24.06.2026 – Torino è stata una delle città più aperte ad accogliere gli esuli dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia. Dai due campi profughi principali, delle casermette di Borgo San Paolo e di Altessano nel Comune di Venaria Reale, passano nel dopoguerra migliaia di persone, trovando una prima ospitalità che, seppur precaria, tiene saldi i legami di provenienza. La comunità istriana uscirà dal campo in un tempo relativamente breve per inserirsi solidamente nella vita e nella società, pur mantenendo un forte senso identitario che resiste nelle generazioni nate a Torino e contrassegna in modo particolare alcuni quartieri cittadini: le case Fiat di via Nizza, il villaggio Santa Caterina a Lucento, le Vallette e la Falchera. Spesso tuttavia l’interesse della comunità storico-scientifica e delle istituzioni e la recente attenzione delle parti politiche si incentrano sul momento traumatico dell’esodo. In quasi ottant’anni però gli esuli si sono conquistati il diritto di essere cittadini a pieno titolo, anche se la condizione dell’esilio imprime segni indelebili nello spirito e si riflette nei discendenti come un indefinibile sentimento di mancanza.

In questi decenni la comunità ha vissuto il tempo delle trasformazioni di Torino. I cittadini-esuli contribuiscono allo sviluppo, con il loro lavoro partecipano alla vita politica e sociale, mantengono la propria identità dialogando con le altre comunità. Questo percorso di cittadinanza, che coincide con l’uscita del secolo testimone del traumatico abbandono della terra natale, è punteggiato di riti sociali che rafforzano la comunità ampliandone le relazioni sociali: battesimi, comunioni, matrimoni, scorribande infantili nei cortili di periferia, lavoro, vacanze e frequenti ritorni nei paesi d’origine. Si assiste così al passaggio dalla prima generazione arrivata a Torino alle successive che l’esodo lo hanno intercettato nei racconti e nello sguardo di genitori, nonni e parenti. Generazioni più giovani che come spesso accade agli immigrati hanno vissuto una fase di distacco dalle tradizioni cercando una compiuta integrazione per poi recuperarle con orgoglio identitario.

Queste vite vissute hanno lasciato tracce registrate nelle fotografie e nei più rari filmini familiari: la macchina fotografica, la cinepresa, il videoregistratore, proprio come i primi elettrodomestici. la Vespa, la televisione e l’automobile sono conquiste di una vita di lavoro che considerava naturale guadagnarsi un passo alla volta migliori condizioni fatte non solo di benessere materiale ma della speranza di futuro riposta nello studio dei figli. Nelle immagini di famiglia, oggi in parte confluite in archivi, è conservata una memoria del quotidiano che restituisce lo sguardo immediato dei protagonisti degli eventi che hanno determinato le storie e la storia della comunità giuliano-dalmata. Documenti visivi nati con uno sguardo spontaneo, dalla voglia, dal piacere e talvolta dalla volontà di tramandare ai posteri eventi di cui si è testimoni. Oggi, nel momento in cui le grandi narrazioni segnano il passo, è interessante misurarsi con la sedimentazione documentale che le trasformazioni socio-economiche hanno determinato a livello di nuclei individuali familiari associativi, nei riti di una antropologia sociale (battesimi, matrimoni, vacanza eccetera), vero e proprio controcampo della grande storia.

La mostra fotografica “Da esuli ai cittadini. La comunità giuliano-dalmata di Torino. Immagini quotidiane 1947-1980” (progetto de Il Circolo delle Storie, a cura di Sergio Toffetti con Giulia e Walter Cnapich), inaugurata presso il Circolo Culturale Istriani Fiumani e Dalmati (via Parenzo 95/60 – Torino) e visitabile fino al 19 luglio (orario 10-18, martedì chiuso), rappresenta dunque una finestra per guardare dall’interno una comunità che conserva ostinatamente il ricordo delle proprie origini. Al tempo stesso può consentire alle seconde e terze generazioni di esuli di specchiarsi nella loro storia recente, misurare il percorso fatto grazie ai sacrifici e all’impegno e, pur mantenendo intatti i ricordi personali, familiari e comunitari, storicizzare la memoria collettiva.

