Il nostro dialetto, patrimonio irrinunciabile (La Voce del Popolo 15 lug)

Su “Pagine Istriane" 1923 – Fasc. III che usciva a Capodistria, Ferruccio Borri pubblicava “Il dialetto veneto di Parenzo”. Su tale saggio il Borri afferma: “mi si sconsiglia di abbracciare il dialetto delle altre località istriane, anche perché la difficoltà sarebbe enorme; non potei però far a meno di citar almeno alcuni esempi di parole che differiscono dal dialetto di Parenzo… .”
Il lavoro si propone di far opera di divulgazione tra quelle persone che non possono occuparsi di un simile genere di studi spiegando in forma piana le leggi fonetiche del dialetto, per dimostrarne quale sia l’origine dello stesso e per conseguenza in quale considerazione esso debba essere considerato. Il Borri sostiene che bisogna combattere l’opinione di coloro che per il dialetto ostentano, più che indifferenza, disprezzo, e cercare di convincerli che anche esso ha i suoi diritti, che come la lingua si basa esso pure su leggi fisse e che in fin dei conti rappresenta il retaggio sacrosanto dei nostri antenati. Se la lingua ci dichiara membri della grande famiglia italiana, non dobbiamo dimenticare che il dialetto determina maggiormente il nostro luogo d’origine ed il carattere regionale; perciò parliamo la lingua fuori di casa, con persone che possono intenderci nel nostro dialetto, adoperandolo francamente tra le mura domestiche, tra conoscenti ed amici, senza vergognandocene. Il rinnegare la parlata natia è come rinnegare il focolare domestico, i genitori, gli avi, la nostra storia.

La fonetica e la morfologia

Il saggio comprende il capitolo "Fonetica" in cui le vocali toniche latine hanno preso a poco lo stesso sviluppo sia nel dialetto che nella lingua scritta. La “a” che si mantiene in qualunque posizione, trova poi delle differenze in singole località. Degli esempi per la “e” ed “i” stretta in tutta l’Istria, ma non tanto quanto a Parenzo, dove si confonde quasi con “i” ed anche in queste particolarità si può riconoscere un resto dell’antica parlata istriana, dove la “i” breve si mantiene. A Rovigno si dice pisso (pesce), sico (secco) Vido (vedo), credivo, tasivo… Questi esempi potevano essere validi per il 1923, quando l’istrioto era ancora validamente usato.
Interessante la trattazione delle consonanti e quelle consonanti con la “i” breve.
Nella "Morfologia" vengono trattati l’articolo, il sostantivo, l’aggettivo, i numerali, i pronomi personali, il pronome possessivo, il verbo, i verbi irregolari con le varie forme a Parenzo e nelle altre località istriane. Interessante la parte riguardante il “Lessico” con le parole di origine latina, ma pure di altre lingue che appartengono al dialetto. Citato qualche esempio dal latino: Amia, a Piemonte ameda, (amita zia), bagolina (baculus), bartuela (vertivellum), bovolo (bobolo a Umago e Pola), volega, bolega (Umago), bruscandolo (ruscus acuteatus), mussolo (musculus)…
Dal greco provengono: piron (peiron), da cui inpirar (infilare), spiensa (splen = milza), scafa (lavandino)… Dalle parole germaniche antiche e recenti, dovute all’amministrazione austriaca, ma poi in regresso: balcon, bessi, brombole, bulo (far el bulo), steura, strucolo… Pure le espressioni militaresche in disuso: le patrone, le gamasse, i forbais…

L'influsso dello slavo
sulla parlata della costa

Lo slavo che da secoli vive in comunanza, nel 1923, aveva in minima parte influito sulla parlata della costa. Sono rimaste in uso grebano, britola (da brit), patoco, pek, stripigna (grande padella)… un altro discorso lo dobbiamo fare oggigiorno con l’uso di molte parole slave entrate nell’istroveneto quotidiano.
Nella "Conclusione" il Borri deduce che il dialetto permette di fare osservazioni su certi fenomeni che contemporaneamente appaiono in più luoghi distanti fra loro ed indicanti l’origine comune del dialetto. Nell’Istria alta c’è la forma ‘ver, a Parenzo “gaver”. La desinenza in – evo dell’imperfetto è tuttora a Isola, e in disuso a Parenzo. I dialetti di Muggia, Veglia, Pola si scostano per il fatto che essi rappresentano una fase moderna del dialetto veneto… Muggia apparteneva ancora in epoca recente al dialetto friulano, a Veglia si parlava il vegliotto e Pola che apparteneva all’area del dialetto istriano come Dignano, Sissano, Gallesano, è ben lunghi dell’aver un dialetto caratteristico, popolata come fu in epoca recentissima da gente veneta venuta da tutte le parti dell’Istria. Il prof. Bartoli divide il dialetto veneto dell’Istria in due zone, quella costiera col suono predominante “s (ts)” e quella dell’Istria interna con il suono “ds”. Paralleli a questi suoni sono “gi” per la prima; “j” per la seconda: giudisse, judisse.
Però anche nella zona costiera si notano dei fenomeni che differenziano i dialetti delle singole località. Comunque sia, è indubbia la latinità e la vitalità del nostro dialetto. Queste sono le fattezze esteriori; ma quanto arguta e fresca è la parlata popolare, tutta piena di brio, di colorito, di vivaci espressioni, desunte dalla diretta osservazione dei fenomeni naturali!
Ma tutto cambia un po’ alla volta, e inconsapevolmente noi pure trasformiamo il nostro dialetto. L’istituzione di scuole, la lettura di libri, tutto il complesso della vita moderna operano questa evoluzione, anzi questo disgregamento. Fin qui Ferruccio Borri, mentre mi si permetta qualche considerazione legata ai nostri tempi, quando tutto è cambiato dalla globalizzazione, dal muoversi della gente, dallo sviluppo della scienza e tecnica, che non lascia spazio più delle volte all’uso del dialetto.
Come dall’esposto del CRS di Rovigno nel programma dedicato alla dialettologia, raccogliamo le fonti del passato, facciamo tesoro di quanto può essere ancora raccolto, quale testimonianza del “favelar” dei nostri avi tendente ad arricchire il nostro passato nel rispetto di generazioni e generazioni ch’ebbero l’unico modo, attraverso il dialetto, di trasmetterci gli usi e costumi, la parlata genuina unica a testimoniare quella ricchezza che altrimenti sarà perduta.
Auspico che il saggio del Borri possa trovare adeguata collocazione nelle pagine dialettali che arricchiranno il nostro passato nel rispetto dei nostri avi e delle nostre radici.

Elio Musizza