Immigrati, appello del Circolo Istria – 27nov15

 

Nei ragionamenti e nelle prese di posizione che si susseguono in merito ai profughi che premono alla frontiere europee, ci sembra che siano mancate una voce e una presa di posizione da parte di chi analoghe esperienze, drammatiche e talora tragiche, ha provato sulla sua pelle. Intendiamo, nello specifico, gli istriani riparati in Italia dopo la tragedia della guerra ’40-45.

Da tutte le associazioni che li rappresentano, senza distinzione di orientamento, si sarebbe dovuto levare un appello alla solidarietà e alla comprensione verso il dramma di persone che hanno lasciato la loro terra perché costretti, come in molti casi è successo nelle terre annesse dalla ex Jugoslavia.

Se al livello degli Stati, infatti, la stipula della pace era stata un atto formale e quasi asettico, la lunga semina d’odio culminata nella guerra aveva prodotto sul territorio piante velenose, o difficili da estirpare e destinate a fruttificare a lungo. I dolori, i rancori, le volontà di rivalsa e di vendetta hanno generato altre violenze, rendendo impossibile, a molti, la permanenza nel luogo in cui avevano visto la luce.

Questa esperienza crediamo non possa che indurre uno sguardo compreso e partecipe verso la situazione dei disperati che si affollano sui barconi, si infilano nel vano motore di auto e camion, danno l’assalto ai treni, tentando solo di salvare la loro vita e non di rado perdendola.

Si tratta dei protagonisti di un esodo biblico che, nella diversità della genesi, delle dimensioni e dello scatenamento delle armi, si svolge in un contesto più tragico di quello dell’Istria di quasi settant’anni fa.

I nostri profughi hanno sperimentato l’esodo, l’abbandono della loro casa, la disgregazione delle comunità cittadine e parentali. Hanno provato che cosa significa essere trattati non come persone ma come problemi da risolvere, venendo anche rifiutati, disprezzati, insultati.

Alla fin fine però sono stati accolti e aiutati. Sono partite navi per trasportarli. L’Italia, in ginocchio dopo la guerra, ha allestito dei campi profughi (uno era al Silos del Porto Vecchio, e molti ne hanno vivida memoria: condizioni terribili, pure migliori di quelle degli accampati di questi giorni), poi si è passati alle case popolari. Mentre punteggi aggiuntivi e una riserva di posti di lavoro hanno favorito l’inserimento nel tessuto sociale e civile del Paese.

Dovrebbero, per questo, gli ex rifugiati istriani, essere in prima fila tra quanti chiedono che la parte più fortunata del mondo, alla quale apparteniamo (perché, al netto delle geremiadi sulla crisi, la situazione è questa), si attivi per salvare la vita di tanti fratelli che sono vittime di una costellazione di piccoli genocidi.

Forse ci siamo dimenticati di quando i profughi eravamo noi. Forse, nel pur frequente riferimento all’impronta cristiana del popolo dell’esodo, abbiamo dimenticato le antiche parole del Vangelo “ero forestiero e mi avete accolto”, e le freschissime esortazioni – e le azioni concrete – di papa Francesco.

Il Circolo di cultura istro-veneta “Istria” ha espresso questi concetti dai microfoni di Radio Trieste Nuova, Radio Fragola e Radioattività. Ha partecipato a un virulento dibattito a Muggia, in merito all’accoglienza (invito testuale al presidente: “Torna a Pola, coss’ te son vignudo qua a romper le bale”).

Ma probabilmente la sua voce non è abbastanza forte. La speranza è che quanti rappresentano gli esuli, sfuggendo per una volta al richiamo o al ricatto delle strumentalizzazioni di parte, esprimano coralmente, senza diversificarsi, la loro voce, chiedendo uno scatto di umanità verso i tanti infelici che interpellano le loro coscienze, con un pronunciamento senza se e senza ma, nunc, illico et immediate.

 

Livio Dorigo

Presidente del Circolo di Cultura Istroveneta “Istria”