Il Piccolo – 281207 – Osoppo e X Mas per difendere Trieste

TRIESTE Nuove rivelazioni dagli archivi dei servizi segreti inglesi e
americani su alcuni aspetti poco noti della seconda guerra mondiale sul
fronte orientale italiano. Tra la fine del '44 e l'inizio del '45, la X Mas
di Junio Valerio Borghese e la divisione partigiana Osoppo aprirono una
trattativa per unire le loro forze militari nella regione, con l'obiettivo
di impedire che l'esercito iugoslavo del maresciallo Tito occupasse Trieste
e la Venezia Giulia prima dell'arrivo delle truppe alleate. Lo afferma lo
storico italo-sloveno Gorazd Bajc, autore del volume «Operazione Venezia
Giulia». Fu l'intelligence angloamericana a spingere per l'attuazione del
«Piano De Courten», un'audace operazione militare che doveva servire
soprattutto a prevenire la presa del potere da parte del Pci e delle brigate
partigiane comuniste in tutta l'Italia settentrionale al momento della
disfatta nazifascista.

Gorazd Bajc, sloveno di Trieste, laureato presso la Facoltà di Lettere
dell'Ateneo Triestino – in seguito ha conseguito a Lubiana il master e il
dottorato di ricerca – è attualmente ricercatore e docente presso
l'Università del Litorale di Capodistria. Studioso di storia dei Servizi
Segreti angloamericani nel periodo bellico, ha lavorato a lungo negli
archivi riservati della Slovenia, in quelli di Londra e sulla documentazione
statunitense. È autore di numerosi saggi e di tre monografie.

La biografia di Ivan Marija Cok (uno dei leader politici degli sloveni del
Litorale durante il fascismo e la guerra) che uscì nel 2000 e due anni dopo
di «Iz nevidnega na plan» (che potremmo tradurre «Dall'anonimato alla luce
del sole»), che tratta della collaborazione tra alcuni sloveni del Litorale
e i Servizi Segreti Britannici nel reclutare e inviare le missioni speciali
in Slovenia durante la Seconda Guerra Mondiale. Argomento poco indagato come
lo è la vicenda degli sloveni della Venezia Giulia, inquadrati dal Regio
Esercito Italiano nei battaglioni speciali e utilizzati poi dai Servizi
Segreti britannici in Africa settentrionale, in Sardegna ed in Corsica in
funzione della loro politica, come emerge dal volume di Sara Perini
«Battaglioni Speciali, Slav Company 1940-1945».

Nell'ultima fatica «Operazione Venezia Giulia (Operacija Julijska krajina)»,
pubblicata l'anno scorso dalla casa editrice Annales di Capodistria, il
giovane storico tende a rovesciare alcune consolidate interpretazioni sulla
storia della resistenza italiana, ripercorrendo le vicende ed esaminando il
ruolo di tutte le missioni angloamericane e di quelle collegate ai Servizi
Segreti italiani il SIM (Servizo Informazioni Militare) e quelle del SIS
(Servizio Informazioni Segrete della Marina) al confine orientale italiano.

Molti documenti reperiti negli Archivi di Londra e di Washington ci
permettono di tracciare una panoramica completa sull'attività di queste
missioni a diverso livello d'importanza, che non hanno agito
contemporaneamente. Quelle britanniche di lunga tradizione ed esperienza
riuscirono a comprendere più degli altri le difficoltà, per l'Italia, di
mantenere il confine prebellico. Dopo l'8 settembre 1943 non esiste infatti
nessuna formazione militare italiana in grado di difenderlo efficacemente,
mentre il movimento partigiano jugoslavo acquista una crescente forza
militare e politica, che vuole esercitare il proprio peso anche nella
ridefinizione del confine.
Con le nuove fonti riservate scoperte dal Bajc è possibile oggi verificare
l'entità numerica delle missioni, da chi furono composte, dove fossero
attive, quali fossero i loro legami con le varie unità militari e le
formazioni partigiane.
Chiediamo all'autore di «Operacija Julijska krajina» di entrare direttamente
nel merito delle sue più importanti scoperte.

«Nel volume analizzo, tra l'altro, soprattutto con documenti angloamericani,
come le formazioni partigiane della Osoppo avessero cercato insieme alla X
MAS di costituire un fronte unico per difendere il confine prebellico e dare
un supporto agli angloamericani per farli arrivare nella Venezia Giulia
prima delle truppe di Tito. Oggi è possibile comprendere più a fondo il
ruolo degli osovani nei loro rapporti con il governo del Sud, il cosiddetto
"piano De Courten", e gli angloamericani, intenzionati a loro volta, con il
progetto "antiscorch", a prevenire eventuali disordini sociali di cui
avrebbero potuto avvantaggiarsi i comunisti alla fine del conflitto. Gli
alleati apprezzano le capacità militari della X MAS, ne rilevano il
nazionalismo ed una certa autonomia nei confronti della Repubblica di Salò e
dei tedeschi, rimarcano l'importanza del comandante Junio Valerio Borghese
ed i contatti che si sviluppano tra la fine del '44 e gli inizi del '45, tra
la Osoppo e la X MAS».

«Se non si costituì un fronte antislavo anticomunista, come si diceva
allora, bisogna comunque far notare – prosegue Bajc, – che un documento dei
Servizi Segreti Britannici rileva come dopo la prima decade di febbraio 1945
la X MAS non ha più attaccato i partigiani, tranne quelli di Tito. Non meno
significativi i dati riguardanti la strage di Porzus (7 febbraio 1945) che
indicano il clima di sospetto creatosi intorno alla Osoppo. I britannici
volevano capire che cosa fosse realmente accaduto e annotarono che alcuni
capi osovani cercarono subito di puntare il dito contro i partigiani
sloveni».

«Oggi – precisa lo studioso – molti indizi possono indurre ad ipotizzare una
macchinazione dei Servizi Segreti americani, tesi avanzata a suo tempo (nel
1997) dal giudice Carlo Mastelloni. Non meno significativa la documentazione
britannica riguardante le rivendicazioni territoriali dei partigiani
sloveni, rivolte al territorio delimitato dall'Isonzo. Secondo le stesse
fonti, negli ambienti osovani circolavano voci secondo cui le mire
espansioniste jugoslave si spingevano fino al Tagliamento. Poteva essere una
delle strategie utili a creare allarme per sollecitare gli angloamericani ad
arrivare prima di Tito, come lo fu quella d'associare l'invio delle truppe
jugoslave ai massacri che queste avrebbero perpetrato. Dati significativi
aprono la strada a nuovi percorsi di ricerca su una resistenza italiana che
si sta sempre più demitizzando (in un certo senso potremmo anche
riconsiderare alcune fasi della resistenza slovena/jugoslava). L'idea di una
lotta comune contro il nazifascismo passava spesso in secondo piano. Nelle
ricerche di Giulio Ceccato per il Veneto, per esempio, le forze
anticomuniste cercarono di ostacolare in tutti i modi la presa del potere da
parte comunista; al confine orientale la situazione era analoga, con
l'aggravante del problema del confine. Gli stessi garibaldini si unirono in
parte alle forze partigiane jugoslave del IX Korpus verso la fine del '44.
In difficoltà, a causa dei rastrellamenti minacciati dai tedeschi e dai loro
fiancheggiatori, cercarono una via d'uscita, un luogo più sicuro, dai
partigiani sloveni, che inoltre davano loro la garanzia di non disarmarli,
come invece, erano intenzionati a farlo, alla fine della guerra, gli
angloamericani».

«Interessante appare inoltre l'ottica con la quale i Servizi angloamericani
interpretavano il comunismo jugoslavo – aggiunge Bajc, – spesso accusato di
nazionalismo, ma in modo diverso da quanto emerge oggi dai media, per
ragioni tutt'altro che storiografiche. I garibaldini (di fede comunista) non
nutrivano fiducia nella democrazia italiana, temevano che nel dopoguerra le
forze conservatrici potessero avere il sopravvento».
«I Servizi Segreti americani d'altronde rilevavano l'impegno dell'Italia,
sul piano politico e diplomatico, a difesa dei confini orientali e la
posizione del CLN triestino e giuliano. Sottolineavano che la resistenza
intorno al CLN giuliano era in sostanza molto scarsa, militarmente
interessanti venivano recepiti solo i partigiani sloveni e jugoslavi. Ai
garibaldini si riconosceva, invece, una forza militare e risultavano
interessanti per i disegni strategici alleati così come lo erano gli
osovani».

«Mentre in ambito sloveno si creò una grande frattura politica tra il
movimento partigiano e quello antipartigiano con lotte sanguinose –
sottolinea lo storico sloveno, – in Italia prevalse, nonostante la diversità
o la contrapposizione degli schieramenti, l'intento comune di salvaguardare
gli interessi nazionali».
«Per quanto riguarda l'insurrezione del 30 aprile, senza sottovalutare i
combattimenti nel centro di Trieste, appaiono decisivi sul piano militare
quelli svoltisi intorno alla città, soprattutto ad Opicina e a Basovizza.
Sono del parere che al 30 aprile dovremmo attribuire un valore simbolico».
Marina Rossi

Una conferma agli studi dello storico italo-sloveno viene dai documenti dei
servizi segreti Usa ritrovati da Mario J. Cereghino

L'obiettivo era impedire che l'esercito jugoslavo occupasse la Venezia
Giulia

1945: GLI AMERICANI ERANO AL CORRENTE DELLE TRATTATIVE

Una conferma agli studi di Gorazd Bajc arriva dallo storico dell'Università
di Torino Nicola Tranfaglia, che nel 2004 ha pubblicato «Come nasce la
repubblica» (Bompiani), un'ampia antologia di documenti dei servizi segreti
americani (ritrovati dal ricercatore Mario J. Cereghino) sull'Italia degli
anni 1943-'47.
In un rapporto dell'agosto 1945 intitolato «Accordi intercorsi tra il
comando della Decima Mas e la divisione patriottica Osoppo» (reso pubblico
dai National Archives di Washington nel 2000), l'intelligence Usa riferisce
che «nel gennaio del 1945, in seguito ad un lungo colloquio sostenuto con il
sottotenente "Piave" (Osoppo) a proposito della questione slovena, il
capitano Manlio Morelli informò il suo comandante Junio Valerio Borghese
(Decima Mas) che era giunto il momento di aprire una trattativa. La
divisione partigiana Osoppo poteva sicuramente essere attivata per obiettivi
essenzialmente nazionali, ovvero la difesa del territorio del confine
orientale dall'imminente penetrazione slava».
«Preoccupato della situazione giuliana – si legge nel rapporto, – Borghese
incaricò Morelli di organizzargli un incontro con un rappresentante della
Osoppo. Si convenne di tenere il colloquio nell'appartamento di Morelli, a
Vittorio Veneto. Questi, inoltre, diede la sua parola d'onore che avrebbe
provveduto a trasferire "Verdi" a Vittorio Veneto e a riportarlo indietro
sano e salvo. Tuttavia, per impegni di servizio, il comandante Borghese non
potè presentarsi. Considerando la questione urgente e di cruciale
importanza, delegò quindi Morelli ad osservare una serie di istruzioni.
L'obiettivo era di «collaborare in maniera armoniosa e amichevole per
opporsi agli slavi».

Le conclusioni del colloquio furono le seguenti:
a) per la Decima era impossibile rimanere a lungo nell'area giuliana
(controllata completamente dai tedeschi) senza assumere posizioni di difesa
sostenibili con la forza delle armi. Una situazione decisamente precaria,
considerando il numero di uomini su cui si poteva contare;
b) per la Decima era impensabile aggregarsi alla Osoppo, giacché per le
unità prettamente navali ciò sarebbe risultato impossibile. Di conseguenza,
la Osoppo avrebbe dovuto affrontare da sola la rappresaglia tedesca;
c) per contro, vi era la possibilità che un'unità della Decima,
specializzata nella guerra di montagna, si unisse alla Osoppo per spianare
la strada all'arrivo di altre formazioni, sempre e quando gli eventi sul
fronte italiano lo avessero consentito. Si trattava del battaglione di
guastatori alpini Valanga, ben armato ed equipaggiato (600 combattenti).
L'aggancio alla Osoppo si sarebbe realizzato in seguito alla lenta e
progressiva defezione di piccoli gruppi del Valanga, che si sarebbero poi
ricompattati nella regione di Gorizia. Una volta schieratosi sulle montagne,
il Valanga si sarebbe posizionato con l'obiettivo di evitare la conseguente
rappresaglia germanica nei confronti dei militi della Decima.
Da parte sua, la Osoppo avrebbe garantito la sua collaborazione attivando i
suoi ufficiali per mantenere i collegamenti tra i comandi delle due unità e
le forze dislocate sulle montagne. Infine, la Osoppo avrebbe dovuto
facilitare l'arrivo di tutti quei gruppi della Decima che, per cause di
forza maggiore, avessero raggiunto le montagne giuliane solo all'ultimo
momento.

Tuttavia, come si evince dal documento citato, i seguenti fattori impedirono
la firma di un accordo:
a) il comando dell'Armata del Sud (ovvero il Corpo italiano della libertà,
Cil, al comando del principe di Piemonte), da cui la Osoppo dipendeva,
doveva essere informato sugli accordi. Se ne sarebbe dovuto occupare il
comandante «Verdi»;
c) la prima unità a dare il via all'operazione doveva essere quella di
Morelli. Ma ciò poteva indurre il comandante Borghese a sospettare che
Morelli non agisse in maniera disinteressata;
c) era necessario spianare la strada all'interno della Decima, arrivando
persino ad una epurazione. Non tutti, infatti, la pensavano come Borghese.
Di conseguenza, fu deciso che Morelli avrebbe riferito ogni dettaglio
soltanto al suo comandante, il quale avrebbe poi attivato il piano firmando
un accordo scritto con la Osoppo.
Dopo il colloquio con «Verdi», Morelli raggiunse Borghese a Conegliano e
riuscì a parlargli a quattrocchi. Borghese concordò sui risultati delle
trattative. Durante la conversazione, però, entrò all'improvviso il
comandante Scarelli. All'inizio non lo videro (l'ufficio era in penombra).
Secondo Morelli, Scarelli era entrato per origliare ed interrompere il
colloquio. Aveva infatti ricevuto una soffiata da alcuni informatori. Di
fatto, Scarelli interruppe l'incontro per affermare che una questione di
tale importanza doveva essere discussa da autorità superiori, altrimenti
ogni accordo sarebbe risultato illegale.

A questo punto, non invitato e contravvenendo all'ordine di Borghese di non
permettere a nessuno di entrare nella stanza, fece il suo ingresso anche il
generale Corrado, che arrivò subito al punto. Ciò porta a sospettare che,
essendo arrivato soltanto da poche ore, il generale fosse stato messo al
corrente della faccenda da Scarelli. Corrado comunicò ai presenti di aver
discusso l'argomento con Graziani e Mussolini (dal quale era poi stato
invitato ad aggregarsi alla Decima). Borghese cambiò improvvisamente tono,
ribaltando le idee che aveva espresso fino a quel momento. Replicò di aver
affrontato il tema in maniera puramente accademica e aggiunse che si sarebbe
messo subito in contatto con Graziani. Corrado e Scarelli si calmarono,
anche se non sembravano molto convinti. Morelli non ebbe più occasione di
parlare in privato con Borghese, che sarebbe partito la sera stessa.
Tuttavia, il comandante fece capire a Morelli che si sarebbe dovuto muovere
secondo il piano discusso in precedenza.
Nei giorni seguenti, Scarelli commentò la questione all'interno della
Decima, creando in tal modo un clima sfavorevole agli accordi con la Osoppo.
Scarelli voleva che la proposta partisse soltanto dagli ambienti della
Decima. Morelli attese per qualche tempo, per poi chiedere a Borghese una
sua valutazione sull'argomento (rimasto virtualmente sospeso).

«Ma gli eventi incalzavano – conclude il rapporto del 1945 – e la questione
della Osoppo e della Venezia Giulia fu relegata in secondo piano. Durante i
combattimenti finali sul fronte italiano, Morelli cercò di raggiungere la
zona di Udine e di Gorizia dalle postazioni di Bassano, per unire le sue
forze a quelle dei patrioti della Osoppo. Morelli confidava sugli accordi
intercorsi e sul placet di Borghese. Ma dovette rinunciare al progetto (gli
automezzi erano pochi ed i collegamenti impossibili). Inoltre, le sue truppe
avrebbero dovuto attraversare una regione fortemente controllata dai
partigiani rossi. E il tempo a disposizione era ormai scarso».
f.a.