Il Caso ”Mario Granbassi” a Trieste (Il Piccolo 06 nov)

LETTERE

Nella mia veste di fondatore della Lista per Trieste e, dopo trent’anni di presidente onorario della stessa, ma anche di ex combattente in buonafede della Rsi convinto di difendere l’onore della Patria, vorrei intervenire nell’accanito dibattito sulla decisione del Comune di Trieste di dedicare una scalinata di piazza Rosmini al nome di Mario Granbassi, noto come famoso giornalista triestino, che nel 1939 aveva partecipato alla guerra civile spagnola come volontario dalla parte franchista ed era caduto nella battaglia di Barcellona.

La nipote, la schermitrice olimpionica Margherita Granbassi, si era detta fiera di suo nonno. Ora sono rimasto sorpreso che Claudio Magris, un intellettuale e uno scrittore che apprezzo, abbia voluto intervenire in una questione che è andata sempre più fortemente «politicizzandosi», insieme all’opposizione espressa dallo scrittore sloveno Boris Pahor e da un folto gruppo di intellettuali spagnoli che hanno firmato una lettera manifesto a nome della Catalogna «selvaggiamente bombardata dagli aerei fascisti italiani». A tutti ha risposto il vicesindaco di Trieste Paris Lippi, assicurando che il Comune non ha intenzione di fare macchina indietro di fronte a chi si oppone a rendere onore al giornalista e rispolvera gli episodi di una guerra di Spagna che risalgono a …sessantanove anni fa! Pertanto l’iter della proposta, presentata dall’assessore alla Cultura Massimo Greco, verrà accelerato, per essere approvata nella prossima seduta della Commissione toponomastica di novembre.

Claudio Magris, in un lungo articolo sul Corriere della Sera di domenica 26 ottobre, intitolato «Quelle grottesche revisioni», il cui contenuto è stato riportato con grande evidenza da «Il Piccolo», accusa il Comune di Trieste di «revisionismo toponomastico» e parla «di un nuovo clima di aggressiva negazione dei valori della Resistenza e della democrazia». In fatto di «democrazia», è tremendamente vero quel che dice Magris, quanto sia imbecille dare del «fascista» – come viene continuamente fatto a chi professa opinioni che si avversano o semplicemente diverse dalle proprie. Infatti è anche vero il presupposto che «il fascismo è finito» e che il giudizio negativo su di esso sarebbe da considerare definitivo, benché la storiografia ufficiale non abbia mai ammesso che fino al 1938, prima delle sue scelte disastrose, il 90% degli italiani erano tutti arcifascisti convinti e che fino ad allora quel «regime» era stimato in tutto il mondo ed era stato capace di quelle grandiose «opere del regime» sulle quali l’Italia vive e vegeta ancora oggi. Quanto sta accadendo invece di veramente incredibile a proposito di questa modestissima questione toponomastica (che non riguarda neppure l’intitolazione di una strada, ma addirittura di una scalinata di secondarissima importanza), è la riprova e l’ennesima riconferma che la guerra civile in Italia (e forse, a quanto pare, anche in Spagna) non è mai finita e che i «valori morali» delle due fazioni continuano a contrapporsi su tutto e in ogni occasione, compresi i valori della Resistenza lamentati da Magris come soggetti a una nuova «aggressiva negazione».

Allora vorrei rispondere che, mentre nessuno nega questi valori nei confronti di chi si battè e magari si sacrificò per affermarli e merita per questo ogni onore e rispetto, la Resistenza non trova altrettanto consenso in una parte del Paese e tanto meno a Trieste, perchè ha rappresentato, dall’8 settembre 1943 fino al 25 aprile del 1945, un’Italia che non è mai stata considerata e nemmeno definita dagli anglo-americana «alleata», ma è sempre stata in un certo senso snobbata come «cobelligerante» e dopo è stata trattata come più duramente non si può da «nazione sconfitta», condannandola a perdere l’Istria, Fiume e la Dalmazia. Nessuno ha sofferto come Trieste e i triestini i 40 giorni dell’occupazione dei partigiani di Tito che tanti lutti ha provocato, la perdita delle italianissime terre di confine, il drammatico esodo dei 350 mila esuli, dei quali almeno 70 mila si sono fermati a Trieste e si sono integrati nella popolazione triestina, la cui diminuzione anagrafica sarebbe stata davvero drammatica senza di loro. Non solo, ma il clima d’intimidazione di «nazione sconfitta» si è forse propagato nel nostro Paese impedendogli sempre di portare avanti una «politica estera» degna di questo nome nei confronti delle Nazioni nostre vicine, che della guerra si sono invece proclamate vincitrici e – come tuttora non cessano di proclamarsi – vittime del fascismo e della «snazionalizzazione» da esso perseguita.

La «guerra civile» continua a rimuovere i suoi scheletri dall'armadio è il peggior servizio che si possa rendere ad un Paese in cui i tanti scheletri che ne popolano il passato è meglio lasciarli dormire ognuno nella propria tomba.

Gianfranco Gambassini