Il Piccolo – 230208 – Missoni: Trieste è sempre la mia casa

di Elisa Coloni

TRIESTE Mezza pagina riempita con una lunga riga zigzagata, simbolo di una carriera e inconfondibile marchio di fabbrica. Subito sotto, un pensiero indirizzato al sindaco Dipiazza: «Caro Roberto, te vedi come va la vita: a zig-zag. Ottavio Missoni». È con questo messaggio, scritto nel libro d'oro del Comune, che ieri il celebre stilista dalmata ha inaugurato la sua vita da «neotriestino».
In realtà, lui, cittadino giuliano – d'adozione – si è sempre sentito. Ora però, dopo il conferimento della cittadinanza onoraria, lo è diventato ufficialmente. Ieri, durante una riunione straordinaria del Consiglio comunale, un commosso Ottavio Missoni ha infatti ricevuto la benemerenza, che lo colloca di diritto nella lista dei triestini più celebri. In una sala del Consiglio gremita fino all'orlo, tra autorità e amici di vecchia data, la città ha reso omaggio al designer della maglia, con una pioggia di applausi e tanto di standing ovation. Lui, con la semplicità e la familiarità di chi si sente a casa, ha risposto con un discorso, rigorosamente in triestino, imbevuto di emozione e zeppo di ricordi della sua giovinezza a Trieste («le belle mule, il bagno Ausonia, le osterie, i allenamenti a San Sabba,…») alternati a boutade, che i presenti hanno accolto con sonore risate.

«Conferiamo la cittadinanza onoraria a Ottavio Missoni in nome dell'alto merito dei risultati raggiunti nel settore della moda, affermando un marchio in tutto il mondo, sinonimo di stile, eleganza e fantasia. Ma soprattutto, in considerazione di una vita segnata dall'esodo dalla nativa Dalmazia, che ha forgiato un uomo vincente dapprima nel mondo dello sport e poi in quello dell'impresa». Questa la motivazione alla base del riconoscimento. «Missoni – ha sottolineato Dipiazza – ha fatto parte di quella "miglior gioventù" che, uscita dalla guerra, ha saputo costruire le basi del rilancio economico e sociale dell'Italia. Lui ci ha messo sacrificio, dedizione e la capacità di essere innovativo, quando in pochi sapevano cosa significasse realmente questa parola».
«Xe vero, xe vero», ha risposto il designer-tessitore, commosso, sotto gli occhi dell'inseparabile moglie Rosita, sposata cinquantacinque anni fa, seduta in prima fila accanto alle autorità (tra loro c'era la presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat, mentre il governatore Illy, che non è potuto essere presente, ha portato i suoi saluti per voce di Dipiazza).
Missoni, nato a Ragusa nel '21 da padre di origine friulana e madre dalmata, poi trasferitosi a Zara, e poi ancora a Trieste («dove nel '46 go comicià a far maje, prima de andar in Lombardia») ha dedicato il riconoscimento a tutti gli esuli zaratini accolti, come lui, nel dopoguerra a Trieste. «Questa xe come se fossi stada sempre casa mia – ha spiegato lo stilista – noi de Zara gavemo lo stesso dialetto, lo stesso mar». Poi ha passato in rassegna le tappe della sua vita a «zig-zag», scivolando tra le pieghe della memoria: dalle «bigiate» al liceo Oberdan («mia mamma no me svejava per andar a scola. Ghe diseva
sempre a mio papà: "No sta svejar i fioj, che se no i diventa nervosi») agli allenamenti di atletica leggera per vestire la maglia azzurra, dalla guerra alla prigionia in Egitto, dall'abbandono forzato delle proprie terre alla sua più grande avventura: l'ingresso nel mondo della moda in tandem con Rosita. «I me ga nominà Cavaliere del lavoro – ha detto Missoni sorridendo – ma in realtà non go mai lavorà tanto. Quela che ga sempre lavorà xe mia moglie. A ela devo tutto. Il problema xe che in Italia a noi omini ne offri titoli, e invece alle donne ghe sega le gambe»».
E poi, al termine della cerimonia, il via libera alla carrellata dei saluti e delle strette di mano, cui Missoni si è prestato sorridente senza sosta.