzi. I talebani, come hanno già fatto con un elicottero di trasporto per l’avamposto, possono sparare da un momento all’altro. Sembra la scena di un film sul Vietnam, ma è tutto vero.

Il capitano Massimiliano Spucches, 30 anni, di Bari, è l’interprete perfetto di questo film. Occhi limpidi, capelli a spazzola, impolverato, non molla mai la cuffia e l’auricolare della radio che lo tengono in contatto con i suoi uomini. «Sono stati veramente giorni di fuoco» spiega il comandante della compagnia. «Con questa missione i miei ragazzi sono diventati soldati».

Il 5 agosto scattano i primi attacchi. «Abbiamo sentito il fischio e una manciata di secondi dopo una fortissima esplosione. Il razzo aveva sfondato il muro esterno aprendo un buco» racconta Spucches. Fino all’8 agosto i talebani colpiscono ripetutamente, anche tre volte al giorno. Si nascondono nel villaggio a poche centinaia di metri dal fortino. Utilizzano i canali di irrigazione come trincee e camminamenti per cambiare posizione.

La Compagnia Aquile è inchiodata, ma non molla. «Ero di guardia al lato nord quando è esploso il primo razzo Rpg dentro il forte» racconta Giovanni Scaramuzza. «Ho aperto la portiera del blindato per salire e cercare riparo, quando ho sentito il sibilo. Un proiettile di kalashnikov mi ha sfiorato l’orecchio sinistro e si è infranto sul finestrino del mezzo». Da quel giorno il sottufficiale trentenne, di origini calabrese, è stato ribattezzato ‘o Miracolato. Barba incolta, occhiaie, faccia spaccata al sole, è da un mese in prima linea.

Altri non si lavano da giorni e hanno il segno degli occhialoni antipolvere impressi sul volto incrostato dalla sabbia. Le mimetiche da combattimento sono marrone per la sabbia. Non le lavano per scaramanzia. Nel fortino i soldati italiani vivono all’aperto, su brande da campo. Di giorno il sole ti spacca il cervello sotto l’elmetto e di notte l’umidità del fiume penetra nelle ossa. I ragazzi della Compagnia Aquile mangiano razioni da combattimento, ma da buoni italiani sono riusciti a farsi portare un po’ di caffè e di pasta dalle retrovie. Anche fra le bombe un piatto di spaghetti alla buona non manca mai. A tal punto che hanno inaugurato un angolo del fortino come “ristorante Katyusha”. In ricordo degli svariati missili da 107 millimetri che i talebani hanno lanciato sulla base.

Tutti raccontano con orgoglio la missione più dura della loro vita, fra paure, tensioni e piccoli atti di valore. «Avevo appena piazzato i mortai e ordinato il pronti al fuoco, quando è arrivato un katyusha e ci siamo buttati a terra» racconta il tenente Alfredo Perna, 25 anni. Con spiccato accento toscano descrive i momenti drammatici del 6 agosto, quando i talebani tartassano il campo da una casa poco distante, oltre il fiume. I soldati italiani devono fermarli, ma non vogliono colpire l’abitazione perché dentro possono esserci civili. «Via radio ho ricevuto l’ordine di lanciare corto dei colpi di avvertimento» racconta Perna. «Quando ho infilato la prima bomba nel tubo del mortaio mi sono detto: speriamo bene. Dopo la scarica del fuoco di sbarramento i talebani sospendono l’attacco».

I soldati della Nato non avevano mai messo piede da queste parti. I talebani raccontano alla popolazione che stanno tornando i russi. I fondamentalisti in armi hanno nella zona rifugi sicuri e arsenali.

«Erano le 4 e un quarto di pomeriggio, quando l’esplosione ci ha sorpreso buttandoci a terra. Non sentivamo più nulla. Dentro l’ambulanza si era alzato un polverone di sabbia. Ci siamo toccati l’uno con l’altro e Domenico mi chiedeva: sei vivo, sei vivo?». Narciso Fiorillo, 22 anni, viene da Benevento. Occhi azzurri e faccia da sbarbatello, si tiene in tasca la scheggia di un razzo Rpg che avrebbe potuto ucciderlo. Il 6 agosto, assieme a Domenico Vitale, della provincia di Lecce, ha appena finito di allestire un’area della base per assistere i feriti. I due sono inseparabili e fanno i paramedici in prima linea. Per fortuna si trovano a bordo dell’ambulanza blindata quando il razzo si infila nel muro a pochi centimetri dal mezzo. Le schegge riducono a un groviera il portellone posteriore dell’ambulanza, che si solleva come un grissino.

Assieme al tenente medico, Achille Balenzano, 27 anni, salvano la pelle a tre poliziotti e due civili afghani stabilizzando le loro ferite durante la battaglia. «Un agente era agonizzante: un proiettile gli è entrato e uscito dalla testa e un altro gli aveva perforato un polmone» racconta il medico originario di Bari. Gli afghani non si lamentano mai. Al massimo sussurrano «dar», che vuol dire fa male in pashtu. L’operazione Khora, per la conquista di Bala Murghab, è costata 5 morti e decine di feriti. Nei combattimenti sono stati uccisi due consiglieri militari americani dell’esercito di Kabul e tre soldati afghani.

Quando il convoglio di rifornimenti Usa finisce in un’imboscata, a un passo dal fortino, viene saccheggiato. Un caccia F15 filma la scena dei camion in fiamme rimbalzandola al comando della Compagnia Aquile asserragliato nella base. Sul primo momento si pensa di bombardare i mezzi per sottrarli ai talebani. Ma il rischio di provocare vittime tra i civili, che stanno depredando il carico, è troppo alto.

Gli attacchi vanno avanti fino al 12 agosto. Poi gli italiani riescono a incontrare gli anziani del villaggio. La promessa è di costruire un ponte e una strada. «Abbiamo cominciato a comprare meloni e tappeti per far girare un po’ di soldi» spiega il capitano Spucches. «Il nostro personale sanitario ha aperto un ambulatorio volante visitando una cinquantina di persone, soprattutto bambini». Adesso gli attacchi stanno riprendendo contro la compagnia spagnola, che ha dato il cambio ai soldati italiani nella sperduta provincia afghana di Badghis.

Gli angeli custodi del contingente italiano sono gli elicotteri Mangusta, che terrorizzano i talebani grazie alla loro potenza di fuoco. Il capitano Cristiano Comand ha 41 anni e viene da Teor, una cittadina in provincia di Udine. Sembra a suo agio nella tuta di volo color sabbia sull’assolata pista di Qal i Naw, il capoluogo della provincia di Badghis. Quando non pilota i Mangusta in Afghanistan fa il vicesindaco di Teor, per una lista civica di centrodestra.

«Ci hanno sparato un razzo Rpg nel sedere. L’abbiamo scampata per un soffio, ma si può morire anche in autostrada in Italia» sottolinea con un sorriso beffardo Comand. Il suo nome in codice è Fatima e il 9 luglio avrà acceso un cero alla Madonna, dopo il ferimento di due fucilieri dell’aria a 5 chilometri dal quartier generale italiano di Herat. «Avevano attaccato una nostra pattuglia a Shewashan» racconta il pilota del 5º reggimento Rigel. «Sento in cuffia “contatto a ore 6, Rpg” e viro di scatto a destra per 90 gradi. Ci hanno lanciato un razzo in coda e i piloti dell’altro Mangusta se lo sono visto passare davanti agli occhi. Pochi metri e ci avrebbero abbattuto».

Non è finita. I talebani sparano due raffiche con decine di colpi. Il capitano Comand vede i traccianti fendere l’aria attorno ai Mangusta. Cinque proiettili centrano un elicottero spagnolo, che evacua i soldati italiani feriti. Il tenente Gabriele Rame ha un arto spappolato, con la carne che penzola. «Quando gli ho messo una mano sulla spalla ancora in barella mi ha detto: “Generale non vorrei sporcarla con il mio sangue”» racconta Arena, il comandante del contingente italiano.

Nell’Afghanistan occidentale sono schierati 2.800 soldati della missione Isaf, voluta dalla Nato, per stabilizzare il paese. Spagnoli, sloveni, albanesi assieme con 1.421 soldati italiani. Numero esiguo per controllare le quattro province di Herat, Farah, Ghor e Badghis. Un fronte grande come il Nord Italia. A sud del campo di Herat c’è solo l’inferno di Farah, la provincia più pericolosa per gli italiani. Infestata da talebani e signori della droga, confina per 250 chilometri con l’Iran, che soffia sul fuoco dell’instabilità afghana.

Nel deserto circondato da montagne di Farah combatte la Task force 45. La punta di lancia del contingente italiano è composta esclusivamente da corpi speciali. Un pugno di incursori del 9º reggimento Col Moschin, marinai del Comsubin, Ranger degli alpini paracadutisti, specialisti dell’aviazione e carabinieri dei Gis. Per la prima volta dei giornalisti italiani seguono una missione di questi soldati, che erano «fantasmi» per il precedente governo. Unica regola: niente cognomi, gradi o fotografie in cui si riconoscano i volti degli incursori.

«Come si esce dalla base così si rischia. Diciamo che Dio con noi fa gli straordinari» sostiene Enrico, comandante del distaccamento. La base è gestita dalla «regina di Farah», come viene chiamata Shoshana Chatfield, ufficiale della marina Usa. Tanto tosta quanto bella, con i suoi occhi azzurri e capelli biondi. Comanda il Prt, uno dei centri di ricostruzione provinciale dell’Afghanistan occidentale. I corpi speciali italiani vivono in maniera spartana, sotto le tende. Nella sala riunioni della task unit Alfa svetta una bandiera blu con la capra al centro, simbolo dell’Istria. Lo stendardo degli esuli costretti a lasciare la penisola italiana, oggi in Croazia, alla fine della Seconda guerra mondiale.

La Task force 45, durante le sue missioni segrete degli ultimi due anni, ha sostenuto una quindicina di scontri a fuoco. Per cinque volte i corpi speciali sono saltati sulle trappole esplosive dei talebani. Altrettante sono state scoperte all’ultimo secondo. Non a caso gli incursori hanno ribattezzato il blindato Lince «salvavita». Negli ultimi botti ha resistito facendo sopravvivere l’equipaggio. Viaggiare su un Lince con elmetto, giubbotto antiproiettile e cinture allacciate, non è facile. Farlo per 11 ore in mezzo al deserto con i corpi speciali è una prova di sopravvivenza. Il nome in codice della missione è Falco e prevede una pattuglia di ricognizione e combattimento verso il confine iraniano.

I talebani chiamano i blindati stranieri «mostri» e cercano di farli fuori in tutti i modi. A Shindand, lo scorso luglio, un terrorista suicida è saltato dal primo piano di una finestra su una colonna americana in avvicinamento. Si è fatto esplodere a mezz’aria ammazzando sei civili che passavano per caso.

L’ultima tattica dei kamikaze, al volante di una macchina minata, è avvicinarsi alle truppe della Nato con dei manichini nell’automobile. Per far pensare che ci sono altri passeggeri a bordo e non un terrorista suicida. Sui Lince le mappe del paesaggio lunare di Farah sono digitalizzate su computer che segnalano come in un videogioco tutte le forze «blu», ovvero alleate, nell’area. Però le vecchie mappe russe su carta sono le migliori. Purtroppo hanno il difetto di essere scritte in cirillico.

La missione Falco prevede un bivacco nel deserto, con la luna che illumina il dispiegamento a riccio dei blindati. Simile a quello dei pionieri nel Far West, quando dovevano difendersi dagli indiani. Si dorme sotto le stelle tormentati da una tempesta di sabbia, ma la Task force 45 ne ha passate di peggio.

Il Gulistan è la «valle dei fiori» nella parte sud orientale di Farah. Un budello con picchi di 4 mila metri dove i terroristi di Al Qaeda arabi, ceceni e pachistani hanno scavato basi sotterranee. Ogni tanto i talebani mettono a ferro e fuoco il capoluogo del distretto. Poi issano il loro vessillo, la bandiera bianca con la scritta «Allah o akbar» (Dio è grande). «Per tirarla giù chiamano noi» spiega Vincenzo, un incursore che dallo scorso anno ha passato 11 mesi da queste parti.

Vince, come lo chiamano tutti, ci descrive uno degli scontri più duri nel famigerato Gulistan: «Non ho fatto in tempo a dire, ma cosa sono quelle fiammate, che arrivavano i colpi. Michele era davanti a me e l’ho visto cadere. Un proiettile gli ha trapassato il braccio sinistro e poi ha portato via un lembo di carne dal petto. Quando è andato giù ha gridato “Mi hanno beccato, mi hanno beccato”».

Vincenzo e gli altri militari italiani del 9º Col Moschin imbracciano l’arma o saltano sui mezzi per rispondere al fuoco. I talebani sono appostati su una cresta e lanciano anche dei razzi a spalla Rpg. «Il primo è esploso a una trentina di metri, ma il secondo l’ho sentito fischiare al nostro fianco» ricorda Vince.

La sua arma è un lanciagranate sul tetto del blindato. Spara una botta da 40 millimetri dietro l’altra. «Per alcuni minuti i talebani vengono investiti da una pioggia di fuoco» racconta il testimone dello scontro. Michele, l’incursore ferito, si trascina fino al blindato. Vince racconta che «perdeva sangue dal braccio, ma è riuscito a prendere posizione mettendo il colpo in canna alla mitragliatrice pesante. Poi è crollato».