18.02.2026 – Nell’Italia del dopoguerra l’accoglienza dei profughi istriani, fiumani e dalmati non sempre fu generosa, sia per le difficoltà economiche diffuse che rendevano precaria la sopravvivenza, sia per pregiudizi ideologici. Da un lato i connazionali dell’Adriatico orientale venivano visti come concorrenti nell’assegnazione delle scarse risorse che la neonata Repubblica italiana poteva mettere a disposizione di sfollati, disoccupati e famiglie che avevano subito lutti durante il conflitto. Dall’altro la presenza di uno dei Partiti comunisti più robusti e radicati dell’Europa occidentale creò un clima di ostilità verso coloro i quali erano dipinti come fascisti in fuga dal paradiso socialista che il compagno Tito stava edificando nella vicina Jugoslavia e nelle province del confine orientale italiano che aveva ottenuto grazie al Trattato di pace del 10 febbraio 1947.
Non sono poche le testimonianze dirette che raccontano delle sassaiole e degli insulti che accoglievano i profughi polesani quando sbarcavano dalla motonave Toscana ad Ancona o a Venezia per poi proseguire il viaggio in treno verso un Centro Raccolta Profughi, mentre raramente si riuscivano a svolgere manifestazioni di solidarietà in maniera indisturbata. Il professor Stefano Zecchi ad esempio ha più volte ricordato di quando da bambino andava col padre ad accogliere i profughi giuliano-dalmati che sbarcavano a Venezia sventolando una piccola bandiera tricolore, rimanendo altresì disorientato quando prendevano il sopravvento le contestazioni dei militanti comunisti. Proprio il 18 febbraio 1947 un convoglio ferroviario che trasportava centinaia di polesani di ogni estrazione politica e sociale, famiglie intere, verso i campi profughi, non potè effettuare la sosta programmata a Bologna per ricevere generi di conforto per i passeggeri (molti dei quali stipati in carri bestiame con una balla di fieno per nucleo famigliare per scaldarsi nel gelido inverno). Gli altoparlanti della stazione minacciavano lo sciopero e la paralisi della circolazione ferroviaria se si fosse fermato “il treno dei fascisti”, ferrovieri e manifestanti indottrinati dal PCI e dalla CGIL rovesciavano sui binari i bidoni del latte caldo che le organizzazioni assistenziali avevano preparato.
In questi giorni il Treno del Ricordo, promosso dal Ministro per lo Sport e i Giovani, sta portando in giro per l’Italia una mostra multimediale che racconta le foibe, l’esodo e i campi profughi. A beneficio tuttavia di chi ha messo in dubbio lo svolgimento dell’episodio rimasto alla storia come “il treno della vergogna”, proponiamo un estratto del libro di Beatrice Raveggi e Daniela Velli In tempo di pace. Ispirato alla storia vera di Claudio Bronzin esule istriano (La Nave dei Sogni, Treviso 2023). [LS]

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Salimmo su un treno diretto a sud, che fermava quasi ad ogni stazione. Il nostro vagone era in coda al convoglio, ed era segnalato con una grossa scritta “ESULI GIULIANI”. Eravamo stati fortunati perchè viaggiavamo al chiuso e seduti, non in un carro merci, su un pagliericcio a cielo aperto, come altri profughi, attraccati ad Ancona. Ad ogni stazione c’era sempre qualcuno della Croce Rossa o della Pia Opera di Assistenza a consegnarci del pane, un bicchiere di latte caldo. Io scendevo ad ogni fermata per racimolare qualcosa da bere o da mangiare, mio padre mi accompagnava con lo sguardo dal finestrino, assicurandosi che non mi perdessi. A Venezia, a Padova nonostante i picchetti di manifestanti, mi intrufolavo nella folla cercando le volontarie vestite di bianco sulla pensilina e lestamente, prima che il treno ripartisse, risalivo con qualche panino, dell’acqua, un po’ di latte. Alla stazione di Ferrara, mio padre non avrebbe voluto che scendessi, c’era più confusione, una folla di manifestanti più numerosa e agitata del solito, ma Fulvio [il fratello neonato, ndr] piangeva senza posa perchè aveva fame. Mia madre non aveva latte, forse a causa dei traumi e delle preoccupazioni degli ulti i mesi. Dall’interno del vagone sentivo fischi e urla minacciose, c’era molta confusione, un parapiglia di bandiere rosse. I ferrovieri volevano impedire a tutti di scendere per bere alle fontanelle.
A Bologna erano successi disordini. Qualcuno urlava dagli altoparlanti che non si doveva prestare aiuto ai fascisti in fuga, pena il blocco dello snodo ferroviario. Qualcuno tirava dei sassi che rimbalzavano sulle rotaie con clangori minacciosi come proiettili. Ci gridavano addosso «Tornate indietro fascisti» accompagnando le urla con sputi di disprezzo. […] ci urlavano «fascisti, repubblichini, nemici del popolo». Nella concitata manciata di minuti di quella sosta, vidi le marmitte, piene di buon latte caldo, rovesciate sui binari di proposito, non riuscii a salvare neppure il bicchiere che avevo in mano, fui spintonato con violenza e anche il latte si sparse a terra in una patetica pozzanghera schiumosa. E intanto il mio fratellino piangeva, piangeva sempre più forte e il suo pianto di fame mi trapanava il cervello più di quelle urla.

