Il capitano di Pola che recuperava mostri d’acciaio (Il Piccolo 03 dic)

Nonostante abbia trascorso sul mare tutte le sue novantasei primavere, ancora oggi Elvino Meriggioli, il decano dei capitani triestini, scruta l'orizzonte dalla sua abitazione di Duino, ricordando le imprese compiute. La storia della sua lunga vita sembra presa in prestito da un best seller o da un film; invece si tratta di una vicenda vissuta in prima persona e inizia a Pola, nel 1912, l’anno della sua nascita.

Il suo cognome originario è Jugovaz, ma diventa Meriggioli a causa dell'italianizzazione imposta durante il ventennio fascista. Dopo la morte prematura del padre, il giovane Elvino interrompe gli studi e a quattordici anni si imbarca sul mercantile Raffaello della società Tripcovich per aiutare la famiglia. Dopo un anno si trasferisce ad Ancona dove fa il manovale, ma ben presto si presenta l'occasione per solcare di nuovo il mare e si imbarca sulla Cuma alla volta dell'America Meridionale.

Seguono altri imbarchi su svariate rotte intorno al mondo fino a quando, nel 1936, inizia a lavorare all'Arsenale Triestino curando la manutenzione degli alberi delle navi. Qui il giovane Elvino inizia a formarsi professionalmente, ruba il mestiere con gli occhi e alla fine riesce a ottenere anche il titolo necessario per comandare le navi in tutta l'area del Mediterraneo.

Nel 1939 rifiuta di arruolarsi nella milizia fascista e di conseguenza si vede costretto a lasciare l'impiego all'Arsenale. Ma entra in contatto con il barone Goffredo de Banfield, conosciuto come l'Aquila di Trieste per le sue imprese eroiche durante la prima Guerra mondiale, che lo assume nella società del suocero, la Tripcovich, specializzata in recuperi marittimi. Elvino prende parte a molte operazioni delicate, come il recupero di relitti navali affondati. «Durante i primi anni ’40 – spiega Meriggioli – in piena guerra, ho effettuato il recupero di moltissime navi affondate o speronate, specialmente nel Mar Egeo. Si trattava di far riemergere dal mare questi grandi mostri d'acciaio». Nonostante la giovane età, la sua professionalità e perizia sono sotto gli occhi di tutti.

«La Grecia mi ha regalato enormi soddisfazioni professionali – continua il capitano – al punto da trovarmi a comandare tutte le operazioni del Pireo. E questa esperienza mi fece venir l'idea di aprire una mia ditta di recuperi marittimi, ma ciò sarebbe avvenuto soltanto più tardi». Alla fine delle ostilità rientra a Trieste, ma per la scarsità di lavoro lascia la Tripcovich, mantenendo però il rapporto d'amicizia con il barone de Banfield, e inizia a collaborare con una società di recuperi di Venezia.

Dopo due anni decide di mettersi in proprio, fondando l'Iride (Impresa Ricuperi e Demolizioni) avviando nel biennio 1948-49 la pulizia del golfo triestino infestato da mine inesplose e da reti antisommergibili posizionate durante la seconda Guerra mondiale.

«Si trattava di un lavoro alquanto delicato e poteva accadere che ci fossero anche dei campi minati. Perciò bisognava avere molto coraggio e sangue freddo». Ma la società Iride ha vita breve e il primo agosto 1951 il capitano Meriggioli costituisce un'altra azienda che questa volta resterà attiva per oltre quarant'anni, «La Marinara».

Uno dei primi interventi consiste nel recupero della corvetta Berenice, affondata durante la guerra vicino alla diga Luigi Rizzo; ma l'operazione si presenta più difficile del previsto. «Per tre volte – racconta il capitano – riuscimmo a portarla in superficie iniettando aria compressa nei vari scompartimenti stagni, ma dopo un'ora questa colava a picco, girandosi di novanta gradi». Anche perché la corvetta era appesantita da due metri di fango.

Per risolvere il problema vengono noleggiati dalla Tripcovich due cilindri metallici da trenta metri cubi l'uno. Ma all'interno della nave oltre al fango ci sono quasi quaranta tonnellate di munizioni e diversi corpi umani. Una situazione difficile sotto tutti i punti di vista. L'operazione viene portata a termine in dodici mesi e i corpi trovano finalmente sepoltura nel cimitero di guerra. «Nessuno voleva che quei poveri resti fossero riconsegnati ai loro congiunti e mi venne ordinato di raccogliere tutte le spoglie in un sacco unico. A spese mie feci realizzare le urne e il Comune organizzò la cerimonia».

Nella seconda metà degli anni ’50, l'attività si diversifica. Ormai non c'è più alcun natante da recuperare dai fondali e La Marinara si specializza nel trasporto e assistenza di carichi speciali ed ingombranti. «Ho effettuato spedizioni di mezzi ferroviari in varie parti del mondo come in Giappone, Sud Africa, Cina ed Australia. Caricare una nave è un'operazione delicata e ogni volta è diversa dalle altre. Non si può improvvisare».

Fra gli altri lavori (che sono tanti) svolti da Meriggioli figura anche il trasporto fluviale lungo il Po della caldaia del reattore nucleare della centrale di Caorso. Un impegno di grande precisione, al punto che si è reso necessario misurare il fondale del fiume per evitare di perdere tempo, ma soprattutto commettere errori. Nel 1992 l'azienda del capitano Meriggioli cessa l'attività, ma ancora oggi egli è il perito esperto della «Camera europea degli arbitri stragiudiziali e dei periti». Nel dicembre 2007 ha ricevuto il Propeller d'oro a riconoscimento dei suoi meriti.

Andrea Di Matteo