Il Gazzettino – 100108 – Senza vergogna

Sono passati più di sessant'anni dalla seconda tragedia mondiale, più di sessant'anni dalle deportazioni e dall'Olocausto, il massacro più inaccettabile della storia. Ma anche più di sessant'anni da quando migliaia di innocenti, soltanto in parte ex sostenitori del regime fascista e assai più spesso semplicemente "non comunisti" e "italiani", sono andati a sparire legati l'un l'altro dal fil di ferro negli inghiottitoi del Carso: il primo dannato veniva ucciso da un colpo di pistola o da una fucilata, gli altri
trascinati nell'abisso "per caduta".

Per lunghi e ingiusti decenni le ragioni di opportunità politica consigliarono all'Italia di non alzare la voce su queste vittime "differenti", parlare anche di Foibe non era politicamente corretto. Per troppo tempo s'intese catalogare con misure dispari di nobiltà chi innocentemente era morto per mano nazifascista da chi innocentemente era caduto per mano di un tiranno di colore diverso. La caduta del Muro, l'indipendenza e il nuovo corso sloveno, l'aggregazione europea e ora finalmente la dissoluzione anche formale della frontiera hanno allontanato i fantasmi una volta per tutte. Le autorità di Lubiana, per verità storica non meno che per ragion pratica, non hanno avuto difficoltà a riconoscere, negli
ultimi anni, che le Foibe sono state una vergogna criminale. Si può discutere, e in effetti si discute, sul carattere di vendetta che questi assassinii dovettero avere dopo che molti sloveni e croati erano stati perseguitati, internati o passati per le armi da tedeschi e italiani. Queste cose avvennero, il lager italiano dell'isola di Arbe è un'atrocità oggettiva al pari dell'isola che le sta in fronte: Goli Otok, Isola Calva, dove Tito dannò ai lavori forzati i giovani stalinisti, slavi e italiani, che in buona fede avevano creduto all'utopia collettivista e non intesero tradirla dopo la rottura di Belgrado, nel 1948, con il Cominform a guida sovietica.

Perciò l'ineludibile riconciliazione storica e morale può non seguire linee rette ed essere costretta alle tortuose eventualità di dialoghi difficili: si parla di ferite non rimarginate. Ma che ora proprio dall'Italia si levino nuove critiche a chi considera un dovere scoprire anche la memoria non
convenzionale suona come una intollerabile ingiustizia, un perpetuare la classificazione delle vittime. Portare la gente davanti alle lapidi delle Foibe favorisce un futuro cosciente e condiviso. Si finiva nella tramoggia della barbarie – di ogni barbarie – per ragioni di razza, per fede, spesso per semplice antipatia personale. La Resistenza contribuì con il sangue alla liberazione dal buio. Ma di fronte a questa posizione dell'Anpi, cioè di una parte dei combattenti di allora, si direbbe che ancora una volta la verità sia una maestra che fa fatica a insegnare tutto il programma. Come a Porzus.

Maurizio Bait