Il diario di Don Toncetti in italiano e croato (CDM 02 dic)

S’intitola “Don Rodolfo Toncetti fra gli orrori della guerra in Istria” ed è il memoriale di don Rodolfo Toncetti, ultimo parroco italiano di Dignano d’Istria, oggi anche Vodnjan, inerente i fatti accaduti a Dignano e dintorni nel periodo 1943 / 47. E’ uno spaccato della vita della gente nei paesi dell’Istria in quei difficili momenti, in cui si respirava paura e la morte era una presenza costante. In questa situazione, don Toncetti è il punto di riferimento, l’aiuto ed il sostegno dei suoi parrocchiani e, favorito dalla conoscenza delle lingue italiana, croata e tedesca, si adopera per difendere sospettati, perseguitati e condannati perorando la loro causa presso miliziani italiani, militari tedeschi, partigiani titini e, quando non ci riesce, dar loro cristiana sepoltura.

Sessant’anni dopo la sua fuga dal paese, occupato dalle truppe di Tito, il suo attuale parroco croato, mons. Marijan Jelenić, cura la pubblicazione in lingua croata del suo diario.

Walter Arzaretti ne cura la versione italiana, e perciò nessuno meglio di lui può presentare adeguatamente questa pubblicazione.

L’Arzaretti – che incontriamo a Pordenone per questa intervista – è stato uno dei collaboratori del defunto arcivescovo di Gorizia, Padre Antonio Vitale Bommarco, di Cherso,  e ora si dedica alla cura di opere di carattere storico-religioso e di cause di canonizzazione; attualmente è impegnato in quelle di Padre Marco d’Aviano e del venerabile sacerdote istriano don Egidio Bullesi.

Signor Arzaretti, lei ha curato opere di grande spessore culturale e complessità. Che cosa, in particolare, l’ha indotto a dedicarsi alla pubblicazione del memoriale di don Toncetti?

“E’ stato un caso, intrecciatosi con la mia precedente relazione di amicizia con don Rodolfo. Certo, se non avessi incontrato presso l’isola di Barbana (Grado) monsignor Marijan Jelenić, attuale parroco di Dignano d’Istria, e raccolto la sua provocazione,  non mi sarei mai accinto alla pubblicazione di detto memoriale, del quale pure don Rodolfo mi aveva parlato e consegnato una copia. Toncetti era deceduto da poco e mons. Jelenić aveva appena ricevuto il testo dattiloscritto delle sue Memorie da una sua sorella (voglio precisare, a scanso di equivoci, che esso è scritto in lingua italiana). E v’è da dire che l’incontro con don Jelenić è avvenuto in un contesto particolare, dove c’entra ancora l’Istria e la sua gente di fede: conobbi infatti il parroco di Dignano ai margini di una delle celebrazioni indette nel 2005 / 06 per il centenario della nascita di un altro istriano, Egidio Bullesi, di Pola, il “venerabile giovane”, perché morto di Tbc a soli 23 anni nel 1929; non fu dunque un esule. Di lui, operaio nei cantieri navali e insieme impegnato con tutte le energie nell’associazionismo cattolico della sua città, è in avanzato corso la causa di beatificazione”.

Lei, che non è un esule giuliano-dalmata, quale impressione ha riportato dalle situazioni descritte da don Toncetti?

“Ero a contatto già da anni con la realtà degli esuli, giacché fui non solo collaboratore dell’arcivescovo Bommarco, ma a continuo contatto, a Pordenone, dove vivo, con Casa Betania, un’istituzione fondata e diretta da sacerdoti esuli dalle isole di Cherso e Lussino. Sicché nessuna impressione nuova per me, ma una conferma – dal memoriale di don Rodolfo – di ciò che avevo sentito raccontare, ancora con il dolore nel cuore, dai miei amici, preti e laici, che pure vissero esperienze simili. Certo, di don Toncetti mi ha colpito l’abilità nel destreggiarsi fra opposti fronti, lo sprezzo del pericolo cui si esponeva, la verità mai taciuta o condita con doppi sensi, la coerenza al ministero sacerdotale sino a rasentare l’eroismo, che è forma suprema di carità secondo il dettato evangelico. Ho usato l’espressione “mi ha colpito”, non “impressionato”, perché don Rodolfo è stato così anche quando lo conobbi e frequentai io, già vecchio, a Toppo di Travesio, piccolo paese montano della nostra provincia, dove – diciamo così – si è fatto pure rispettare”.

Don Toncetti è, a suo avviso, un testimone attendibile?

“Senza ombra di dubbio, avendo – ripeto – personalmente conosciuto la sincerità, diretta sino ad apparire quasi scontrosa, di questo prete di frontiera, che ebbe come unico scopo del suo continuo darsi da fare in quei difficili momenti la dignità della persona creata da Dio – e in primis la libertà di coscienza e quindi anche di credo religioso – anche quando la vita è venuta meno; di qui la cura che ebbe,  scrupolosa, di dare sepoltura a centinaia di corpi umani trucidati; inoltre conobbi l’amore suo alla verità, pure quando essa appare ed è scomoda ed espone a pericoli, spesso notevoli e non calcolabili, anche se don Toncetti si rivela nelle memorie, e lo fu in vita, una persona che calcolava, soppesava tutto, e gli eventi cercava almeno di prevenirli, usando intelligenza e un acuto senso pratico e realismo innato per le cose umane”.

Dopo l’occupazione titina i sacerdoti istriani – ostacolati nell’esercizio del loro ministero e  perseguitati – si misero quasi tutti in salvo esulando in Italia. Più d’uno, che non fece questa scelta o non fece in tempo ad attuarla, fu infoibato o comunque ucciso, come don Francesco Bonifacio, da qualche mese dichiarato beato dalla Chiesa, e altri. Fu una scelta giusta?

“I preti cui Lei fa cenno furono costretti dalla situazione di intimidazione creatasi a seguire i loro fedeli lasciando la terra tanto amata per un futuro ignoto e dunque denso di incognite. Lo fecero per non abbandonare al loro già triste destino quanti erano stati affidati alle loro cure pastorali e anzi vollero condividere le stesse loro difficoltà (specie quelle morali), gli stessi iniziali rifiuti o diffidenze incontrate: insomma, vollero continuare a essere preti del loro popolo, come voleva la vocazione da essi abbracciata. Mi vengono in mente a tale proposito le figure eminenti dei vescovi Munzani di Zara, che peregrinò per anni in tutta Italia per confortare gli esuli nei campi profughi, come pure il vescovo di Parenzo e Pola, padre Radossi, e quello di Fiume, monsignor Camozzo; nelle loro figure è come riassunto il ruolo svolto dal clero profugo in quei tragici momenti di abbandono e di privazioni di tutto. Ovviamente si deve completare l’elenco con la grande figura, di spessore storico, di Monsignor Antonio Santin, di Rovigno, che, pur risiedendo a Trieste (cioè in zona libera o liberatasi dall’occupazione titina), non uscì indenne dalla persecuzione. Ricordiamo l’assalto che subì a Capodistria e il tentativo di ucciderlo: un martire mancato, si dirà, ma esiste pure un “martirio del cuore”, cui tanti preti istriani italiani non si sottrassero e che hanno come dei simboli oggi nei “martiri del sangue” come il Beato Bonifacio e don Miro Bulešić, sacerdote pure istriano dell’etnia croata, ucciso in odio alla fede a Lanischie nel 1947 e del quale è avanzata la causa di beatificazione “super martyrio”. Perché il martirio non fu prova e suprema testimonianza solo dei preti italiani, ma di tutti indistintamente nella martoriata Istria di quegli anni di contese, che speriamo definitivamente risanate nella nuova Europa, che mano a mano si va costruendo e completando anche in quella bellissima terra, la vostra terra, che pure noi qui nel pordenonese amiamo!”.

Carmen Palazzolo Debianchi