Il Piccolo – 220507 – Italia, Slovenia e UE

di Franco Belci

Evidentemente, per una parte dello schieramento politico, il passato è considerato immodificabile e il futuro un'incognita da temere. Ciò fa perdere di vista l'importanza per Trieste della caduta dell'ultimo diaframma del confine con l'entrata della Slovenia nel cosiddetto "spazio Schengen".

Eppure, passaggi decisivi erano stati fatti nel 2004, con l'allargamento dell’Ue e la grande manifestazione organizzata per l'occasione a Gorizia dai sindacati italiani e sloveni; con la rinuncia del governo Prodi alla moratoria della libera circolazione dei lavoratori decisa nel luglio dello scorso anno.

Rinuncia che ha favorito la regolarizzazione dei lavoratori provenienti dall'Europa centrale e dell'Est e ha aiutato ad affrontare la situazione del lavoro transfrontaliero. Con l'adozione dell'euro da parte della Slovenia, che ha reso ancora più facili gli scambi e le relazioni tra i cittadini dei due Paesi.

Di fronte all'intenzione espressa dal sindaco di Trieste di celebrare con una manifestazione a Trieste la caduta dell'ultima barriera, c'è chi oppone ancora le ragioni di un passato che ha visto sofferenze e lutti di cui tante persone portano ancora i segni, ma che va rapportato, nella sua dimensione complessiva, agli avvenimenti di questi ultimi quindici anni, che hanno portato alla profonda e drammatica decomposizione della Jugoslavia in stati sovrani dai diversi regimi politici. Quel passato, per quanto doloroso, non può essere perciò opposto a un processo che ha dimensioni continentali e che è servito anche a ricomporre le tante ferite del dopoguerra, tra le quali gli spostamenti forzati di popolazione connessi anche alla ridefinizione dei confini, con una diffusa e drammatica espulsione di minoranze da terre nelle quali erano vissute per secoli che si estese dall'Europa centrale all'Istria.

Oggi però sono precipitati nel percorso nuovi problemi e contraddizioni ed è riemersa una concezione che vuole riportare il baricentro dell'Unione sul ruolo dello Stato-Nazione. Ha perciò ripreso fiato la visione di un'Europa molto dilatata territorialmente, caratterizzata dalla logica del mercato, ma dal profilo politico incerto e confuso. È perciò indispensabile recuperare la dimensione della politica, capace di rafforzare il ruolo di una Ue che sia volano per la cooperazione, unione di minoranze che, al di fuori di ogni egemonia, si riconoscano nella costruzione e nel rispetto delle regole.
Nella quale il dialogo sia lo strumento ordinario per affrontare e risolvere i problemi e dunque si proponga come soggetto attivo della politica e della cultura della pace.

Italia e Slovenia possono portare un significativo contributo opponendo a quella visione limitativa l'esempio della collaborazione economica e culturale, come in parte stà già avvenendo. Potrebbero farlo non solo nei rapporti bilaterali, ma assumendo un ruolo attivo nel progetto di Euroregione che vede attualmente coinvolte Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Carinzia, Slovenia, la Regione istriana e quella litoraneo-montana della Croazia. Il progetto è nato infatti come esempio di collaborazione transfrontaliera e si è progressivamente esteso per valorizzare la dimensione territoriale contro l'esclusivismo etnico nella prospettiva di una visione federalista della Ue che la privilegi rispetto a quella che vi vede l'elemento essenziale nello Stato-Nazione.

Si tratta di una prospettiva che da un lato si propone di sviluppare una realtà locale forte ed interconnessa e una mentalità transnazionale aperta per renderla capace di giocare un fondamentale ruolo di ponte sia tra il Nord e il Sud dell'Europa che tra l'Europa occidentale e quella orientale.
Dall'altro favorisce l'integrazione economica di aree finora svantaggiate dalla presenza di confini e individua nella cooperazione transfrontaliera una chance per essere assieme maggiormente competitive nel grande mercato europeo in via di configurazione.

Quale miglior strada per costruire assieme percorsi di pace e di convivenza, dando per esempio concretezza alla possibilità di usare in modo incrociato e reciproco i servizi delle pubbliche amministrazioni, le Università, le scuole, gli ospedali? Tutto ciò sarà possibile se la città saprà definitivamente liberarsi dai fantasmi del passato per guardare, unita, a un futuro che va conquistato passo per passo.

Franco Belci
Segretario generale Cgil di Trieste