Il Cittadino – 070208 – Le foibe, un orrore infinito

Dall’anno 2005 l’Italia celebra il 10 febbraio la “Giornata del ricordo”, allo scopo di fare memoria della tragedia delle foibe e dell’esodo, il periodo in cui «gli italiani delle terre d’Istria, del Quarnaro e di Dalmazia furono colpiti da una violenza cieca ed esecranda», come affermò l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.In seguito al caos provocato dall’8 settembre 1943 l’Istria, che era stata annessa all’Italia alla fine della prima guerra mondiale, venne abbandonata dall’Esercito italiano in rotta e occupata dalle truppe tedesche, che la contesero per trentacinque giorni di cruenti combattimenti ai partigiani slavi, finché questi vennero respinti al di là del confine.L’Istria venne così a far parte della neo costituita “Zona di operazioni del Litorale” e trattata come terra annessa al Reich per sedici mesi, che costituirono un periodo di pesante occupazione, ma anche e nello stesso tempo di “respiro” per la popolazione italiana (la maggioranza) di fronte ai comportamenti sempre più aggressivi di una parte della componente slava, e soprattutto dei partigiani seguaci di Tito. Verso la fine di aprile del 1945 le truppe germaniche si ritirarono lasciando campo libero ai partigiani comunisti che, approfittando delle incertezze degli Alleati (truppe inglesi e americane), occuparono nuovamente tutta la penisola, cedendone solo una parte successivamente, per ordine degli Alleati, alle truppe Angloamericane.L’occupazione slava fu decisiva per le sorti della maggioranza italiana dell’Istria, così come lo fu per la città di Fiume e per Zara, che subirono analoghe violenze ed ingiustizie, seppure diverse nelle modalità e in alcuni casi anche nei tempi.La situazione creata lasciò una ben triste alternativa alla popolazione italiana, totalmente indifesa: o rimanere in loco rischiando l’estinzione (anche fisica) o scegliere l’esilio, disperdendo volontariamente la propria unità etnica e la propria cultura. Si collega a tale periodo, anche a guerra finita, il tragico ricordo degli infoibamenti in massa e delle «grandi crudeltà che gli Jugoslavi hanno inflitto agli Italiani in questa parte del mondo», come scrisse Churchill a Stalin in una lettera del 23 giugno 1945.Con la tragedia della Venezia Giulia (così si chiamava fra le due guerre tutta la regione, di cui anche Istria, Fiume e Zara facevano parte) una parola nuova venne inserita nel dizionario criminale: Foiba. Le foibe sono voragini rocciose, create dall’erosione di corsi d’acqua, a volte raggiungono la profondità di duecento metri e si perdono in tanti cunicoli nelle viscere della terra. In Istria le foibe sono tantissime. Nel settembre ’43 e a guerra finita furono i luoghi in cui vennero gettati migliaia di italiani (si ritiene circa diecimila). Contadini vissuti tre le viti e gli ulivi, pescatori che si erano curvati sulle reti lungo la costa istriana, minatori del villaggio dell’Arsa, preti con il vecchio breviario latino in mano, “padroni” vestiti a festa, farmacisti e medici che avevano il “potere” della salute, bidelli che spazzavano le aule e alzavano la bandiera, impiegati, donne e anche bambini.Sempre con le mani legate dietro la schiena, i condannati venivano messi tutti attorno alla bocca della voragine. Il plotone di esecuzione sparava su uno solo che cadeva e precipitava, trascinando con il peso del suo corpo nel baratro il grappolo umano che gli era vicino.Pochissimi furono i casi di sopravvissuti alle foibe.Solo dopo moltissimi anni uno di questi, Graziano Udovisi, ora residente a Reggio Emilia, ha vinto la paura e raccontato di come miracolosamente riuscì a salvarsi.Il 10 febbraio 1947 l’Italia firmò il trattato di Pace imposto dalle nazioni vincitrici della seconda guerra mondiale.La Jugoslavia, che poteva contare ancora una volta sulle importanti pressioni della Russia, ottenne oltre a Fiume e Zara quasi tutto il territorio dell’Istria. Giuridicamente rimase italiana una piccola zona, posta a Nord Ovest (Zona cosiddetta B), che insieme alla Provincia di Trieste (Zona A) avrebbe dovuto costituire il “Territorio libero di Trieste”.Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio dei ministri, che pure aveva firmato per l’Italia il Trattato, il 31.7.1947 esclamò alla Costituente: «Il trattato contiene soluzioni ingiuste e inaccettabili dall’Italia. Dobbiamo subirle piangendo sopra questa orrenda e iniqua mutilazione». La risposta della popolazione italiana al “Diktat” subito fu l’esodo in massa. In trecentomila abbandonarono la propria terra per affrontare le incertezze di una nuova vita in esilio, ma nella libertà, piuttosto di accettare un sistema che sembrava deciso a cancellare, dopo venti secoli, ogni segno di italianità, anche a costo di usare forme estreme di violenza fisica e morale. Gli istriani ancora una volta trovarono attuali le parole dirette dai loro antenati a Carlo Magno nell’anno 804: «Melius est nobis mori quam vivere».Circa sessantamila istriani ripararono a Trieste, gli altri in tutte le città d’Italia, dove rimasero per anni ricoverati nei campi profughi, migliaia finirono all’estero, molti nelle Americhe e in Australia.In occasione della giornata del Ricordo del 2007, sessantesimo anniversario del Trattato di Pace di Parigi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, così si è pronunciato: «Le drammatiche vicende accadute negli anni dal 1943 al 1946, al confine orientale dell’Italia, sono tra le pagine più buie, dimenticate e, fino a pochi anni fa, rimosse dalla nostra storia recente. La tragedia collettiva del popolo giuliano-dalmata: migliaia di famiglie perseguitate ed estromesse dalle loro case, migliaia di italiani giustiziati, gettati nelle foibe carsiche, vittime di un disegno annessionistico della Jugoslavia di Tito, di un moto di odio e di una furia sanguinaria che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica.Su queste barbarie, sul dolore di migliaia di famiglie, i cui parenti furono imprigionati ed uccisi, gettati nelle foibe, dobbiamo rompere un silenzio durato troppo a lungo e ognuno deve riconoscere la sua parte di colpa. Non dobbiamo tacere. Dobbiamo assumerci la responsabilità di avere negato o teso a ignorare la verità, per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e di averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali. Per fortuna, abbiamo posto fine a un non giustificabile silenzio e stiamo ristabilendo rapporti con quelle terre ex italiane, in nome dell’amicizia all’interno dell’Europa unita. E non dobbiamo mai dimenticare che la riconciliazione fra italiani e altri popoli, che fermamente vogliamo, esige il ristabilimento della verità». Piero Barcellesi