Kotlar: “Che coraggio papà!”

"Mi chiamo Guerrino Kotlar e sono un associato ANVGD. Sono nato a Zara, anzi Borgo Erizzo, e nel 1957 mio padre ALBERTO KOTLAR, detto Berto, prese 2 valigie, 4 borse, moglie e 3 figli, lasciò il suo paese e … inizio così … il viaggio della speranza verso la sua patria – Italia.
Ora che non c' è più sento un irresistibile necessità interiore di dirgli GRAZIE papà e che CORAGGIO papà. Vi sarei immensamente grato se riusciste a pubblicare questa nostra storia che allego, anche per dar modo a tanti zaratini -borgherizziani come noi- sparsi per l'Italia, che hanno avuto a suo tempo modo di conoscerlo, di ricordarsi di un LEONE zaratino come loro, con un coraggio grande, grande e ancora grande."

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Ora che non posso più dirtelo     
 ….. ti scrivo ….. 
      

"Lungo ogni via c' è un passaggio, che richiede pazienza e coraggio". E là dove ti è mancata qualche volta la pazienza, l'hai certamente sostituita con il doppio del coraggio di lasciare tutto e tutti a 42 anni (che coincidenza il n° 42 è il vertibile di 24, giorno della tua nascita e della tua morte e altre ancora) sognando di andare a vivere "liberi", e  sperare di ritornare nella tua ….. PATRIA, di  poter parlare la tua lingua, di poter professare la tua …. FEDE, di poter liberamente dire quello che pensavi, di cercare fortuna ed AVVENIRE per i tuoi ….. F I G L I .

Solo …. contro tutto e contro tutti, con nella valigia ….. solamente il fumoso bagaglio dei tuoi sogni e partire con un paio di valigie e 3-4 borse in mano, accompagnati al porto di ZARA da tutto un paese, con un carro trainato dalla speranza e dal famelico cavallo del nonno, carico di donne, vecchi, bambini, ma soprattutto strabocchevole di lacrime.

C' erano davvero TUTTI gli amici e parenti. Mai più, visti e/o avuti cosi tanti in vita nostra. Baci, abbracci e saluti. Molti, tanti ciao, ma ricordo il bacio che sarà l' ultimo a tuo padre, l' abbraccio che sarà l' ultimo a tuo fratello maggiore Mate.  

Eccovi solamente (circa) 15 anni dopo e  solamente in cinque. E tanti altri ciao e/o addio. E dalla nave che salpava e si allontanava, un ultimo e sempre più lontano a d d i o o o (il cui eco mi rimbomba  ancora). E durante il viaggio da Zara a Fiume ….. via …..   M A R E.

 

M' affacciavo alla vetrata, e vedevo il mare.      
Andavano le stelle, tremavano le onde.      
Vedevo le stelle passare, onde passare;      
e ad ogni onda un ricordo passava,      
e ad ogni ricordo un palpito rispondeva.      
Ecco, sospirava l'acqua, alitava il vento quando      
sul mare è apparso un bel ponte d' argento,      
ponte d' argento gettato sui mari liberi,      
 (di Giovanni Pascoli)  

 

Per chi dunque eri fatto e per dove menavi ?  Alla stazione di Trieste, lasciare lì in un angolo, piangenti ed impauriti moglie e 3 bambini per andare a cercare gli uffici del Consolato e procurarsi permessi, visti e la destinazione del campo . . . . . . . profughi.  

Alla partenza si erano raccomandati tutti, speriamo che vi mandino ad ….. Aversa (Caserta), oppure Laterina (Arezzo), o ancora vicino a Tortona, ecc. Andava benissimo tutto tranne  …… il  destino, crudele  destino  !  ?  !  ?  !  ?  !  ? Allora per dove ? Singhiozzando ti chiese la mamma al tuo ritorno. Per  dove, con la voce strozzata dallo smarrimento. Dove ? Mai SILENZIO fu più forte della parola e ..tu " via andiamo" al binario numero .…. 24? E furono lacrime interrotte solo, ogni tanto, dal silenzio o da qualche fermata del treno, fino alla stazione di ….. Venezia, Ferrara, Ravenna, Ancona, Roma cambio per Napoli, Formia  ed  arrivare finalmente ……….  (il  04.04.1957) a G a e t a.

Un giorno intero di lungo viaggio tra stazioni, fermate, coincidenze, orari , binari e soprattutto S E N Z A     P A R O L E.

Tu da solo, quasi colpevole di quella indesiderata destinazione, forse a chiederti perché proprio lì, perché proprio solo tu, e proprio a ….. Gaeta, allora (4.4.1957) per i profani, famosa solamente per il carcere militare.       

Giunti il giorno dopo alla stazione di Gaeta, via …valigie, borse, sportine in spalla, tre-quattro km a piedi ed eccoci davanti ad una caserma militare. Caserma Cosenza. Lì in un lungo atrio-corridoio, noi con la mamma ad aspettarti, eri andato in fureria-direzione a prendere le consegne, permessi,  ed  il necessario per la  nostra  nuova  vita. La sospirata dimora in Italia, il paese delle meraviglie. 

E dopo la lunga fila, erano arrivati anche altri, dall' Istria, dall' Asmara, da Tunisi e chi sà da dove ancora.  E ancora TU, con inesauribile coraggio, carico come un mulo a portare avanti e indietro  a piedi al 5° piano 8-10 cavalletti di ferro per imbastire i letti a castello; tavole di legno per unire i cavalletti, 4-5 materassi ammuffiti, 6-7 coperte , 4-5 cuscini se si potevano chiamare tali, e altre masserizie occorrenti per il primo accampamento italiano. 

Ricordo lo  … smarrimento di tutti noi. Quinto piano, BOX n°  ?: 3,5 mt quadrati sì e no e con le pareti – divisorie, tra un box e l'altro, alte circa 2 mt., mentre il soffitto era alto almeno 5 metri. 

Quanti giri, quante scale papà, quanta forza e tenacia, quanto lavoro. E che coraggio a caricarti addosso, come se non c' è ne fosse abbastanza, anche tutta la “ COLPA" di quella, in quel momento, tragica destinazione, senza poter dividere tutto quel PESO, ancora una volta con nessuno.

E noi ad aiutarti, a portare su e giù le nostre masserizie, come se fosse un nuovo ….gioco, mentre tua moglie aveva cominciato ad usare anche le coperte, profumate di muffa, per  asciugarsi  ancora   .….  le  lacrime. E poi la notte a vegliare e pensare, con le tue ansie e i tuoi dubbi,  per il giorno dopo.  

Doveva essere una soluzione di qualche mese, siamo invece rimasti lì 4 anni, anzi no, dopo un anno circa siamo stati TRASFERITI in un' altra Caserma militare nella Gaeta vecchia con vista panoramica del carcere  militare (era rinchiuso allora Herbert Kappler, responsabile dell' eccidio delle Fosse Ardeatine). Lunghi corridoi con i box uno accanto all'altro, con pareti divisorie alte solo 2 mt. circa e finestroni la sù in alto ogni tanto. In piedi su un letto a castello si poteva vedere ed ammirare la lunga distesa di altri box, altri letti, vestiti appesi qua e là, e salutare allegramente quello là in fondo a 20-30 mt. di distanza. Lì si mangiava, si dormiva in 5, si cucinava tutti i giorni, si parlava, si urlava ma soprattutto, si  viveva … in … felice … mente. Per farsi capire occorreva urlare, perchè sentivi tutto quello che i vicini di box dicevano, quelli del box prima, quelli del box dopo, quelli del box in fondo a 20-30 metri di distanza, quelli che litigavano, quelli che urlavano, quelli che parlavano in siciliano, quelli che parlavano in tunisino, quelli che parlavano in veneto, quelli che ….. parlavano, parlavano  ….. magari  urlando sempre. Qualche volta le parole non si capivano bene perchè accavallate le une alle altre, venivano sbiadite dai rumori delle cucine, dal friggere, dai tegami. 

Se uno friggeva pesce, c' era odore di pesce per tutta la camerata. E se poi li accompagnava col contorno di cavoli, erano cavoli per tutti. E così assaggiavi ….. solo l' odore, e qualche volta ti bastava pure. Quindi quello che mangiavi lo sapevano tutti. Insomma, non c' era la televisione ancora  o meglio, non c' era nel nostro campo profughi, ma certamente non si soffriva di solitudine e non ci si annoiava mai.   

A partecipare ad uno dei tanti bandi di concorso per l' assegnazione di alloggi in case popolari per tutta l' Italia esposti nella bacheca della fureria del campo profughi e finalmente "botta di kulo" vincerne uno per Marina di Ravenna.  

E dopo essere venuto a vederli e saputo che c'erano anche altri compaesani zaratini ed istriani qui a Ravenna, via a riprendere le ormai quasi marcite valigie e dopo 4,5 anni di vita da sfollati, ripartire ed arrivare, in un nebbioso settembre, in fondo al viale Ciro Menotti, scendere dalla "Corriera" ed incamminarsi a piedi fino a raggiungere la sospirata oasi di agglomerato di case popolari isolate e distanti almeno 1 km dalla prima casa abitata di Marina di Ravenna (il  09.09.1961). E così dopo 4 – 5 anni avevamo finalmente una casa, cioè un appartamento, un tetto, ossia una cucina, una camera, una sala, un bagno, un ingressino, tutti vani divisi l' uno dall' altro fino al soffitto da una parete divisoria intera. Finalmente un "tetto" da  C R I S T I A N I , alleluia, alleluia.         
Ora si poteva finalmente buttare via la vecchia, stanca e triste  ….  valigia.   

 

Valigia

Valigia, vestigia*
di un tempo che fu.
Stancamente cammini
trascinata, da deboli braccia,
in una stazione grigia,
con dentro i brandelli di una vita,
di un mondo nascosto,
che ciascuno trascina
verso un futuro misterioso,
avventuroso o noioso,
da vivere con emozione,
passione o delusione,
e con il bagaglio strano
dell' umano.   ( Sonia Leikin di Ancona )

 * vestigia = qualcosa che ti segue, la tua traccia,      
  il tuo passato, le tue rovine, l'antico che c'è e non c'è più.      
        
Chiedere un tozzo di pane.   

Ironia della sorte finire qui nella ROSSA  ROMAGNA, tu cacciato dai compagni titini,  dai comunisti slavi, a ricominciare la definitiva battaglia della vita, la realizzazione e la sistemazione dei tuoi figli, il loro inserimento nel tessuto produttivo della società. Come dire, dalla  padella  alla  brace. E allora che fare ? Ricominciare ! ? ! ?  Come?  Dove ? A far che? Ancora tutto da capo.   
Corri dal prete. Vai dal Preside della scuola di tuo figlio. Bussa da qualche politico più rappresentativo che c' era qui. Vai dall' amico, dall' amico dell' amico, da uno qualsiasi. A pregare, a supplicare, a chiedere aiuto, ad elemosinare un ….  lavoro ….. un tozzo di pane.

Tu che sapevi fare mille mestieri, ma per chiedere eri davvero negato, negatissimo. Non lo sapevi fare e a dir il vero non so se lo hai mai fatto. Tu che eri nato non per chiedere ma per DARE. E noi, i tuoi figli, la tua vita, a cominciare faticosamente a costruire la nostra vita, a seguire la nostra strada.  Finire le scuole, andare a lavorare, farsi la ragazza, fidanzarsi, crescere d' età, crearsi una propria famiglia, e così uno dopo l' altro a lasciarti nuovamente da solo, ancora più solo, sempre da solo.    

E vedere in positivo, e credere che al di là di ciò che si erge di fronte ai nostri occhi, esiste una volontà di bene e di salvezza  che è più forte dei nostri dubbi e delle nostre impotenze. Ed ecco che ti bastava la saltuaria presenza dei tuoi figli, delle tue nuore e soprattutto anche di uno solo dei tuoi 5 nipoti, per essere contento. Da quel momento con loro hai potuto ritrovare qualche sorriso ed accettare definitivamente …  la tua sorte.      

I  nipoti  erano l' unica cosa che possedevi. E vivevi giorno dopo giorno in attesa di qualche festa, di qualche compleanno, di qualche ricorrenza familiare importante, sperando che qualcuno di noi si accorgesse di questo, e organizzasse un pranzo, una cena, un incontro, un momento cioè  per stare insieme tutti, o quasi tutti. Era l' unica cosa che volevi, senza mai chiederlo. E non potevi certo chiederlo tu che non avevi l' automobile, non avevi una casa grande e/o invitante per ospitarci tutti insieme. Non sapevi cucinare, forse l' unica cosa che non sapevi fare, non avevi grandi mezzi finanziari e capivi soprattutto che spesso non era possibile stare insieme per futili umane nostre discordanze. E se qualche volta, cedendo ai terreni istinti, non l' abbiamo capito, perdonaci  papà.      
Ed infine ….. negli ultimi tre anni di vita la tua INFERMITA' da Ictus, sopportata con sofferenza e umiliazione, ma con dignità e in composto silenzio. Tu spirito libero, quasi nomade, ti chiamavano "zingaro", sempre irrequieto e in movimento, costretto a stare FERMO, a ripassare lentamente e infinitamente la tua vita, ogni suo momento e sperare ….. dignitosamente  nella ….. MORTE.    

Che Dio ti benedica, p a p à.