Il Gazzettino – 200507 – Siamo europei ma teniamoci la lingua veneta

di Sabino Acquaviva
 
Ieri leggevo sulla rivista "Il dalmata" un articolo dal titolo "L'antica nazione dalmata tra le moderne piccole patrie". Ho letto qua e là la rivista e vi ho riconosciuto anche una nostalgia per l'antica Dalmazia e per la lingua e la cultura veneta. Vi erano ampi spazi in lingua veneta, o meglio veneto-dalmatica, che grondavano nostalgia. Ho dovuto confrontare questa nostalgia per un'antica nazione che parlava una lingua abbastanza unificata da Trento a Cattaro.

Questa nazione è stata semidistrutta attraverso una serie di spartizioni e di invasioni, che iniziarono con Napoleone I e continuarono con la creazione della Jugoslavia e la persecuzione e la cacciata dalla Dalmazia dopo la prima guerra mondiale e dall'Istria dopo la seconda. Tutto questo può essere malinconicamente confrontato con l'attuale desiderio di staccarsi dal Veneto di una serie di comuni che hanno perduto ogni ricordo della loro identità.
 
Alcuni vogliono entrare a far parte della regione a statuto speciale del Trentino Alto Adige, altri puntano sul Friuli Venezia Giulia. Certamente, dietro queste scelte vi sono degli interessi economici più che evidenti, ma vi è anche la perdita di un'antica identità linguistica e culturale e la mancanza di una elementare cultura storica.
L'area centrale del Veneto ha ripreso la sua funzione di motore dello sviluppo del continente (che aveva ai tempi della repubblica di Venezia) insieme ad altre regioni come la Catalogna, l'Olanda, la Ruhr Il Triveneto potrebbe diventare, quindi, un'altra Catalogna, con un'altrettanto forte identità linguistica e culturale, avendone già una economica. Ma i veneti non sono i catalani, non hanno la fierezza di questo popolo che è riuscito a far tornare il catalano alla dignità di lingua dopo essere stato declassato a dialetto dal castigliano, poi chiamato spagnolo.

Però nel Veneto è stata approvata una legge regionale, di cui non conosco adeguatamente il testo, che propone gli strumenti per l'insegnamento, pur volontario, della lingua veneta nelle scuole. Ma si tratta di una regione con una scarsissima identità, e capisco quanti si sono lamentati per i plebisciti di molti comuni che per ragioni economiche vogliono cambiare regione.

Però la risposta non può essere data a parole, semplicemente protestando, bensì attraverso la valorizzazione dell'identità regionale, anzitutto linguistica. Alla fine dell'ultima guerra mondiale, quando l'insegnamento del tedesco fu escluso dall'Alsazia e dalla Lorena, due province francesi in gran parte di lingua tedesca (soprattutto la prima), alcuni maestri volontari girarono per anni nei comuni per insegnare il tedesco.

 In Italia, oggi l'insegnamento del veneto può essere chiesto su basi volontarie. Ma in una regione che ha perso molto parte della sua identità è difficile che questo avvenga. Eppure l'insegnamento della lingua veneta è indispensabile per salvare una cultura, un teatro, una tradizione di cui Goldoni è una delle espressioni.

È inutile lamentarsi se gli abitanti di alcuni comuni, insensibili di fronte alla storia, vogliono essere uniti al Sudtirolo. L'unica risposta è in un discorso culturale e politico di ampio respiro. E quindi bisogna anzitutto invitare i nostri politici a fare gemellaggi culturali con Rovigno, Spalato e Pola e non con Los Angeles e altre città americane, come invece oggi accade.

Occorre una politica di governo delle autorità regionali con progetti di grande ampiezza e chiaramente orientata. Naturalmente tutti sappiamo che stiamo andando verso gli Stati Uniti d'Europa la cui formazione si baserà sull'indebolimento degli stati nazionali e sul rafforzamento delle antiche culture regionali che prima del Rinascimento erano il segno di una certa unità del continente.In conclusione, anche per questa ragione mi sembra giusto invitare a fare una politica culturale nel Triveneto guardando al futuro di un'Europa unita sulla base della rinascita delle culture regionali e di una lingua veicolare, l'inglese, che avrà la stessa funzione del latino, il cui uso è continuato fino alle soglie del Rinascimento. Cioè fino a quando la nascita delle grandi nazioni (con delle lingue regionali erette a lingue nazionali) ha disintegrato l'Europa.

Guardare al futuro del nostro continente significa invece rafforzare lingue e culture regionali. Mi sembra dunque che i politici debbano impegnarsi in un lavoro politico-culturale complesso ma orientato e destinato a dare, nel tempo, frutti di alto livello. In un quadro di così ampio respiro è doveroso pensare ad una macroregione del Triveneto, escludendo eventualmente la provincia di Bolzano (ormai quasi perduta per l'Italia), analoga a quella, in avanzata progettazione, comprendente Liguria e Piemonte. 

Invito, chi non è in sintonia con le mie idee, a un dibattito su questo tema e su questo giornale.