Il rituale del caffelatte in Istria prima dell’esodo

29.07.2026 – El cafelate. Era un qualcosa di normale, la cosa più semplice, ma era un rito quotidiano. A Orsera sempre fatto da nonna Anna, la parona.

La cogoma era lucida, quasi barocca. La parte inferiore a larghi spicchi che, restringendosi verso l’alto, diventava un liscio lucido cilindro. Il beccuccio importante; il manico largo e agevole. Sempre splendente.

Quello che si preparava, lo si chiamava “el cafè”, ma proprio caffè non lo era. Una miscela di caffè macinato finissimo e brustolà in casa. I masinini del caffè e el brustolin quasi religiosamente messi in bella evidenza nella “quasi casa mia” di’ Malvicino.

Quel profumo acre forte intenso del caffè crudo che si tostava lo sento ancora nelle narici e non mi piaceva. Nè piccolissima a Orsera, nè bambina, poi adolescente e ragazza grande a Trieste. Di quello che secondo mia nonna prima e mia mamma dopo, era un profumo, si impregnava tutta la grande casa ai Pianisei e l’appartamento a Trieste. Troppo forte, ti avvolgeva, non ti lasciava che dopo parecchie ore. E infelice chi doveva eseguire la brustolada: per un tempo infinito attaccate a quella specie di padella chiusa e con una manovella che girava girava e gira e gira… avvolte da quel “profumo”.

Il rito: polvere di caffè finissima, un cucchiaio abbondante di orzo, uno di malto Knaipp, un altro di cicoria Frank. Scatola di cartone arancio pallido scritta in diagonale Frank. La miscela versata nella cogoma riempita d’acqua e poi sul sparghert fino a quando, bollendo, in cucina si spandeva il profumo del “cafè” per la mattina dopo, quando le polveri oramai si erano depositate sul fondo e il liquido marron scurissimo, quasi nero, era limpido.

Lo si versava in larghi tazzoni riempiti di “sope” di pane del giorno prima (se andava bene, a casa mia la nonna faceva il pane due volte alla settimana), latte caldo e el cafè. Il sapore di quella miscela fatta ad Orsera non lo ricordo. Ma di quello fatto a Trieste lo ricordo, e come lo ricordo!

La mamma lo preparava alla sera ma sul fornello a gas a due fiamme. E, se c’era papà, era una festa, vera festa. Chissà perché il suo cafelate era speciale. Papà che andava su e giù per la cucina con il tazzone caldo in mano pieno di sope ricoperte di abbondante zucchero, rimescolando in continuazione. E noi tre figli che gli andavamo dietro, implorando un cucchiaio di quello zuppone che “l’egoista” fingeva di negarci.

A Pasqua era tutto diverso. La tavola in cucina ben preparata con tazze eleganti; la pinza, lucida con i suoi tre tagli in mezzo che troneggiava; davanti alle tazze di noi tre la titola con l’uovo rosso. Ma sempre quel cafè de cogoma versato nelle tazze dove, golosamente, si intingevano le fette di pinza e i pezzi di titola. Ma non riusciva ad eguagliare la bontà del cafè con le sope di papà.

Sarà il ricordo? Il ricordo di papà perduto troppo presto? Il ricordo di indimenticati brevi semplici momenti felici?

Dopo la morte tragica del mio papà, la mamma non ha più usato la cogoma. Solo la napoletana. Caffè fatto con il caffè vero. Con il latte; era diventato il caffellatte. Con i biscotti comprati da Colussi. angolo Piazza Goldoni, ancora meglio i baicoli.

Ma non ho mai più assaggiato un cafelate cosi dolce, buono, come quello di papà consumato passeggiando per la cucina di Via Negrelli, 10. E perché proprio oggi questi ricordi mi sono ritornati alla mente, all’improvviso? Dopo tanti tanti e tanti anni?

Guardando una foto dello sparghert della cucina di Malvicino. Quasi un museo pieno di oggetti portati da Orsera, amati e curati come le cose più preziose. E lo sono.

Anche se il caffè, non el cafelate, lo preparo con la Nespresso, le sope diventate biscotti rigorosamente integrali, il caffè amaro, il latte di avena. Ma sempre scrutata dall’alto da due vecchie cogome, dal brustolin e dai masinini.

Tutti portati da casa mia, quella vera: dove sono nata, di Orsera.

Anna Maria Crasti
Consigliere nazionale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia 

 

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