Istria, Fiume e Dalmazia nei trattati internazionali

dell'avv. Vittorio Giorgi, in occasione del Giorno del Ricordo 2008

 

Il tema della lotta antifascista, che è stato il fondamento della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (nata con la violenza e col sangue nel 1945 e morta nella violenza e nel sangue nel 1991), viene talvolta utilizzato da molti, croati e negazionisti vari, per giustificare cose ingiustificabili come la pulizia etnica ai danni degli italiani o per delegittimare legittimi trattati internazionali come quello di Rapallo del 1920 e quello di Roma del 1924. Perfino una parte della stampa e dell'opinione pubblica croata condivide questa riflessione. La lotta combattuta dai partigiani croati contro i fascisti italiani e croati, tra il 1941 e il 1945, non può avere effetto retroattivo. Bisogna fare una precisa distinzione spazio-temporale perchè l'annessione dell'Istria, della città di Fiume e della Dalmazia a favore dell'Italia è maturata in tre diversi contesti storici e politici.

ISTRIA. Terminata la Prima Guerra Mondiale, il Regno d'Italia e il neocostituito Regno dei Serbi, Croati e Sloveni  (dal 1929 Regno di Jugoslavia) il 12 novembre 1920 firmarono il     "TRATTATO DI RAPALLO" per spartirsi alcuni territori del defunto Impero d'Austria-Ungheria. All'Italia andò l'Istria, la città dalmata di Zara e le isole di Cherso, Lussino, Lagosta e Pelagosa; al regno degli slavi la Dalmazia. Il trattato rispettò solo in parte le promesse fatte all'Italia nel 1915, col Patto di Londra, da Francia e Inghilterra. Non bisogna essere esperti di storia per sapere che in quel momento, l'Italia e gli Italiani non erano "fascisti". Il movimento dei "Fasci di combattimento" venne fondato da Benito Mussolini a Milano nel marzo 1919 con 800 iscritti. Nel novembre dello stesso anno, alle elezioni per il rinnovo della Camera vinse il Partito Socialista con il 30% dei voti, seguito dal Partito Popolare col 20%. I fascisti non conquistarono nemmeno un seggio! In questo contesto politico si colloca il Trattato di Rapallo. Nel maggio 1921 si andò di nuovo alle elezioni: i fascisti presero 35 seggi (tra i quali quello di Mussolini) contro i 159 dei liberaldemocratici, i 107 dei popolari e i 122 dei socialisti. Il movimento di Mussolini  nel novembre successivo si trasformò nel "Partito Nazionale Fascista", forte di 249.000 iscritti. L'Italia inizierà a diventare "fascista" all'indomani della famosa "marcia su Roma" del 28 ottobre 1922, quando il re Vittorio Emanuele III affidò a Mussolini l'incarico di formare il nuovo governo. Così cominciò il "ventennio". Ma siamo, giova ripeterlo, nel 1922  non nel 1920.

FIUME. La delusione degli italiani per la "vittoria mutilata" fu profonda. Il 12 settembre 1919 l'audace poeta-soldato Gabriele D'Annunzio con 9.000 legionari occupò la città di Fiume, istituendo la "Reggenza Italiana del Quarnaro". Essa durerà, tuttavia, solo un anno poiché il suddetto Trattato di Rapallo, nello sconfessare l'impresa  dannunziana, all'art. 4 così stabilì: "Il Regno d'Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni riconoscono la piena libertà ed indipendenza del (nascente) Stato di Fiume e si impegnano a rispettarle in perpetuo". L'esercito italiano libererà Fiume, con le armi e col sangue, nel dicembre 1920. Nel gennaio 1924 con la firma degli "ACCORDI DI ROMA", fortemente voluti da Mussolini  per risolvere le aspre contese diplomatiche, Fiume fu assegnata all'Italia. Al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni andò in cambio l'area del porto Barros, contigua alla città di Susak.

DALMAZIA. Il 10 giugno 1940 l'Italia entrò in guerra al fianco della Germania. Nel marzo 1941 il Regno di Jugoslavia, con la firma del "Patto di Alleanza del Belvedere", aderì all'Asse Roma-Berlino-Tokio. Due giorni dopo a Belgrado un colpo di stato rovesciò le alleanze. Per questo, la Germania bombardò la capitale e invase la Jugoslavia col supporto delle forze militari italiane e del movimento dei nazionalisti croati, gli Ustascia, guidati da Ante Pavelic. Il territorio occupato venne smembrato e diviso tra Germania, Italia, Ungheria, Bulgaria e Albania. All'Italia andò la Slovenia occidentale, in cui creò la Provincia di Lubiana, e la Dalmazia, le cui province di Zara, Spalato e Cattaro vennero riunite nel "Governatorato della Dalmazia". Sui restanti territori vennero creati due "satelliti" dell'Asse: la Serbia e lo Stato Indipendente di Croazia (comprendente Bosnia, Erzegovina e Slavonia) retto da Ante Pavelic. L'annessione della Dalmazia venne formalizzata il 18 maggio 1941 col "PATTO DI ROMA" tra l'Italia (cui rimarrà fino all'8 settembre 1943) e la Croazia di Pavelic. Nell'ex regno di Jugoslavia si innescò quindi, contemporaneamente, una sanguinosa guerra di resistenza contro i Paesi dell'Asse, e una crudele guerra civile fra le diverse etnie del paese, e in un secondo momento anche una guerra civile fra differenti fazioni partigiane (comunisti, cetnici serbi e domobrani sloveni).

 

Questi sono i nudi fatti raccontati dalla storia e dai trattati internazionali. Questa è la verità. Altra cosa sono i sentimenti, le opinioni, i giudizi. Chiarito il quadro storico, va evidenziato che nel "TRATTATO DI PACE DI PARIGI" firmato il 10 febbraio 1947 i Paesi vincitori – nel ridisegnare i confini territoriali – non vollero operare alcuna distinzione spazio-temporale né tra "il prima e il dopo il fascismo" né tra "il prima e il dopo l'inizio della guerra" e non vollero nemmeno considerare il contributo dato agli anglo-americani nella seconda fase del conflitto contro i tedeschi. L'Italia fu quindi costretta a cedere alla Jugoslavia gran parte delle province di Trieste e Gorizia, quasi tutta l'Istria, le città di Fiume e di Zara con le quattro isole dalmate; venne poi istituto il "Territorio Libero di Trieste" (T.L.T.) formato da Trieste e dall'Istria nord-occidentale. Cedette le città di Tenda e Briga alla Francia, l'arcipelago del Dodecanneso alla Grecia, la Concessione di Tianjin alla Cina. Rinunciò alle colonie di Libia, Eritrea, Somalia, all'Etiopia e all'Albania. L'Italia perse sul confine orientale 219 città e paesi e 7.700 kmq di territorio. Il T.L.T. era uno stato cuscinetto (mai attuato) suddiviso temporaneamente in una "Zona A" (da Duino a Muggia) sotto l'amministrazione militare anglo-americana e in una "Zona B" (da Capodistria a Cittanova d'Istria) sotto l'amministrazione militare jugoslava. Il 5 ottobre 1954 venne firmato a Londra da Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Jugoslavia e Italia il "MEMORANDUM D'INTESA", un accordo pratico col quale la "Zona A" passò all'amministrazione civile del governo italiano e la "Zona B" a quella civile jugoslava. Ciò lasciò irrisolto il problema della sovranità su quelle zone, ma consentì il ritorno di Trieste all'Italia. Ventuno anni dopo, il 10 novembre 1975 il governo italiano risolse tutte la questioni territoriali con l'assurdo "TRATTATO DI OSIMO", rinunciando alla "Zona B" che passò definitivamente alla Jugoslavia la quale, invece, non dette nulla in cambio. L'Istria, con la sua secolare identità culturale latina-veneta, fu così totalmente amputata, fisicamente e spiritualmente, dal resto della penisola italica. Le operazioni di pulizia etnica effettuate dai partigiani comunisti titini ai danni degli italiani con le "foibe", prima nel settembre 1943 e poi nel maggio 1945, determinarono ben 10.000 morti, creando così quelle condizioni psicologiche che indussero l'esodo. Ma furono il Trattato di Parigi e il Memorandum di Londra a determinare la cessione di interi territori dall'Italia alla Jugoslavia: e la consapevolezza di essere passati sotto un governo straniero, totalitarista ed ostile portò quindi 350.000 italiani ad abbandonare in varie fasi tra il 1945 e il 1956 le natie città di Capodistria, Rovigno, Pola, Fiume, Zara a tante altre di identità latina-veneta, lasciando le proprie case ed ogni avere. La maggior parte esodò verso città italiane, altri verso Stati Uniti, Canada, Australia e Argentina. Ben 109 campi profughi furono allestiti dal Carso alla Sicilia. Diverse migliaia rimasero invece nelle proprie case, quali cittadini della nuova Jugoslavia. La politica repressiva condotta dal governo fascista in Venezia Giulia negli anni '30 nei confronti dell'etnia slava e l'occupazione militare della Jugoslavia nel periodo 1941/1943 non potranno mai giustificare il disegno annessionistico di Tito compiuto crudelmente ai danni dell'Italia e della popolazione giuliano-dalmata. Anche le reazioni e le vendette hanno i loro limiti ! Gli esuli giuliano-dalmati, vittime silenziose, sono stati "riabilitati" dopo sessanta anni di oblio, grazie alla Legge n. 42/2004 istitutiva del "Giorno del Ricordo", promossa dal deputato triestino Roberto Menia, figlio di esuli istriani. Nelle "terre perdute dell'Adriatico orientale" vivono oggi circa 30.000 italiani. La "Pacificazione tra i Popoli" non si costruisce con i dubbi e le faziosità ma col rispetto delle incontrovertibili verità della Storia.

 

L'autore, Vittorio Giorgi di Caserta è avvocato civilista, esperto in  cooperazione internazionale.