Il Giornale – 091207 – Italiana da 58 anni, per il Viminale ora è croata

la ritengo una città italiana. Di sicuro i miei genitori sono italianissimi,
come sancito da tutte le leggi approvate per evitare equivoci sullo status
dei profughi di Istria e Dalmazia. Di colpo, a 58 anni, mi vengono a dire
che non ho il diritto alla tessera sanitaria. Non so cosa pensare».

La storia di ordinaria burocrazia parte, c'era da immaginarlo, da una delle
tante circolari che hanno lo scopo di complicare le già complicatissime
leggi fabbricate dal Parlamento. Fino al fattaccio del rinnovo della tessera
sanitaria, Laura non aveva mai avuto grossi problemi. La legge 54 del 1989
aveva chiarito definitivamente, dopo mille equivoci e incidenti burocratici,
che i «cittadini italiani nati in comuni già sotto la sovranità italiana e
oggi compresi nei territori ceduti ad altri Stati (vedi Istria e
Dalmazia)… hanno l'obbligo di riportare unicamente il nome italiano del
comune, senza alcun riferimento allo Stato cui attualmente appartiene». Per
rafforzare il concetto, nell'agosto del 1999 il ministero dell'Interno
emette una circolare che consente di mettere solo il nome italiano della
città di nascita (Fiume, nel caso di Laura) e non amenità del genere «Fiume,
Croazia» o, peggio, Rijeka. Insomma, sono italiani punto e basta.

Alla fine di luglio di quest'anno, però, approfittando forse delle ferie
estive, ecco che il Viminale sforna un'altra circolare (numero 42) che
divide i profughi in quelli di serie A e in quelli di serie B in base alla
data di nascita: solo chi è nato prima del 15 settembre 1947 in una delle
città dell'ex Jugoslavia un tempo italiane, deve continuare ad avere nei
documenti il luogo di nascita italiano.
Il motivo è stato formalmente espunto dai libri di storia, visto che il 15
settembre del 1947 entrò in vigore il trattato di pace firmato il 10
febbraio dello stesso anno a Parigi che assegnava definitivamente Pola e
Fiume alla Jugoslavia e Gorizia all'Italia. Dimenticando allegramente che
l'esodo dei 250mila italiani non fu regolato dall'orologio dei trattati ma
si è svolto, in varie fasi, dal '43 al '56. La signora Laura, per dire,
seguì i genitori in Italia nel '51 («In treno fino a Trieste, poi Udine,
Gaeta, l'ultimo campo di accoglienza fu a Latina. Finché papà decise di
portarci tutti a Marghera»).

E adesso? Che ne facciamo di questa clandestina? La signora Laura sta
pensando di scrivere al presidente della Repubblica, sperando che non la
rispediscano a Fiume, anzi, a Rijeka, Croazia.