Il Piccolo – 201207 – Magris: noi e il mondo nuovo

La frontiera che cadrà questa sera non ha diviso, come molte altre cadute negli ultimi anni, soltanto due Stati – sia pure spesso coinvolti in passato in tragici conflitti, come è accaduto tra Francia e Germania, in quel sanguinoso e coatto carnevale che è la Storia – ma ha diviso per un certo periodo, il mondo. A impedirci di andare rispettivamente a bere un bicchiere di vino a Sesana o a Opicina  er, un tempo la Cortina di Ferro, la grande muraglia che tagliava la terra in due e poneva Trieste, pur dimenticato cul-de-sac dell'Adriatico, in qualche modo al centro del mondo, sulla linea del fuoco in cui si fronteggiavano e minacciavano di scontrarsi Oriente e Occidente. Almeno sino alla grande rottura tra Tito e Stalin – ma anche più tardi, sino alla normalizzazione dei rapporti fra Italia e Jugoslavia – quella frontiera era, per la maggior parte di noi, invalicabile; dietro di essa cominciava, per noi, l'impero di Stalin, simbolo per eccellenza di una minacciosa e indistinta oscurità e identificato, stoltamente  con l'Est, con quell'Est che la fantasia occidentale tende spesso a rifiutare come indecoroso, promiscuo e vagamente indegno e a sovrapporlo, altrettanto confusamente, al comunismo.

Ogni paese ha il suo Est, il suo vicino orientale cui guardare con supponenza, definendolo magari "balcanico", con un aggettivo al quale la carica dispregiativa ha tolto ogni significato geografico:se il principe di Metternic diceva che a Vienna, sul Rennweg, cominciavani i Balcani – termine che non usava  quale complimento – un secolo e mezzo più tardi a Ulm, città danubiana situata qualche centinaio di chilometri a ovest di Vienna, si diceva che a Neu-Ulm, la città nuova costruita sull'altra riva del Danubio e abitata da molti emigrati venuti dall'Est, cominciavano i Balcani.  Ma dietro a quella frontiera allora così difficilmente valicabile – e materialmente più vicina al centro di Trieste di quanto non  lo sia un quartiere di Roma o  di Milano ad un altro dalla parte opposta della medesima città – non c'era soltanto l'impero di Stalin, l'ignoto, il Perturbante. C'era pure il noto, il familiare, terra in cui sino a poco prima si era abituati ad andare come in un'altra zona della propria città: luoghi consueti dell'abitudine, luoghi di casa. Un mondo vicino e lontano, un paesaggio – naturale ed umano – che si avvertiva come lo specchio del proprio volto e insieme come il volto dell'Altro.

Il confine ora cancellato aveva mutilato l'Italia di terre e città di plurisecolare civiltà italiana, come l'Istria costiera, e restituito alla Slovenia e alla Croazia le terre slave annesse dopo il 1918, generando lutti, drammi ed ingiustizie, a cominciare dall'esodo di istriani, fiumani e dalmati. Quella frontiera era anche una ferita che sfigurava il viso e tornava improvvisamente in suppurazione anche quando sembrava cicatrizzata. 

Ma quella ferita era stata in realtà inferta molto prima; non è solo dal '45 che il nostro volto era deturpato come quello degli studenti tedesco-nazionali delle Burschenschaften, che praticavano il duello col preciso scopo di coprirsi il viso di cicatrici. La frontiera è per definizione un territorio misto e composito, la cui identità è sempre plurima anche se, a seconda dei casi,  segnata di una componente talora nettamente prevalente.
La frontiera viene spesso celebrata quale crogiolo di culture e luogo d'incontro, ma è stata più spesso arcipelago di mondi desiderosi ognuno di ignorare l'esistenza degli altri, muro inalzato nel cuore e nel pensiero per sbarrare la strada all'altro e per non vederlo, per poter dire che non esiste. Talvolta per accorgersene, non basta alzare gli occhi, come parrebbe logico, ma occorre fare il giro del mondo. Milosz, il grande scrittore polacco, racconta che a Vilnius, dove aveva vissuto per un certo periodo, a duecento metri dal caffè letterario in cui egli s'incontrava con i suoi amici, c'era un caffè in cui si ritrovavano alcuni straordinari peoti jiddish, dei quali peraltro egli aveva appreso l'esistenza e letto le opere solo vent'anni più tardi, a Parigi, grazie a traduzioni francesi: per superare quei duecento metri aveva avuto bisogno di un lungo viaggio nel tempoe nello spazio.
 
 
Claudio Magris