29.12.2025 – Il 29 dicembre 1920 entrò in vigore la tregua che pose fine ai combattimenti a Fiume di quello che sarebbe rimasto noto come il Natale di sangue. Era infatti dal precedente 24 dicembre che le truppe italiane avevano iniziato a cannoneggiare ed attaccare la Reggenza Italiana del Carnaro, lo Stato che Gabriele d’Annunzio aveva costituito nelle more dell’annessione al Regno d’Italia. Tanto fu rapida e priva di spargimenti di sangue l’entrata del Vate con i suoi legionari il 12 settembre 1919 a Fiume, tanto fu cruenta la fine dell’impresa dannunziana.
Per oltre un anno d’Annunzio e i suoi uomini avevano tenuto il controllo di quello che era stato lo sbocco al mare della porzione magiara dell’Impero Austro-ungarico uscito sconfitto e dissoltosi alla fine della Prima guerra mondiale. Il 30 ottobre 1918 il Consiglio Nazionale Italiano di Fiume aveva proclamato l’annessione all’Italia, appellandosi al principio di autodeterminazione dei popoli, uno dei 14 Punti dichiarati dal Presidente degli Stati Uniti Wilson come uno dei cardini su cui ricostruire gli assetti europei dopo il conflitto. Ma proprio gli Stati Uniti d’America furono tra i sostenitori del nascente Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e delle sue mire sull’Adriatico orientale, anche con riferimento a zone in cui erano presenti cospicue comunità italiane autoctone. Lo stallo delle trattative in seno alla Conferenza di pace portò al colpo di mano di d’Annunzio, ma il 12 novembre 1920 il Trattato di Rapallo tra Roma e Belgrado fissò finalmente il confine orientale italiano lungo la displuviale delle Alpi Giulie e comprendendo anche le isole del Carnaro e solamente Zara in Dalmazia: per Fiume si prospettava la costituzione di uno Stato libero in cui non c’era più posto per d’Annunzio e per la Reggenza che si era data come costituzione la Carta del Carnaro.

Il Comandante, investito dei pieni poteri costituzionalmente previsti, replicò occupando Arbe e Veglia e cercando di sobillare gli animi a Zara, ove il Governatore militare, l’ammiraglio Millo, si era in precedenza pubblicamente impegnato per rivendicare all’Italia tutta la Dalmazia. Il Regio Esercito cinse d’assedio Fiume e la Regia Marina partecipò alle operazioni prendendo a cannonate la città liburnica: furono soprattutto i danni e le vittime causate dai bombardamenti più che i caduti nei combattimenti lungo la linea di confine ad indurre d’Annunzio a chiedere la tregua. Tregua che fu concessa per poter anche avviare le trattative per la resa che sarebbe stata firmata ad Abbazia il successivo 31 dicembre.
Con l’inizio del nuovo anno, cominciò la smobilitazione dei legionari e si compì al cimitero di Cosala l’ultima apparizione pubblica del poeta soldato abruzzese nel contesto fiumano. Furono sepolte avvolte nel medesimo Tricolore le salme dei caduti delle giornate di combattimento: tra i fiumani si registrarono 22 morti tra i militari e 5 tra i civili, 203 legionari feriti e 25 civili; tra le truppe regolari ci furono 17 caduti ed un centinaio di feriti. Le parole di d’Annunzio, prive di rancore e dense di patriottismo, suggellarono la pacificazione tra due fazioni che si erano combattute ritenendo entrambe di servire la Patria, gli uni rispettando il giuramento di fedeltà alle istituzioni monarchiche, gli altri ponendosi contro le imposizioni diplomatiche e rapportandosi direttamente con gli auspici degli italiani di Fiume. Nei mesi seguenti il cosiddetto “biennio rosso” avrebbe scatenato in Italia una guerra civile molto più cruenta, priva di scrupoli fra le parti in lotta e destinata a sfociare nell’avvento del fascismo.
Lorenzo Salimbeni

