Il Piccolo – 200507 – La debolezza dell’Italia sul confine orientale

Presentato il libro della storica triestina Marina Cattaruzza

La studiosa, che insegna a Berna, affronta la questione allontanandosi dalle
polemiche spicciole e cerca di contestualizzare il tema nell'ambito europeo

Sul problema del confine orientale pesa la debolezza dello Stato italiano

GORIZIA Quando si parla del confine orientale italiano, luogo di frizione e
scontro, confine contestato e conteso, si finisce inevitabilmente a parlare
della debolezza dello Stato italiano. Una debolezza di sempre, perché nulla
lo Stato italiano è stato in grado di percepire della realtà del nuovo
territorio.

Nel 1918 se la prende con gli austriaci e con i filoaustriaci, compresi i
cristiano-sociali di monsignor Faidutti, al quale non venne permesso il
rientro a casa, e non si accorge neanche che la zona è popolata di sloveni
nei cui confronti non viene applicata alcuna politica di assimilazione;
piuttosto di espulsione, con maestri e ferrovieri di lingua slovena
incardinati altrove, in sedi dell'Italia centrale, Umbria e Sardegna, che
magari gli avrà fatto anche piacere.

Nel 1947, dopo il trattato di pace che definisce i confini, idem.

Confini va bene, come conferma decenni dopo l'accordo di Osimo, ma lo stato
italiano dimostra una catastrofica costante incapacità a gestire le nuove
terre che venivano a far parte del regno prima e della repubblica poi.

Sergio Baraldi, nell'incontro di ieri pomeriggio a «éStoria 2007», ha letto
questa incapacità statuale come una cartina di tornasole, persistente nel
tempo, per capire le debolezze italiane. Uno Stato – ha soggiunto Ernesto
Galli della Loggia – che in loco si presenta unicamente rappresentato
dall'esercito e che finisce col colludere col partito fascista e con le
squadre d'azione dando addosso a sindacati e cooperative.

Dopo il 1919, dice della Loggia, la popolazione italiana rimane senza punti
di riferimento. Eppure era una popolazione di preminenza cattolica, educata
al cristianosocialismo, non impedita dai diktat vaticani a occuparsi di
politica. Parallelamente 180 mila sloveni vengono inseriti nello stato
italiano ed anche qui sorgono problemi di «intelligence»: l'Italia sapeva di
doversi confrontare con una popolazione rurale ma non sapeva che la ruralità
austriaca, diversamente da quella veneta, era totalmente alfabetizzata e
colta.
C'è quindi un rapporto fra realtà diverse che si prolunga nel Novecento con
problemi che toccano nel vivo la coscienza delle persone, sino ad arrivare a
quelli odierni inconclusi. E i problemi, ha detto Stefano Pilotto, restano
quelli dello statuto delle minoranze e dei beni abbandonati. Per non parlare
della legittimità dei confini, che non è argomento più discutibile.

Marina Cattaruzza, professore ordinario di Storia contemporanea
all'Università di Berna e autrice dell'appena uscito «L'Italia e il confine
orientale: 1866-2006» ha detto che sinora mancava una storia di questo
territorio, il nostro, che affrontasse i rapporti con lo Stato italiano,
allontandandosi dalle polemiche spicciole e cercando di contestualizzare il
tema nell'ambito europeo.

La storica slovena Nevenka Troha ha detto che le popolazioni di queste terre
sono finite ostaggi della politica dei governi, una politica di
contrapposizione fra i blocchi. Oggi riusciamo a rimarginare questa ferita.
Le categorie di tipo politico continuano a trovare aggio sui problemi
storici, ha commentato Baraldi. Marina Cattaruzza, col realismo dello
storica, ha detto che solo l'espulsione delle popolazioni ha dato stabilità
all'area giuliana, sia nel 1919 che nel 1947. La scelta del resto era fra
l'eliminazione etnica e il trasferimento complessivo della popolazione.

In più, dice la Cattaruzza, ci son due problemi. Dopo il 1918 la
radicalizzazione politica è frutto di un vuoto di potere, in cui l'Italia
non disponeva di alcuno strumento per subentrare. Dopo il 1945 invece
l'Italia non riesce ancora a fare i conti con la sconfitta militare della
seconda guerra mondiale. Una consapevolezza maggiore a tale proposito
porterebbe a riconsiderare meglio il fenomeno dell'esodo da Istria e
Dalmazia. E il discorso torna a essere sempre quello. È possibile fare
storia quando la storia è ancora così bruciante? Sì, insegna «èStoria 2007».
Sempre che le storie comincino dal basso, in un modo diverso per restituire
la verità, un modo in cui il passato sia confrontabile, non antitetico.

«Parlare di odio basta! Basta! Basta!», ha detto un'anziana signora in
chiusura di dibattito. Ha però aggiunto: «Non nutro odio, ma non riesco a
dimenticare».

Marina Cattaruzza ha raccontato che sui bus che dall'altopiano scendono a
Trieste fino a un certo punto si parla sloveno e da un certo punto in poi
tutti cominciano a parlare in italiano. Confini?
s.sca.