Il Piccolo – 090208 – Il ricordo condiviso

di S. Spadaro e P. Karlsen

«Se ci avessero detto: siamo a terra, cercate di resistere nel miglior modo
possibile, noi avremmo accettato qualsiasi sacrificio. Ma invece hanno
detto: abbiamo perso la guerra, e voi e la vostra – vostra non nostra –
terra siete il prezzo con il quale intendiamo pagare le nostre colpe,
riscattare la nostra pace». Lo scriveva Biagio Marin nell'immediato
dopoguerra. Dovevano passare molti anni prima che si istituisse il Giorno
del ricordo.
La tragedia del confine orientale, l'esodo degli italiani dall'Istria, Fiume
e Dalmazia erano riconosciuti dalla Repubblica come eventi riguardanti
l'intera nazione. Non più soltanto la "periferia" direttamente colpita. Ma a
lungo la considerazione di Biagio Marin risultò inascoltata. La dissoluzione
di un'intera regione, con tutte le sue implicazioni storiche e umane, era un
fatto troppo scandaloso per l'Italia del dopoguerra. Desiderosa di
ricominciare a vivere, quindi di dimenticare.
Come tale, quel fatto restò incompreso e rimosso. Ci si scaldò per qualche
anno al fuoco snervante della "questione di Trieste", ma il "nodo"
dell'esodo fu lasciato in bocca solo alle comunità degli esuli, in Italia e
all'estero. La loro attività generosa, intrecciata a quella di alcuni
storici, è alla base della nostra possibilità di ricordare.
Quelle sofferenze sono riemerse dall'oblio con fatica, insieme agli altri
pezzi del mosaico giuliano tra guerra e dopoguerra. L'aggressione della
Jugoslavia da parte dell'Italia fascista, dopo vent'anni di sistematica
oppressione degli sloveni e croati della Venezia Giulia. E l'efferatezza
delle foibe. Una violenza non soltanto spontanea e "reattiva", come per anni
una certa accademia ha amato ripetere; ma più sostanzialmente politica,
pianificata, collegata alla costruzione rivoluzionaria dello Stato comunista
in Jugoslavia. Nel quale la componente italiana era vista dai vertici del
nuovo potere come un problema, affrontato e risolto in un mix di ideologia e
nazionalismo.
Più di una parola va spesa sulle pesanti complicità del Partito comunista
italiano, tanto durante quei terribili eventi quanto nel silenziamento e
depistaggio della loro memoria. Non solo è mancata una lealtà di base verso
i propri connazionali uccisi e perseguitati in massa. Non solo si è
ostentata estraneità per le ferite patite dall'Italia al fianco orientale.
Ma il deficit ha coinvolto qualcosa di più profondo. Nella tutela e nella
gestione della memoria delle foibe e dell'esodo la destra nel dopoguerra ha
fatto il suo dovere "di destra": ha formulato discorsi spesso
regressivamente recriminatori che alimentavano le contrapposizioni anziché
risolverle. Non lo stesso si può dire per una parte cospicua della sinistra,
perché essa ha tradito su questo terreno una delle sue vocazioni principali:
quella dell'ascolto e della solidarietà. E' ciò che ci dice al riguardo un
lucido bilancio.
Ma non solo a sinistra si è evitata una riflessione aperta. Come denunciava
Marin, si è trattato di un vuoto molto più ampio. Che affonda antiche radici
nella debole coscienza nazionale del Paese e ha avuto diverse ricadute.
Prima di tutto, ignorare il dato della distruzione della Venezia Giulia,
dimenticare l'esodo ha significato cancellare dalla memoria nazionale la
grande civiltà marittima di lingua italiana dell'Adriatico orientale. Allo
stesso modo, ancora oggi negare o sminuire l'esodo vuol dire rifiutare la
normalità secolare di quella realtà storica. E perpetuare l'immagine falsa
della Venezia Giulia come invenzione geografico-amministrativa del
nazionalismo italiano. Con l'esodo visto addirittura come il rimpatrio,
prima o poi inevitabile, dei "coloni" portati qui in massa dal fascismo.
Insomma, l'"altro" come un intruso. La propria presenza come unica ed
esclusiva. E' la logica tenace dei nazionalismi di ieri e oggi, dell'una e
dell'altra parte.
Riflettere sul Novecento giuliano ci porta a questa conclusione. Ogni volta
che le istituzioni politiche hanno cercato di ridurre o annullare la
pluralità nazionale di queste terre, facendosi motori sul piano pubblico di
identità monolitiche ed esclusive, l'equilibrio della società locale è
venuto meno in modo traumatico. Si sono prodotte lacerazioni indelebili, si
è alterata violentemente la stessa demografia originale della regione. E
quando i nazionalismi sono stati inglobati nelle strutture politiche
totalitarie del fascismo e del comunismo, le forme statali di controllo,
coercizione e negazione dell'"altro" hanno raggiunto il vertice della loro
efficacia.
L'auspicio è che la ricorrenza del 10 febbraio serva anche a questo. A
diffondere nella nostra società, sempre più integrata in chiave europea, una
memoria "condivisa" per lo meno nei suoi fondamentali caratteri
antitotalitari. Sentiremo così più sicura e rafforzata la nostra democrazia.

Patrick Karlsen e Stelio Spadaro