Il Piccolo – 140707 – La “cavra” miss antipatia

Da quando il retroterra rurale di Trieste si è ridotto al minimo, la parola
«cavra» del nostro dialetto viene usata assai di rado con riferimento alla
capra propriamente detta e ormai quasi sempre a spregio degli esseri a due
gambe, che allignano preferibilmente nelle scuole. Significativo è l'esempio
fornito dal dizionario del Doria: «Quel professor xe una cavra»: «Quel
professore è perfido». A integrare l'aggettivo impietoso, ripreso anche dal
dizionario del Pinguentini, si aggiunge la precisazione: «persona ingrata o
vile, abietta», ma a superare entrambi i dialettologi aveva provveduto, sul
finire dell'Ottocento, il Kosovitz precisando il senso metaforico di quella
che è già in partenza una metafora: «gaglioffo, scampaforche, capestro».

Come mai, fra tutti gli animali del creato, proprio la capra si è andati a
eleggere miss antipatia? Forse per la stessa ragione che indusse gli uomini
ad affidare al capro il compito di espiare i loro peccati e istigato fauni,
satiri e diavoli ad assumere le sue sembianze, dotandosi di corna, barba e
piede forcuto, genialmente sintetizzati da Francesco Redi in unica parola:
«… questa che a Pan somiglia/capribarbicornìpede famiglia».
Certo, le capre, a giudicarle con la mentalità degli uomini, sono riottose e
dispettose, tanto che il vizio di brucare germogli e virgulti, devastando
orti e giardini ha suggerito, in passato, di collegare al loro nome la
parola «capriccio». I risultati di ricerche più recenti hanno fatto sì che
oggi alcuni etimologisti si sforzino di identificare l'origine di capriccio
in un antico «caporiccio» e altri preferiscano optare per l'«etimo incerto».
Dal canto suo il «Larousse» del 1952, fa tranquillamente derivare «caprice»
dal latino capra, »à cause de l'allure capricieuse de cet animal».

 Il Doria giustamente si meravigliava per non aver trovato nei vocabolari
del nostro dialetto pubblicati prima del suo (che è del 1984) la parola
«cavrada», ovvero «partaccia». La lacuna fu colmata 11 anni dopo dal
vocabolario Manzini-Rocchi della parlata capodistriana. Nessuna sede più
adatta di quella: Capodistria ebbe i nomi latini di Capris e di Egida (lo
scudo così chiamato perché ricoperto di pelle di capra, dal greco
«aix-aigòs») e l'umile capretta – senza l bisogno di aggiungerle un paio d'ali
o una coppia di gemelli da allattare – è per l'Istria ciò che il Leone è per
Venezia e la Lupa per Roma.