Il ricordo di Gaetano de Leo, polesano di Roma (La Voce in Più Cultura 19 lug)

di Diego Zandel

Il suo nome era Gaetano, ma in casa e gli amici lo chiamavano col diminutivo di Uccio. Era nato a Pola nel 1940, primo di cinque fratelli. Il padre, Giuseppe, per tutti Bepi, era un maresciallo dell’esercito, sua madre, la signora Lidia Blasina, aveva aperto al Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma l’Osteria all’Istriana, luogo di raccolta per bevute, briscole e tressette. Uccio aveva già ottenuto il diploma di capitano di lungo corso, quando, dopo
un viaggio in Africa con la nave scuola Amerigo Vespucci e un’esperienza in marina, presso una Capitaneria di Porto, sentì prorompente la vocazione giornalistica e letteraria. Aveva cominciato a scrivere per “Difesa adriatica”, il giornale dell’associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, e i suoi articoli, di carattere ora politico ora letterario, avevano messo in rilievo il suo talento e una capacità analitica in grado di sviluppare, sulla carta stampata, riflessioni originali, per quanto allora –inevitabilmente – ancora orientate a destra. Ciò aveva suscitato l’interesse di Silvano Drago
Nel capoluogo giuliano Uccio prese a studiare James Joyce e gli autori triestini, Svevo, Saba, Stuparich, Slataper, sui quali avrebbe scritto articoli e saggi di grande spessore, da diventare, ben presto, uno dei critici letterari di punta de “Il Piccolo” di Trieste. Ormai, ben addentrato nel mondo letterario giuliano, frequentava tutti i maggiori esponenti dell’epoca, da Fulvio Tomizza a Stelio Mattioni, dalla poetessa Lina Galli allo scrittore Manlio Cecovini, futuro sindaco della città, da Oliviero Honorè Bianchi, Stelio Crise, Dino Dardi ai più giovani Ennio Emili, Claudio Martelli, Sergio Brossi e Claudio Grisancich, oggi il maggiore poeta
dialettale vivente, sulle orme di Virgilio Giotti e di Guido Sambo. A quest’ultimo in particolare Uccio si sarebbe legato, trovando, in quell’anziano frequentatore d’osterie con un passato di tombeur de femmes, un padre al quale confi dare i propri segreti pensieri. Un po’ fuori dalle beghe tra letterati che tradizionalmente caratterizzavano la vita culturale cittadina, Uccio s’era ben introdotto in tutti i circoli letterari della città, da quello della SAL, i cui simpatizzanti s’incontravano tutti i lunedi pomeriggio al caffè Tommaseo, a quello più riservato di Anita Pittoni, fondatrice delle Edizioni dello Zibaldone, gran conoscitrice e musa di Giani Stuparich. Per capire, più in generale, l’infl uenza di Uccio, è sufficiente scorrere la grande opera, in due volumi, “Scrittori triestini del Novecento”, e le note biobibliografi che degli autori presenti nello studio e nell’antologia, per trovare più volte, nella parte riservata alle citazioni della critica, il suo nome.
Ma il Sessantotto, con la sua ventata di cambiamento, ormai irrompeva. E Uccio, sensibile agli umori della società, si sentiva sempre più inquieto. Le lettere che Uccio mi scriveva, prima generose di consigli sulla scrittura, ma anche ricche di molte rifl essioni sul proprio lavoro, sottolineavano questo cambiamento. Una delle ultime, in particolare, del 23 agosto 1967, sarà molto diversa, sintomatica della svolta che, dopo poche settimane, lo avrebbe colto. Vi si legge, infatti: Sambo e gli amici non li vedo praticamente da quando sei andato via tu. È uno strano periodo questo per me: e non è solo perché ora ho una fi glia, con i problemi connessi. In realtà provo una maggiore indifferenza per i contatti e per le attività
diciamo così “esterne”, e sento nel contempo un maggiore bisogno (più urgente che in altri periodi) di vedere più chiaro in me stesso e nei problemi che maggiormente mi interessano. E all’incirca un bisogno di sentirmi più radicale nei confronti dei problemi che mi occupano, di rimettere nuovamente tutto in discussione, di sospettare di ogni parola, di non accettare niente come dato. Credo che tutto ciò come tensione sia feconda: poiché in realtà è pressoché irrealizzabile.
In pratica questo fatto si risolve in una sorta di impossibilità a scrivere, a produrre, e in una grande sete di letture illuminanti: forse è solo una fase, almeno lo spero. Era, quello, l’inizio di una maturazione di scelte che, alla fine, lo avrebbe fatto lasciare ex abrupto la letteratura, denunciando la sua inutilità, e iscrivendosi alla facoltà di sociologia di Trento, allora in auge. Questa sua scelta non avrebbe interrotto il dialogo tra noi, anche perché io, al di là della ferma vocazione letteraria, non ero però ancora in grado di elaborare una mia personale visione politica e della vita. Quel dialogo però avrebbe cambiato campo, passando da quello letterario a quello politico e sociale. Ed ora, di nuovo, non più per lettera, ma di persona, perché l’abbandono della letteratura, per non dover più sentirne il richiamo, avrebbe spinto Uccio a tornare a Roma, dove, poco tempo dopo, si sarebbe trovato impegnato con un gruppo di intellettuali di estrema sinistra: Franco Prattico, giornalista allora del settimanale del PCI “Vie nuove”, poi di “Repubblica”, lo scrittore Mario Lunetta, il critico d’arte Giorgio di Genova e altri, con i quali avrebbe dato vita a una rivista di impegno culturale chiamata “La Comune”. Io, fedelmente, gli sarei andato dietro, percorrendo insieme un lungo tratto, che si sarebbe interrotto strada facendo, in virtù dei diversi interessi, pur restando
sempre grandi amici.
Uccio è morto il 31 dicembre 2006, all’età di 66 anni, per un attacco cardiaco ed è conosciuto essenzialmente per essere uno dei fondatori e dei docenti di punta della cattedra di Psicologia Giuridica dell’Università La Sapienza di Roma. Fondamentali i suoi testi sulla devianza giovanile. Per ultimo era uno dei quattro periti nominati dal Tribunale di Torino nel delitto di Cogne, per l’omicidio del piccolo Samuele, così come, agli inizi della sua carriera, lo era stato per quello di Pier Paolo Pasolini. Nel mezzo, tanti altri incarichi prestigiosi e la partecipazione, da esperto, a molte trasmissioni televisive, chiamato per approfondire tematiche legate a delitti nei quali erano implicati minori. Solo che nessuno ormai più, tranne i famigliari ed io, lo conosceva e chiamava col nome di Uccio, bensì con quello di Gaetano De Leo. Al cui nome l’Università La Sapienza di Roma ha recentemente istituito una borsa di studio.