Si possono contare sulle dita di una mano gli studiosi che si occupano della storia politica della Dalmazia, senza la cui accurata indagine non si possono semplicemente comprendere gli avvenimenti che hanno sotteso il destino della più antica regione croata. Una questione trascurata pure sull’altra sponda dell’Adriatico, che tuttavia, costantemente e sistematicamente, studia il Dr. Luciano Monzali (46enne), professore di Storia delle Relazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bari. In tre suoi libri ha scritto dei rapporti fra Italia e Paesi Balcanici, ponendo l’accento sulle fermentazioni politiche della comunità degli Italiani in Dalmazia, sulla sua popolazione autoctona, che politiche aggressive hanno praticamente condotto all’estinzione.Trattandosi di tema complesso, abbiamo proposto al Prof. Monzali di impostare la conversazione su basi cronologiche, rendendo più chiaro il quadro degli accadimenti in questi territori e lo studioso ha tenuto bordone servendosi di un corretto croato, lingua che da solo ha appreso.
Seguo le vicende della minoranza italiana dal Risorgimento ai giorni nostri e vorrei chiarire quali fossero i motivi dell’interesse italiano verso la Dalmazia, interesse che in alcune circostanze storiche ha portato a conseguenze tragiche. Assai pochi sono gli studiosi che si occupano di questa tematica, quantunque essa sia essenziale per intendere le situazioni politiche di cui spesso si discute. Il materiale è ampio, soltanto l’archivio del Ministero degli Affari Esteri a Roma custodisce alcune centinaia di casse di documenti riguardanti la Dalmazia, dall’inizio del XX secolo fino alla Seconda Guerra Mondiale, che gli storici croati non hanno mai esaminato. Allorché mi studio a fondo la minoranza italiana, studio pure la storia della Dalmazia, configurando la prima una parte autoctona della società dalmata nel corso di un lungo periodo storico. L’opinione pubblica italiana mal conosce la storia della Dalmazia e degli Italiani di Dalmazia, non le è chiaro che la Dalmazia non è costituita unicamente da Zara e da Spalato, in cui per secoli sono esistite comunità italiane, ma anche da Knin/Tenin, Drnis/Dernis e Imotski/Imoschi. Proprio a causa dell’ignoranza aveva attecchito la teoria che la Dalmazia sarebbe dovuta spettare all’Italia.
Sussiste anche in questa sponda la resistenza ad un serio accesso (alla tematica) ?
Resistenza e pregiudizi, ma in realtà trattasi di resa dei conti fra nazionalisti italiani e croati e comunisti jugoslavi, priva di fondamento storico.
Quando in effetti nasce l’idea della Dalmazia italiana ?
Al tempo. Dopo la battaglia di Lissa del 1866, nella quale l’Austria-Ungheria sconfisse la marina italiana, insorge un trauma nei vertici politici e militari italiani; i quali ritengono che, per motivi di sicurezza, occorra aver il controllo di alcuni punti nell’Adriatico. Stiamo parlando dell’Europa del XIX secolo, quando perduravano lotte di predominio fra le Grandi Potenze e soltanto l’Italia unita temeva grandemente l’Austria ed aspirava a garantirsi la sicurezza nell’Adriatico e nelle Alpi. E dunque non avevano ancora attecchito le ragioni nazionaliste per la conquista ma, in primo luogo, quelle strategiche.
E tuttavia nella sponda orientale si diffonde il panico ?
Fra la popolazione slava, possibile, come del resto in occasione di quale che sia occupazione, ma la maggioranza degli Italiani era associata al Movimento Autonomista, unitamente alla popolazione slava, croata. Ai tempi di Lapenna e Bajamonti, nel 1866, gli autonomisti non desideravano staccarsi dall’Austria, erano leali verso la monarchia multinazionale, e gli Italiani, i Croati ed i Serbi della regione si sentivano ( semplicemente) Dalmati. Avevano il sostegno di tutti i gruppi popolari e l’esempio migliore che illustra la situazione è rappresentato dal podestà Antonio Bajamonti, il quale realizzò numerose opere in una piccola città e fu molto stimato, vinse le prime elezioni democratiche. I Dalmati, alla fin fine, non parlavano la lingua italiana, ma una favella mista di veneziano e di croato.Gli storici croati hanno ritenuto a lungo che non fossero esistiti Italiani autoctoni in Dalmazia, ma che si trattasse di Slavi italianizzati o di migranti dalla Penisola, mentre i “ Narodnjaci” offrivano agli Italiani la possibilità di diventare Slavi. Croati e, dopo, Jugoslavi. In contrasto con la tesi della maggioranza degli storici croati, giudico che in Dalmazia si sviluppò una specifica cultura italiana nelle città e nelle isole, contrassegnata sostanzialmente da influsso slavo. Un’identità culturale e linguistica, non etnica. Niccolò Tommaseo, ad esempio, vedeva la Dalmazia come punto d’incontro di due culture, italiana e balcanica, e non considerava che i Dalmati fossero Italiani, ma nazione affine a quella italiana, un miscuglio particolare di cultura slava e latina.
Il problema, quindi, sorge quando gli autonomisti perdono le elezioni?
Gli Italiani, allora, perdono il diritto ad avere proprie scuole, ovvero sarebbero potute essere solo private, il vecchio Partito Autonomista diviene il nuovo movimento dei liberali nazionalisti italiani. Per l’apertura delle scuole occorrevano risorse finanziarie, le cercarono e le ottennero in Italia, ed appena nel 1914, coll’inizio della Prima Guerra Mondiale, si pongono come irredentisti italiani, mentre altri Dalmati italiani sostengono l’idea di acquisire un’identità croata o jugoslava, rinunciando all’annessione all’Italia. E’ in questi tempi che si fanno strada affermazioni secondo le quali la Dalmazia deve diventare territorio italiano, tanto più che l’Italia si era schierata dalla parte dei Paesi possibili vincitori. Viene concluso il Patto di Londra, che prevede siano annesse all’Italia l’Istria, una parte delle isole e la Dalmazia Settentrionale, ovvero Zara, Sebenico e circondario, esclusa Spalato.
Vi rinunciarono (a Spalato)?
Apparve chiaro che l’Italia non avrebbe potuto controllare un territorio che era prevalentemente popolato da Croati. Le visioni delle politiche russa ed italiana, nel 1915, erano di far rientrare Spalato nella sfera d’influenza serba, mentre Ragusa sarebbe dovuta essere serba o montenegrina. L’Italia appoggiava il Regno dei Serbi, che pretendeva la Dalmazia Centrale, la Bosnia e la Vojvodina. I Dalmati Italiani si divisero in due correnti. Una aspirava all’autonomia della Dalmazia, l’altra all’annessione all’Italia.
Col Trattato di Rapallo del 1920, che previde solo Zara rimanesse italiana, fu loro offerto di optare per la cittadinanza italiana o jugoslava, ed a Spalato metà scelse la prima, l’altra metà la seconda. Le conseguenze, nel caso d’opzione per la cittadinanza italiana, furono che (gli optanti) non poterono più esercitare la professione d’avvocato, medico, farmacista, ingegnere….La scelta della cittadinanza italiana ebbe come effetto il completo isolamento della minoranza italiana dal tessuto sociale dalmato. Il Governo Jugoslavo ed i partiti croati li consideravano ( gli optanti ) alla stregua di quinta colonna dell’imperialismo italiano.
Quali furono le conseguenze?
Molti Italiani nel 1922, a Spalato, optarono per la cittadinanza jugoslava e col tempo acquisirono identità croata. La parte che optò per la cittadinanza italiana emigrò a Zara oppure in Italia, e tuttavia altra parte dei cittadini italiani pur rimase; ma nel 1941, vent’anni più tardi, se ne annoverarono solo un migliaio, fra i primi ad andarsene furono i cittadini più istruiti. Quelli rimasti si ritrovarono isolati, potevano contare su di una chiesa, una scuola e su associazioni. Talché la minoranza italiana divenne vittima dei rapporti fra Italia e la prima Jugoslavia e capro espiatorio dell’occupazione italiana.
E dopo la Seconda [Guerra Mondiale] , sparirono del tutto?
Un gran numero d’Italiani, così come di Serbi e di Croati, furono vittime della spaventosa violenza dell’Italia fascista, della Germania nazista, degli Ustascia, dei Cetnici e dei comunisti nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Penso che in Dalmazia si possa parlare di tragedia collettiva. Guardi che cosa è accaduto a loro: ad esempio, il Dr. Ivo Tartaglia, uno dei più meritevoli podestà spalatini nonché bano del litorale, quale oppositore della politica fascista fu arrestato nel 1942 ed internato in Italia. Sennonché, alla fine della Guerra il governo comunista lo rinchiude a Lepoglava, ove presto muore. Similmente ci rimisero la pelle dei convinti cattolici, dei simpatizzanti dell’HSS ( Partito Croato del Diritto) ed anche degli appartenenti a famiglie dalmate italiane.
Abbiamo sorvolato sul periodo fascista?
Le pretese fasciste sulla Dalmazia avevano segno ideologico, ma dovevano anche comprovare che l’Italia era una potenza imperiale. Mussolini sa che a Spalato, nel 1941, ci sono solamente mille Italiani in mezzo a cinquantamila abitanti, situazione di fatto che avrebbe potuto controllare solo col ricorso alla violenza. Aspirava ad avere il predominio del Mare Adriatico e dei Balcani, superiore a quello della Germania hitleriana; e dunque si sa che Ante Pavelic fu agente italiano, che cedette all’Italia tutto ciò che richiedeva, in cambio dell’aiuto nella creazione della NDH (Stato Indipendente Croato).Fatto di cui erano consapevoli anche i Tedeschi, che non volevano a nessun costo che Pavelic diventasse Capo dello Stato, privilegiando Vladko Macek, il cui partito HSS godeva del sostegno della maggioranza dei Croati; ma egli ( Macek ) respinse l’offerta e frattanto Pavelic divenne fedele servo tedesco. Il periodo dell’occupazione italiana è stagione del terrore sulla popolazione e l’Italia ha la responsabilità di aver indotto i popoli balcanici alla guerra ed allo spargimento di sangue. Dopo la capitolazione dell’Italia, nel 1943, Pavelic tenta di instaurare nei territori, sino ad allora occupati, il potere ustascia, ma era già troppo debole, l’effettivo controllo fu esercitato dai Tedeschi, sino alla caduta del Reich.
I resti dei resti degli Italiani se ne vanno nuovamente…
Nel corso del 1945 e del 1946, i comunisti jugoslavi instaurano un potere totalitario, adottando metodi completamente stalinisti, eliminano tutti i potenziali nemici del nuovo regime, mentre si registra una difficile situazione economica. Negli anni Quaranta e Cinquanta, la gente fugge in massa, attraversando il mare, dalla Jugoslavia verso l’Italia, per due motivi: repressioni politiche e profonda crisi economica. Agli Italiani si offrono, daccapo, due possibilità: la cittadinanza italiana oppure quella croata; la più parte opta per la cittadinanza italiana e, di nuovo, emigra in Italia, il che rientrava nelle aspettative dei comunisti. Quando nel 1953 fu chiusa, a Zara, l’ultima scuola italiana e la comunità, si inferse il colpo mortale ai Dalmati Italiani.Non era, per la verità, il caso dell’Istria, perché lì (gli Italiani) furono più numerosi e aderirono alla L.P.L. (Lotta Popolare di Liberazione ), venendo risparmiati. La stragrande maggioranza degli Italiani dell’Istria e del Quarnero fece fagotto, e ciononostante vi si conservarono (a costituire) minoranza. Rimasero in Jugoslavia quegli Italiani che diedero importanza all’identità regionale e quelli che credevano nel sogno d’una società comunista. La grande maggioranza di Italiani dell’Istria e del Quarnero, ad ogni modo, migrò, ma una minoranza vi sopravvisse e vi si conservò. Soltanto con l’acquisizione dell’indipendenza croata hanno iniziato ad ottenere la vera libertà d’espressione e d’istruzione.
Quanti ce ne sono ora?
A Zara, credo, circa 300 – 400; a Spalato, appena un centinaio. Questa è la conclusione della storia di gente che non ha appartenuto né all’una né all’altra opzione, che la politica ha sfruttato e diviso in schieramenti opposti; di gente che costituiva popolazione autoctona della Dalmazia, specifica per cultura e lingua, ed alla quale le circostanze storiche hanno riservato sorte ingrata.
Il destino degli esuli
“Tragico è il destino degli esuli della Dalmazia, dell’Istria, del Quarnero – conclude il nostro interlocutore – da 200 a 250 mila, dopo la Seconda Guerra Mondiale, sono fuggiti in Italia, ove li ha attesi cocente disillusione. Essi nemmeno sapevano che cosa fosse l’Italia, vissero per generazioni in Dalmazia ed in Istria e dovettero iniziare una nuova vita. Sebbene lo Stato si curasse della loro sistemazione, perfino dell’occupazione, dagli Italiani venivano considerati come stranieri che contavano di vivere alle loro spalle. Non comprendevano nemmeno il dialetto che gli esuli parlavano. Essi [gli esuli] erano diversi anche fisicamente, di bella statura come i Dalmati. Alcuni cambiarono il cognome, italianizzandolo, per essere meglio accolti. Fu loro avverso, particolarmente, il Partito Comunista Italiano; li riteneva nemici, che fuggivano dal comunismo, creando conflitti con la Jugoslavia comunista. In fin dei conti, quando si conversa con gli esuli si avverte la dolente nostalgia che sentono per la Dalmazia, che è la loro vera patria ed il focolare domestico ”.
Damir Sarac“Slobodna Dalmacija” 1° settembre 2012
(courtesy Mailing List Histria)
