IRCI: “Poeti combattenti” di Paolo Blasi

E’ disponibile presso l’I.R.C.I. l’ultimo lavoro del compianto prof. Paolo Blasi "Poeti Combattenti. Italiani di verso e di moschetto nella prima guerra mondiale", curato da Piero Delbello per l’I.R.C.I. e le Edizioni Italo Svevo.

Di seguito riportiamo la presentazione di Piero Delbello, direttore dell’I.R.C.I.

Quando, è passato circa un anno, il mio amico Paolo Blasi venne a consegnarmi il manoscritto del suo “ultimo” libro mi colpì la frase che accompagnava il gesto: “Lei che la me critica sempre, la sapi che questo xe el libro più patriotico che go scrito”. Fra noi, che pure appartenevamo a generazioni diverse, erano consuete le discussioni, condite da lazzi, battute, piccoli scherzi. Pure erano momenti intensi. E a me che, con comodo, gli potevo essere figlio, pareva strano e fuori dal tempo e impossibile quasi avere di fronte un uomo che riusciva a parlarmi con una certa famigliarità di Papini, che aveva conosciuto, e che gli mandò lodi per uno dei primi lavori. Così l’affrontare nel dettaglio la poesia e i poeti nostri istriani, come aveva fatto Blasi, mi era parso opera necessaria e oltrettutto doverosa per il nostro Istituto ma, nello stesso tempo, l’esito di un mondo erudito che scarsamente oramai (e, per molti versi, purtroppo) apparteneva al mondo moderno. Di singolari curiosità potevano esser propri gli approfondimenti sul medico Depangher, uomo di Capodistria, ironicamente anti-dannunziano, come frutto di ricerche desuete sembrava a taluni uno studio su “L’Innominata”, curiosa società giuliana cui era appartenuto anche Giovanni Quarantotto (Quarantotti). Ma questo era Paolo Blasi. Anche questo.

Oggi sorrido e sono felice di presentare un lavoro sui poeti combattenti della prima guerra e comprendo, così come il lettore capirà, che raccontare di questi uomini di penna e di arma, che seppero farsi massacrare per un ideale di redenzione, per amore della propria terra e della propria patria, significa ritrovare valori limpidi, sicuri. Significa intendere il sacrificio oltre sè stessi. È un ieri così distante dall’oggi quotidiano che fa capire anche altro: e cioè quanto siamo lontani da quei tempi, quanto l’imbarbarimento attuale mascherato da transnazionalità e multiculturalismo altro non sia, per chi scrive, che una disordinata promiscuità che non salva alcun valore e che serve da maschera, immagine posticcia, per un’Europa, ahimè, un mondo, dell’affare e non dei popoli.

I poeti di cui Blasi ci parla non sono schiera di uguali, spesso essi stessi furono sconfitti, se sopravvissero, dall’evoluzione dei tempi e, a volte il loro, frutto di più o meno alta poesia, altro non fu che un mesto ragionare. E se per alcuni significò alto sentire, per altri divenne una sfera limbale, prigione eterna di un’illusione perduta.

Paolo Blasi oggi sta seduto sul bordo di una nuvola a guardarci bonario, come gli era consueto, e, in compagnia dei nostri martiri, ragiona sulla sorte che, infine, ha ribaltato, rendendolo inutile, il sacrificio loro e di tanti altri. Paolo vede quella terra e quel popolo che un altro tempo ha separato e, più chiaramente di noi, scorge il momento e il luogo della giustizia.

   

Piero Delbello